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[#1] La porta difettosa
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ARGOMENTO: [#1] La porta difettosa

[#1] La porta difettosa 04/06/2010 11:23 #13

La prima tornata in assoluto, agli albori della federazione, bandita dal nostro amato icaro!

Periodo: Dicembre 2005

Numero partecipanti: 4
icarothelight
dododudu
Fafhrd
Jos_4 (ndr: lo storico fondatore!)
  • admin

Re: [#1] La porta difettosa 04/06/2010 11:24 #14

LA PORTA DIFETTOSA di icarothelight


E’ acqua?
Non ne sono sicuro. E’ troppo buio qua dentro. Certo ora sto meglio di dov’ero prima, là non potevo muovermi e non era di sicuro piacevole.
....
Sentiva le macchine parlargli vicino. Qualcuna urlava , altre le respiravano accanto, di sicuro lei non ne capiva i discorsi. Ma le macchine parlano? E’ possibile? Assolutamente no… che discorsi. E’ che nelle sue condizioni ormai tutto le sembrava possibile. Il tempo, per esempio, l’aveva chiaramente notato spingere sull’acceleratore, poche storie. Stava volando e lei non poteva permetterselo. Permetterlo.
....
Non riesco a camminare però. O meglio mi muovo, ma non riesco ad alzarmi. Sto sulle ginocchia e cominciano a farmi male. E’ come se qualcuno abbia deciso per me.
Che faccio? Ci riprovo?
Mi sembra che sia giusto rifarlo. Raccolgo tutte le forze e per un attimo sembra che qualcosa sia cambiato. Ma poi niente. Rimango inginocchiato. Un dolore indecifrabile, comincia a prendermi per mano. Ma quella mano è orribilmente calda. Disgustosa.
E poi c’è l’acqua. Odio quando mi raggiunge dall’alto. Perché non credo sia veramente acqua.
E’ troppo buio qua dentro.
.....
Il dolore era ruggine. Le si era attaccato addosso e seppure a volte sembrava non esserci, ritornava con maggiore violenza. Il mondo le tremava intorno. C’era qualcuno con lei in macchina? Credeva fosse probabile. Non aveva ancora mai sentito di macchine che si guidavano da sole. Oddio, qualche anno fa, aveva letto di piloti automatici, di vetture che potevano essere programmate, ma per ora nulla. Non le risultava proprio.
E allora? Chi stava guidando? Il dolore improvviso le fece dimenticare la domanda. Tra non molto… tutto sarebbe finito.
......
Piove. Anzi di più. E’ come stare in un acquario. Solo che ormai sono quasi sicuro non sia acqua.
Continuo a strisciare. Non mi fermo certo. Davanti a me ho visto qualcosa. Forse… finalmente…
Una porta. E' chiaramente una porta.
Un’uscita.
Finalmente qualcosa nel buio. Vedo chiaramente la maniglia.
La porta e la maniglia. Le uniche cose che i miei occhi riescono a riconoscere.
E’ ora di agire.
Tiro con forza la maniglia verso il basso.
.......
La macchina si era fermata. Questo era innegabile. Rumori indistinti provenivano da fuori. La testa le girava con mai nella vita. In un attimo, un improvviso lampo di dolore la investì. Inaudito.
Cominciò a piangere senza rendersene conto. Fece un’ ultima cosa, prima che la porta dell’auto si aprisse…
......
La porta non si apre.
Continuo ad agitare la maniglia su e giù, ma niente. Poi, (come un’improvvisa ventata gelida nell’opprimente caldo di una sauna), sento la porta “muoversi”. Aprirsi. Non ci penso due volte, striscio verso la feritoia. Ci passo agevolmente. Poi cado…
Un volo interminabile.
… non atterro da nessuna parte. Continuo a cadere… nel nulla.
Dove finirà il mio volo?
Cado. Cado. Cado.
......
Si guardò la pancia. Quell’enorme pancione che si ritrovava. Ed una smorfia orrenda le si dipinse in volto.
“Troppo tardi” fu l’ultima cosa che pensò, quando gli uomini in bianco entrarono nell’abitacolo.
  • admin

Re: [#1] La porta difettosa 04/06/2010 11:26 #15

LA PORTA DIFETTOSA di dododudu


Un incontro al buio.
Si, esattamente, un incontro di quelli nati apposta per conoscere una persona di cui non si sa nulla, simpatici e eccitanti se capitano, quando capitano.
Ma come era iniziato tutto?
Una chat, non di quelle piene di ragazzini fancazzisti, ma una frequentata da gente che prova ad esplorare il lato più oscuro delle proprie fantasie, della propria sessualità.
Il tuo nick, teso a dare di te una palese descrizione di ciò che cercavi, non poteva non intrigare uno come me, abituato a cacciare, a sentire la preda.
Sesso al buio, senza esserci visti prima e senza vederci più dopo, questa è stata la tua proposta.
Sesso al buio, perché l’idea di essere presa da un uomo che potresti, domani, incontrare per strada senza riconoscerlo, ti eccitava da tanto tempo e, ora, avevi deciso di realizzarla con me.
Io, però, sono sempre stato un’esteta e adoro vestire gli incontri di piccoli segni, di azioni simboliche, che rendono il gioco più ricco e intrigante; niente di trascendentale, ovvio, chi non le ha mai fatte almeno una volta?
Ma si sa, noi uomini, in fondo, siamo semplici e forse, tutte insieme, queste cose, tu non le hai fatte mai.
Quindi ho rilanciato sulla tua proposta: sesso senza conoscersi va bene, ma io voglio guardarti, quindi dovrai bendarti; a me, poi, piace parlare, quindi se non vorrai riconoscere la mia voce, dovrai mettere dei tappi nelle orecchie; servirà anche un bavaglio perché se tu dovessi sentire la necessità di urlare, voglio sentirti e sarà anche bene che le tue grida non disturbino tutto l’albergo.
L’albergo, ah si… lo conosco ha stanze con letti in ferro battuto e mi ecciterebbe molto trovarti nuda e legata, la stanza l’ho già prenotata, la numero 7.
Manca un ultima cosa, da casa tua all’albergo sono due kilometri, voglio che tu vada a piedi e che metta gonna e autoreggenti, per oggi la biancheria intima è abolita, voglio immaginarti mentre cammini col sesso all’aria pensando a dove stai andando e a cosa accadrà tra poco.
Un incontro al buio. Tra poco salirò in camera e ti prenderò, tu non potrai negarti e sarai mia. Tra poco.
Certamente, a quest’ora, tu sei già in albergo, timida e appena accaldata dalla passeggiata a piedi (ma sarà davvero solo per questo?) hai chiesto la chiave e sei salita. Conosco la stanza e riesco a immaginare i tuoi passi verso il letto, il tuo sederti per provarne la consistenza. Probabilmente ti sei sdraiata un attimo per riordinare le idee, poi risoluta hai cominciato a prepararti per me.
Ti sei spogliata lentamente e hai ripiegato i tuoi abiti sulla sedia, con ordine e con gesti lenti come a voler riprodurre lo stesso ordine dentro di te.
Hai preso dalla borsa l’occorrente e ti sei seduta al centro del letto e con le corde già sistemate hai legato i tuoi piedi.
Ormai sarai già pronta, ciò significa che ha messo i tappi alle orecchie, il bavaglio sulla bocca e la benda sugli occhi, prima però avrai dovuto impratichirti con l’ultima cosa che ti servirà per legare le mani, due manette, di quelle con la sicura e che una volta messe si aprono solo con la chiave, che tu avrai diligentemente lasciato sul tavolino come ti ho chiesto.
Ho parlato solo di te finora, ma io, io come mi sento?
Già il solo fatto di sognare i tuoi preparativi, mi provoca un’eccitazione quasi dolorosa. Immaginarti mentre ti vesti e poi ti spogli per me, provoca ai miei sensi un surplus di emozioni e, al momento, l’unico che se ne giova è il mio sesso duro e pronto, che spinge dentro i jeans.
Scendo dall’auto parcheggiata davanti all’ingresso, attraverso la strada e mi dirigo verso il portiere.
Questi mi riconosce, mi saluta e mi dice: “Ah il signore della stanza numero 7. Mi scusi ma ho dimenticato di dire alla signora, quando è salita, che la porta è difettosa e si apre solo dall’interno”
  • admin

Re: [#1] La porta difettosa 04/06/2010 11:27 #16

LA PORTA DIFETTOSA di A. Grott (Fafhrd)


Come ogni mattino da tre mesi a questa parte, si infilò la sua uniforme aziendale (due completi forniti da contratto, obbligo di indossarla) e si mise al lavoro. Dopotutto non stava andando male con il nuovo impiego; era stato fortunato ad avere quell’amico operaio, che gli aveva dato le dritte per venire assunto non appena ultimata la costruzione del complesso. Anche se da semplice commesso, c’era da andare fieri di lavorare in un posto del genere. Una grossa compagnia asiatica aveva acquistato l’appezzamento otto o nove anni fa, una intera ex zona portuale completamente abbandonata e in degrado. Raso al suolo il tutto, aveva cominciato a levarsi tra le gru e il via vai dei treni merci (era stato costruito appositamente uno snodo ferroviario per fornire il cantiere) lo scheletro metallico del progetto di complesso più ambizioso che fosse mai stato realizzato. Avrebbe dato lavoro a praticamente tutto l’agglomerato, sub-livelli compresi. In effetti le assunzioni stavano andando ancora avanti, e ogni giorno si vedevano facce sconosciute nel suo blocco.
Quella mattina dovette appunto accogliere un nuovo arrivato, un giovane immigrato apposta dalla periferia nord per venire a lavorare nel complesso. Gli mostrò come si usavano le console e i registri, cose che in realtà poteva riuscire a fare anche un bambino. Provò a grandi linee a spiegargli la struttura del loro settore, come spostarsi, e dove si trovassero i vari uffici. Chiacchierò del complesso in generale, ma anche se cercasse si dare l’impressione di saperne, parlava per sentito dire; gli avevano raccontato di interi settori ancora in costruzione, altri completati ma del tutto deserti, a parte le ronde armate per tenere lontani animali e senzatetto. La conversazione venne interrotta dal tremolio delle pareti causato dall’atterraggio di un aviotrasportatore su una delle piste, qualche decina di piani sopra di loro; subito dopo si udì il segnale della pausa pasto.
Fu dirigendosi verso gli ascensori per le mense che notò quella porta. In un angolo del solito corridoio, dove era convinto ci fosse sempre stato solamente muro bianco, notò una porta metallica, tipo uscita di sicurezza. Incuriosito e sorpreso, controllò di trovarsi nel corridoio giusto. Se avessero sfondato la parete e montato il telaio negli ultimi giorni, se non addirittura ieri, avrebbe sicuramente fatto caso agli operai… possibile che ci fosse stato qualcosa davanti, che la coprisse? I suoi colleghi, compreso il nuovo arrivato, avevano già svoltato l’angolo seguente, indifferenti. E se non si era rincretinito, quella non doveva essere una delle pareti esterne? Che diavolo ci faceva una porta lì, in un angolo? Spinse la barra zincata, ed entrò.
Si ritrovò su un pianerottolo di una tromba di scale di servizio di metallo traforato, con un minimale parapetto verniciato di grigio. Si poteva sia scendere che salire. Sporgendosi, diversi piano più in basso gli parve di scorgere la luminescenza verde del cartello luminoso che indicava un’uscita, uguale a quello sopra alla porta che aveva appena oltrepassato. Diede uno sguardo all’orologio, e decise che aveva il tempo per provare a scendere. Con un po’ di fortuna questa poteva rivelarsi un’ottima scorciatoia per arrivare alle mense, magari evitando le lunghe file agli ascensori.
Dopo cinque rampe, accompagnato dall’eco metallico dei suoi passi, arrivò al pianerottolo sottostante. In tutto e per tutto identico al primo. Cercò di girare la maniglia per aprire la porta, ma sembrava chiusa a chiave. Sarebbe stato comunque inutile uscire dopo così poco: continuò a scendere. Dopo qualche centinaio di scalini e altri due pianerottoli chiusi a chiave, si arrese, e decise di risalire. Avrebbe chiesto in giro nel pomeriggio. Aiutandosi con il parapetto, ritrasse sorpreso la mano annerita dalla polvere. Quindi questa tromba era stata costruita tempo fa, e ben poco usata… Cominciò a fare due scalini alla volta, mettendo da parte le varie ipotesi stravaganti che gli venivano alla mente. Contò i pianerottoli, e quasi sudato arrivò al “suo”. Che, con grande disappunto, trovò chiuso. Spinse, tirò la porta. Dandosi dello stupido per non essere nemmeno capace di contare, salì un altro pianerottolo. Anche questo identico a tutti gli altri, anche questo chiuso. Ridiscese di due pianerottoli. Bussò, chiamò al di là della porta che non si apriva, ormai dubbioso su quale fosse il piano da cui era entrato. Appoggiando l’orecchio non si sentiva nessuna voce o rumore provenire dall’altra parte. Si infilò una mano in tasca per prendere il suo comunicatore, solamente per scoprire che qui non c’era ricezione. Salì, salì, sperando di arrivare al tetto. Battè i pugni, prese a spallate le porte. Ore. Scese, scese, convinto che un piano terra ci doveva pur essere. Si addormentò, affamato. Si svegliò, assetato. Scese, scese. Le batterie del comunicatore si erano scaricate. Scese. Si passò una mano sul volto, per sentire la barba che cominciava a pungere. Scese, scese. Scese.
  • admin

Re: [#1] La porta difettosa 04/06/2010 11:29 #17

LA PORTA DIFETTOSA di Jos_4


Quella porta difettosa proprio non la sopportava. Non mandava giù il fatto che non avesse la serratura e, dunque, chiunque potesse varcarla a piacimento. Già, avrebbe fatto di tutto per sigillarla con un lucchetto eterno, perché gemeva al pensiero che i malaffari, una volta superato quel limite fittizio, sarebbero stati più vicini a lui, ben più vicini a lui. Beh, naturalmente non si riferiva all’uscio di casa, ci sarebbe mancato che pure quello fosse così labile, ma al cancelletto dipinto con un orrido granata che permetteva l’ingresso al palazzo nel quale abitava.
No, non lo poteva veramente sostenere. Lui – si chiamava Marino e a quei tempi aveva 17 anni, beata gioventù – viveva (purtroppo) al numero 47 di via delle Ninfee, in quel grigio condominio eretto alla fine degli anni ‘80, al terzo dei quattordici piani (più tre di seminterrato), ergo al riparo da malviventi che probabilmente avrebbero attaccato in primis il piano terra. Tuttavia, era ugualmente pervaso da un’innata nonché insensata paura. Di cosa? Di… dei ladri. Per questo, quando la sua mente volava all’appartamento che i suoi genitori avevano acquistato alcuni anni prima, chiaramente con l’aiuto di un corposo mutuo, quei 98 metri quadri più garage e minuscolo balcone venivano considerati alla stregua di un uovo senza guscio, un regalo senza pacco, una donna senza vestiti. Tale nudità, per Marino, era di un’insostenibile gravità, per lui che pretendeva il pigiama intero anche in maggio.
Una, anzi due volte, aveva provato a trattare il tema con l’amministratore del condominio: “Signor Esposito – quasi un sussurro –, perché l’ingresso del nostro palazzo è privo della serratura?”, aveva chiesto con ineffabile innocenza. Le risposte del custode (pagato, per altro, per un mestiere che faticosamente poteva ritenersi tale: passava le ore a guardare la tv e a fumare disgustose Pall Mall blu nel gabbiotto adibito; inoltre, usufruiva di un pied-à-terre gratuito. Viceversa, era amato dagli inquilini, visto che salutava chicchessia con un falsamente onorevole “Buongiorno, dottò”. Ma non divaghiamo) erano state superficiali come forse Marino s’attendeva: “Ma perché non corri dietro alle donne, guagliò? – aveva esclamato –, o vai a divertirti? Esci da queste quattro mura, forza”.
Marino, in effetti, non è che passasse poi così tanto tempo in casa, abbracciato ai parenti o alla Playstation. No, lui era (quasi) sempre fuori, che fosse in giro con la fidanzata Virginia, che fosse al bar con il gruppo di amici d’infanzia. Un comportamento normale, per un adolescente normale. Sua madre Luisa, però, difficilmente lo appoggiava. Il ragazzo era l’unico figlio e, chissà perché, la donna aveva costantemente timore che incappasse in qualcosa di poco piacevole. ‘Genova è piena di pericoli, non si sa mai’, rifletteva: perciò il sabato sera, quando il giovane uomo otteneva il permesso di poter rientrare leggermente più tardi del solito, diciamo intorno a mezzanotte e mezza, lei lo aspettava alzata, imperterrita, nonostante sovente l’attesa, coniugata alla perpetuata visione della tv, la sfiancasse e la facesse crollare sul divano. Buonanotte!
Ma era solo una rilassante apparenza: quando Marino infilava le chiavi nella toppa lei si destava, inesorabilmente. L’orologio segnalava l’una da pochi istanti, il suo ‘bambino’ era naturalmente in ritardo. Lei aveva il diritto morale di farglielo notare. Ossia, di rimproverarlo.
“Questa casa non è un albergo”, urlava Luisa a voce ferma eppure bassa. Non avrebbe mai voluto che i vicini udissero e sparlassero di lei.
Marino incassava e si prendeva qualche secondo per controbattere. Pensava alla porta difettosa d’ingresso del condominio, sempre spalancata ai piedi e al vento a ogni ora del giorno e della notte, come se il triste palazzo fosse in qualche maniera il fratello povero, ma pur sempre fratello, di un grande hotel il cui ingresso è costantemente affollato. Quest'idea gli tese simbolicamente una mano. “Vedi, mamma, eventualmente sì!”, era la conseguente spavalda risposta che, logicamente, gli garantiva un matriarcale scapaccione sulla guancia mancina. La genitrice odiava che il pargolo la contestasse. ‘Fa male, ok, ma vuoi mettere che soddisfazione mi sono preso?!’, era la valutazione a freddo del dolorante Marino. Adorava dire la sua, smontare l’avversario con le tecniche oratorie, prevalere con la forza della ragione.
Sì, probabilmente da grande avrebbe fatto l’avvocato o, quanto meno, avrebbe partecipato come pubblico attivo ai programmi di una qualsiasi Maria De Filippi.
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