"Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto." (Italo Calvino)
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[#1] L'ultima Thule (racconti)
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ARGOMENTO: [#1] L'ultima Thule (racconti)

[#1] L'ultima Thule (racconti) 30/12/2014 22:33 #12840

"L’Ultima Thule attende al Nord estremo,
regno di ghiaccio eterno, senza vita,
e lassù questa mia sarà finita
nel freddo dove tutti finiremo.
L’Ultima Thule attende e dentro il fiordo
si spegnerà per sempre ogni passione,
si perderà in un’ultima canzone
di me e della mia nave anche il ricordo."
L'Ultima Thule, Francesco Guccini


"Le citazioni le lascio a Favajigen, io preferisco batterlo sul campo..."
Domenico Cerone



L'ultima Thule è il tema della prima tornata del nuovo concorso di UniVersi, c'è tempo fino al 15 febbraio compreso per postare il proprio racconto in gara.

Ricordatevi che:
- Il limite massimo di battute consentito per questa tornata è 12000 (spazi compresi, titolo escluso); potete controllare il numero esatto di battute dei vostri racconti su questo sito gratuito.
- I racconti devono avere un proprio titolo e devono essere postati in forma anonima, effettuando il login con nome utente Titivillus e password universi.
- Qui potete trovare il regolamento completo.



RACCONTI IN GARA
  1. - Il viaggio più affascinante (7247)
  2. - Uno, Due e Tre (9995)
  3. - Prendi Thule e scrivila! (11870)
  4. - Un copione mai scritto (11667)
  5. - Il tempo, l'isola e gli anagrammi (11936)
  6. - Sophia (11877)
  7. - L'ultima goccia (7254)
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Fortunatamente, ho sempre il difetto di prendermi poco sul serio...
[cit. Carmen Consoli - Fortunatamente]
Ultima modifica: 16/02/2015 09:36 Da gensi.
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Re: [#1] L'ultima Thule (racconti) 07/01/2015 20:23 #13033

Il viaggio più affascinante


Ansia.
Tutto era buio.
Sudore.
Nient’altro che buio.
Dolore.
Pensava. Pensava tanto. Ma non aveva in testa niente. Solo pensieri sconnessi, solo una grande ansia.
Gli mancavano pochi mesi a quella maledetta riunione, non aveva ancora in mente un progetto. Li odiava. Odiava tutti i grandi capi. Odiava tutto. Voleva andarsene.


Era in viaggio da ormai un mese, aveva una folta barba umidiccia, i capelli spettinati dal vento, l’unico vestito che si era portato ormai lacerato. Era partito in fretta e furia, non aveva pensato a nient’altro se non a partire.

Non aveva niente e si sentiva felice. Voleva scappare sempre di più, sempre più lontano, nel luogo dove 27 anni prima era partito. Se lo ricordava bene quel posto: nessuno più ne aveva il minimo ricordo tranne lui. Si era spesso stupito di tutto ciò: come si poteva dimenticare il posto in cui si è nati? Si ricordava perfettamente i suoni, i colori, le paure e le gioie. Un luogo di pace.


Si sentiva perfettamente a suo agio in quella vegetazione che andava diradandosi, la neve stava iniziando a cadere soffice sul suolo, tagliente sulla sua pelle.

Ma lui si sentiva bene. Stava tornando alla ricerca di sé. Pensò per la prima volta al mondo che aveva lasciato, ai suoi amici, ai suoi colleghi, a tutti quei dannati capi e si mise a fantasticare su cosa stessero facendo. Probabilmente erano indaffarati nelle vicende mondane, in tutti quei problemi inutili dei loro inutili lavori, tutti intenti a risolvere le loro faccende, a contrattare, a vendere.
Vide la prima porta, quel gigantesco muro di pietra che si perdeva all’orizzonte era finalmente interrotto. Un paio di occhi lo guardarono mentre attraversava il passaggio. Al di là di questa, un cartello indicava l’unica direzione da prendere: “Coscienza”. Aveva capito dove lo stava conducendo quel viaggio.


La strada si era fatta più impervia da qualche giorno: aveva già incontrato qualche fiume e il freddo si faceva più pungente. Vedeva alcune montagne imponenti alzarsi verso Nord e vedeva sin da lì le grandi bufere di neve che si scatenavano in quota. La vegetazione ora era quasi scomparsa, solo qualche ciuffo d’erba qua e là, si sarebbe nutrito con maggior fatica. Aveva ancora qualche mirtillo e lo zaino pieno di barrette energetiche, l’unica cosa che gli rimaneva del vecchio mondo. Se le portava sempre dietro quando andava in palestra.

Era sempre stato fissato dalla cura del corpo, sempre ad inseguire un’immagine perfetta, che però non arrivava mai. Gli altri erano sempre più scolpiti di lui. Ora questo mondo gli sembrava lontano. Quella notte era stata per lui una benedizione: era scappato. Aveva intrapreso un viaggio e ne era felice. E ora che sapeva dove andare, si sentiva pieno di speranza. Come non aveva fatto a pensarci prima? Perché cercare qualcosa solo all’esterno, quando il viaggio più bello lo si può fare entrando in se stessi?

Eccole: le montagne si stagliavano ora di fronte a lui. Un muro di roccia, a prima vista impossibile da superare. Si sentiva tanto piccolo dinnanzi a tanta potenza. Dallo stretto passaggio presidiato da un omone barbuto, la cui pelle aveva subito tante ferite da renderla immune ad ogni altra cosa, soffiava un vento gelido. Ora la sua faccia era infastidita, si sentiva meno sicuro di prima. Voleva quasi tornare indietro. Il vecchio gli rivolse la parola: “Ragazzo! Molti ci hanno provato, pochi son tornati. La via è stretta.”. Quelle parole, più rigide delle ventate che gli straziavano la pelle, avevano messo in lui una grande paura. Ora voleva quasi tornare indietro.

Tristezza.
Ecco perché le persone del suo vecchio mondo erano così indaffarate. La Coscienza era un luogo troppo distante da raggiungere, bisognava percorrere un viaggio troppo doloroso per passarne indenni. Quel sentiero avrebbe cambiato le persone, le avrebbe rivoltate come un calzino.
Aveva ormai superato il passaggio, anche la seconda porta era stata oltrepassata. Si sarebbe fermato? Che senso avrebbe avuto il suo viaggio in questo caso? Era in una grotta e stava cercando di rispondere a quei quesiti. Iniziava a sentire la mancanza di casa, la mancanza della sua donna, addirittura sentiva la mancanza dei suoi capi. Chissà come si erano sentiti quando non si era presentato alla sua riunione.
Gli dispiaceva: provava ormai una grossa compassione per loro e per tutti gli indaffarati che mettevano al centro della propria vita l’agire costantemente. Chi era schiavo del proprio corpo, chi diventava schiavo del commercio, chi era in cerca di nuovi progetti e non ne finiva nessuno. Povere creature. Perché non potevano entrare in se stessi? Perché non lo facevano? Nonostante questo era convinto che ci avevano provato. Ma non aveva visto nessuno farlo per mesi, per anni. Nemmeno lui si ricordava da quanto fosse via. Forse più di sei mesi, ora che ci pensava. E perché gli altri non volevano? La risposta credeva di averla già data, forse: il viaggio era troppo lungo e faticoso. Ma non era forse faticoso cercare il profitto viaggiando a destra e a manca, ricercare i confini dell’Universo per anni e anni, trovare lo schema del DNA? Perché si voleva scoprire sempre di più, quando l’unica cosa che dovremmo conoscere non la conosciamo affatto?


Aveva sbagliato strada. Se n’era accorto già da un po’, ma quella nuova strada lo affascinava: due piccoli fiori bianchi, uno raggio di sole si faceva strada tra le nuvole, la bufera si era placata e iniziava a sentire un dolce calore sulle mani. Si stava perdendo in quel paese senza fine, stava giungendo in terre sconosciute.
Il sentiero era sparito. Al suo posto un piccolo ruscello nato dal ghiaccio, l’acqua limpida e fresca gli scorreva sotto i piedi, trascinandolo nel suo viaggio con una nuova forza quasi sconosciuta. I problemi sembravano lontani, i pensieri lasciavano spazio alle sensazioni: non ne aveva provate da quando era entrato nella seconda porta. Ora invece cominciava a udire i primi cinguettii, i fischi di giovani uccellini, cominciò ad assaporare l’odore dell’erba che iniziava ad essere verde speranza, vide la luce di un sole ormai libero dalla prigione della bufera riflessa sulla poca neve rimasta. Infine vide un albero immenso, da lontano.
Era lei.
Lo sapeva.
Ne era certo.
La Coscienza si ergeva, le sue robuste radici davano l’idea di essere più forti dell’acciaio. Alzando gli occhi al cielo, però, notò che le foglie erano secche. Stava morendo. Si ricordava il momento in cui era partito da quel luogo, dal fusto di quell’albero. Era lui, non poteva essere sbagliato. Perché stava morendo? Perché?


Si svegliò. Un neon illuminava la stanzetta dell’ospedale, le pareti verde acqua, nell’angolo in alto a destra i segni dell’umidità.
Un gesso gli teneva avvolto il braccio, si sentiva un gran male alle costole.
Entrò il poliziotto: -Era ubriaco-, disse.
-Cosa? Dove sono?
-Ha provocato un incidente, due morti. E lei era ubriaco.



Sedici mesi dopo era in una stanza buia e inospitale. Pensava al suo viaggio. Ci aveva ripensato mille volte.
La sua Coscienza era malata, l’albero era giallo. Aveva dodici anni per guarirla. Dodici anni in quella stanzetta, isolato dal mondo. Gli sarebbe bastato? Forse no, ma ogni notte tornava in quel luogo, tornava a trovarlo, a curarlo. A curarsi.
Fragmina verborum titivillus colligit horum
Quibus die mille vicibus se sarcinat ille.
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Re: [#1] L'ultima Thule (racconti) 10/01/2015 10:35 #13149

Uno, Due e Tre

Ne valeva davvero la pena? Più osservava e più questa domanda rimbombava nella sua testa.
Un obiettivo, per quanto nobile o importante, può valere tutta quella sofferenza e quel sacrificio enorme? Voleva e doveva scoprirlo! Assolutamente!
Ricominciò ad osservare con maggior attenzione.


Non intendeva arrendersi benché fosse sfinito, completamente zuppo e quasi congelato.
“Uno” aveva la terribile sensazione che ogni atomo del suo corpo stesse per disintegrarsi ma ogni centimetro era una conquista e ogni pericolo scampato lo avvicinava di più allo scopo.
Doveva proseguire, più avanzava e più la natura sembrava avercela con lui impegnandosi al massimo per farlo desistere.
Le gocce d’acqua che affrontava si trasformavano in aghi appuntiti torturando il suo corpo come fossero posseduti e abilmente guidati dalla mano esperta di un sadico demone.
Il percorso era reso ancor più impervio da tonnellate di pietre taglienti come rasoi e costellato da nemici spietati determinati a catturarlo.
Era una sfida improba ma lui avrebbe trionfato completando la sua missione… o sarebbe morto provandoci.
Di tanto in tanto, come se gli ostacoli non fossero già abbastanza, il tragitto lo costringeva a compiere dei salti.
Nonostante non prevedessero margini di errore e gli consumassero copiose dosi di energia, questi balzi gli permettevano di osservare per un infinito istante lo spettacolo che lo circondava.
Poteva rubare attimi di natura incontaminata, verde a perdita d’occhio con abeti e larici a dominare un paesaggio ben protetto da maestose e rassicuranti montagne rocciose.
Quei lampi erano decisivi, ricaricavano il suo spirito e gli rammentavano il motivo per cui aveva intrapreso quel viaggio.
L’istinto lo aveva guidato per tutta la sua esistenza e, ora che pulsava più forte del suo stesso cuore, non poteva di certo voltargli le spalle.
Ad ogni costo doveva tornare a casa, nel luogo in cui era nato grazie al sacrificio dei suoi genitori.
Non li aveva mai conosciuti ma li amava comunque a dismisura per avergli donato la vita sacrificando la loro.
Sentiva visceralmente l’obbligo di fare lo stesso per i propri figli ed era per questo motivo che affrontava tutte quelle sofferenze.
Si sentiva pronto a tutto, anche alla morte.

“Due” era triste.
Nel corso del tempo, tutti avevano avuto modo di conoscerlo più o meno da vicino e, parallelamente, fare di tutto per stargli a distanza.
Lui non era stupido, aveva capito l’istantanea repulsione nei suoi confronti, ma l’isolamento lo aveva rattristato comunque.
All’inizio si era odiato per quella sua condizione, sembrava una crudele maledizione, ma col tempo aveva imparato giocoforza ad accettarsi, in fondo non aveva alternativa.
Aveva sperato in un futuro miracolo, magari qualcuno avrebbe compreso la sua natura più intima riuscendo a cambiarla in meglio.
Nell’attesa che quel sogno diventasse realtà, decise di adattarsi al fato e sviluppare tutto il potenziale concentrandosi sulle sue due qualità principali: diffondersi e distruggere.
L’istinto lo portava a diramarsi in ogni modo possibile e in ogni luogo raggiungibile, il vento era suo alleato in questo, la brezza giusta al momento corretto era più comoda di un viaggio in business class.
L’acqua invece rappresentava lo spauracchio di cui dubitare, odiava quel suo apparire limpida e trasparente nascondendo sempre i suoi veri intendimenti, troppi rischi nell’incrociarla.
Una volta agganciato un obiettivo, il suo unico pensiero era quello di aggredirlo con ferocia, forza e determinazione fino a consumarne la vita completamente.
Agiva incontrollato e incontrollabile, non aveva opzioni, era una furia cieca inarrestabile.
Vista quella natura, era dunque impossibile allacciare dei rapporti, l’intimità era pura utopia dato che anche una semplice carezza avrebbe potuto recare danni permanenti se non addirittura la morte.
Un giorno però qualcosa cambiò, il destino fece la sua mossa tramutando il nulla in una possibilità.
Aveva finalmente una scelta, alle giuste condizioni poteva diventare una risorsa da utilizzare abbandonando il suo vecchio status di minaccia da evitare.
Ovviamente era necessario un sacrificio e all’inizio il suo orgoglio ne rimase ferito, aveva una possente personalità e con quel stratagemma si sentiva sfruttato e ingabbiato.
Ben presto però capì che poteva finalmente essere utile, forse addirittura riscattare la sua esistenza e creare i legami che aveva sempre sognato.
Poteva cambiare e perdere parte della sua libertà era uno scotto che pagava di buon grado.
Si dedicò alla nuova missione senza concedersi pause, conscio che forse non sarebbero bastate mille vite a compensare il suo passato e purtroppo lui, di vite, ne aveva solo una a disposizione.
E stava arrivando la fine.
E lui, ciò, lo percepiva.
Provava un miscuglio disomogeneo di emozioni, lo dominava la cruda sensazione di essere ancora in forte debito, proprio ora doveva sopraggiungere la morte?
“Due” era triste.

Un colpo di fulmine da manuale, “Tre” ricordava ancora il loro primo incontro.
Elegante nel portamento, bella e sinuosa da togliere il fiato, non era riuscito a resistere a quel fascino magnetico neanche per un istante.
Non sapeva se anche per lei fosse stato lo stesso, non lo aveva mai chiesto e, soprattutto, non gli interessava minimamente.
La loro relazione diventò subito coinvolgente e, da quando era scoccata la scintilla, il loro legame era sempre più stretto.
A volte era capitato di dividersi, più spesso di quanto avrebbero voluto purtroppo, ma il risultato di quelle separazioni forzate era unirli poi maggiormente.
Gli dispiaceva che alcuni si facessero un’opinione sbagliata, ad un osservatore disattento lei poteva apparire fredda e distaccata, persino pungente e pericolosa.
La realtà era diversa, come un cristallo finemente lavorato era fragile e preziosa, un tesoro di inestimabile valore da custodire gelosamente ad ogni costo.
Era proprio ciò che faceva, la sua missione: proteggere il suo amore in ogni modo possibile e da qualsiasi minaccia.
Non poteva permettere che qualcosa le facesse del male, per molto tempo aveva assolto il suo compito alla perfezione ma, purtroppo, non tutto era sotto il suo controllo.
Di recente qualcosa nella sua amata non funzionava correttamente, la fragilità si era manifestata in uno di quei rari frangenti vissuti separati.
Non aveva potuto proteggerla, qualcosa si era irrimediabilmente rotto e si sentiva responsabile.
“Tre” cercava di essere forte ma era difficile nascondere la letale sofferenza che provava nel vedere il proprio amore spegnersi lento ma inesorabile.
Cercava di vivere quel poco tempo rimasto come fosse un dono ma non sapeva davvero come avrebbe resistito al triste e fatale evento sempre più prossimo.
Come poteva vivere senza di lei?

Forse aveva finalmente capito: era la volontà a spingere quelle creature così diverse eppure così uguali nella forza e nella passione che dimostravano.
Sospettò che nessun traguardo fosse potenzialmente impossibile per quegli esseri e, inconsciamente, ne rimase profondamente ammirato.
Erano pronti a sacrificare la loro vita nel nome di una causa se ritenuta profondamente giusta, si erano guadagnati l’onore e il suo più profondo rispetto.
Staccò dunque gli occhi dallo schermo principale, ruotò la sedia di 90 gradi posizionandosi davanti ad un piccolo monitor, allungò le 4 dita lunghe e affusolate digitando rapidamente.
Una voce computerizzata chiese conferma dell’ordine: “Via Lattea… Sistema Solare… Pianeta Terra… Destinazione per insediamento forzato: NEGATIVA”
Premette il tasto di conferma senza esitazione e sussurrò: “Esiste il luogo perfetto, non è questo ma dedicherò tutto me stesso nella sua ricerca, costi quel che costi!”
Aveva appena preso una decisione difficile e pericolosa per il suo popolo ma, ne era convinto, era la scelta giusta.
Senza rendersene conto, il pilota esploratore iniziò a sorridere digitando le nuove coordinate mentre ripensava a tutto ciò di prezioso che aveva appena appreso.
L’astronave attivò i propulsori lanciandosi nel nuovo viaggio.


“Uno” galleggiava senza vita sul bordo del fiume ma ce l’aveva fatta, era riuscito a tornare a casa dov’era nato sei anni prima.
Aveva fecondato le ottomila uova che la sua femmina aveva deposto, proteggendo e difendendo il sito per ben venti giorni prima di soccombere.
Era morto ma aveva raggiunto il suo obiettivo: dopo qualche tempo decine di piccoli salmoni affrontarono l’entusiasmante discesa verso il mare con l’emozione di un’intera vita da vivere e il cuore colmo di gratitudine per il sacrificio compiuto dai genitori.
“Due” era allo stremo delle forze quando vide la coppia spegnere la televisione e alzarsi dal divano, stavano per andarsene quando incrociarono il suo sguardo.
Gli sorridevano felici e per nulla infreddoliti, non lo temevano o, quantomeno, non lo davano a vedere.
A lui sembrò quasi che lo ringraziassero per averli scaldati in quella glaciale serata invernale, forse era solo la sua immaginazione ma gli era comunque sufficiente.
Forse si era riscattato, forse aveva trovato finalmente degli amici.
Pochi istanti dopo, quando l’ultima brace stava per spegnersi nel caminetto, si rese definitivamente conto del suo cambiamento.
“Due” se ne andò per sempre, ma non era più triste.
L’inevitabile futuro si era trasformato in crudele realtà, la sua compagna se n’era andata per sempre e “Tre” era rimasto solo.
Lui la guardava incapace di accettare quel perfido destino finché il dolore per la perdita si trasformò in un dolore diverso, più personale.
Capì che anche per lui era giunta la fine, magari imprevista ma sensata: in un amore totale come il loro, l’uno non poteva sopravvivere all’altro, era impossibile.
Lo scrittore prese in mano la stilografica dal pennino ormai inutilizzabile, la chiuse col suo cappuccio e la gettò senza pensarci troppo nella spazzatura.
Quel banale gesto almeno permise a due innamorati di condividere l’eternità.
“Tre” aveva la risposta alla sua domanda: No, non poteva vivere senza di lei.
Fragmina verborum titivillus colligit horum
Quibus die mille vicibus se sarcinat ille.
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Re: [#1] L'ultima Thule (racconti) 16/01/2015 19:22 #13255

Prendi Thule e scrivila!

I)
Un pianto stridulo poco più in la attirò l’attenzione di Lorenzo che non perse l’occasione per interrogare il padre su uno dei tanti dubbi infantili che avevano cominciato ad albergargli in testa da un po’ di tempo a questa parte:

«Paaa, dove vanno a finire quei palloncini lassù?»
«Saliranno per un po’, poi si sgonfieranno e torneranno a terra. Ma chissà dove, non lo si può sapere…»
«Ma come? L’altra volta che li ho persi io mi hai detto che andavano in un posto dove non si potevano più prendere! E non me li hai più fatto cercare»
«Sicuro? Non mi sembra…»
«Si, io mi ricordo. Avevi detto che finivano sull’isola di Trull e che li teneva il nonno per darmeli indietro»

Cesare faticò nel non spalancare la mascella. Quel diavoletto trasformato da bambino biondo di cinque anni come faceva a ricordarsi di quella storiella?
Aveva talmente rotto le palle quel giorno con questa storia della ricerca dei palloncini che aveva dovuto rinfrescare le sue reminescenze culturali ed inventarsi una storia plausibile ed inattaccabile agli occhi di quel bambino curioso.
Ed ora aveva pochi secondi per incastrare tutti i pezzi ed evitarsi ore ed ore di martellanti perché?

«Appunto. Tu hai tuo nonno che te li tiene. Quel bambino no. Lo vedi che è li di fianco a lui?»
«Ma solo i nonni maschi possono tenere i palloncini che volano?»
«Si, le nonne invece conservano e consegnano tutte le letterine, le preghiere e cose così?»
«E quindi chi le porta le mie letterine se la nonna è ancora viva?»
«Sua madre. Ovvero mia nonna, ovvero tua bisnonna. E se fosse ancora viva la bisnonna andrebbe la trisnonna e così via…»
«E allora perché il bisnonno del bambino non gli tiene i palloncini?»

“Touché” pensò Cesare.
Decise che, da quell’istante in poi, avrebbe smesso di trattarlo come un bambino scemo.

«Sediamoci qui Lorenzo»

Si sistemarono su di una panchina di legno posizionata proprio sulla passeggiata di fronte al mare. Tanto­­­­ valeva sopportare un’altra scenata isterica, una volta per tutte e smetterla di inventarsi storie sconclusionate.
Quel bambino era troppo intelligente ed attento ai particolari. Il gioco non avrebbe più funzionato.

«Vedi, l’anno scorso eri piccolo e non potevi capire. Ma ora sei grande e ti posso dire la verità: non esiste quell’isola. Mi sono inventato tutto perché continuavi a piangere ed insistere di continuare a cercare. Ti conosco bene e so che sei molto testardo. E fai bene ad esserlo. Ed è per questo che ora ho deciso che ti dirò sempre la verità. Perché per me sei diventato grande»

Lorenzo fece una piccola smorfia e corrucciò leggermente la fronte nonostante continuasse a mantenere i lineamenti levigati della giovane età.

«Ma quindi mi hai sempre detto le bugie? Ma le bugie non si dicono…»

L’ultima frase si tramutò quasi in un piagnucolio ma Lorenzo, spinto forse da un moto di orgoglio, tirò su il moccio dal naso e proseguì:

«Lo avevo pensato. Anche perché la nonna mi ha detto che il nonno è in paradiso e in paradiso si va senza corpo e quindi senza corpo come poteva tenere i miei palloncini in mano?»
«Bravo Lorenzo. Giusta intuizione. Mi perdoni per la bugia?»
«Solo se non me ne dici più, va bene?»

Cesare non fece in tempo ad annuire che Lorenzo aggiunse: «… e se mi compri il gelato quello frizzante».

Cesare sorrise.
Rimase spiazzato dalla reazione di quel piccolo diavoletto biondo che aveva dimostrato una maturità inaspettata ed un senso pratico del commercio degno del migliore dei rigattieri.

Al ritorno a casa, Lorenzo non fece a tempo a varcare la soglia di casa che corse incontro alla nonna urlando:

«Nonnaaa!!! Papi mi ha detto che sono diventato grande»
«Qu’est-ce que qu’il vous a dit?»
«Che sono grande e che non mi dice più bugie»

Nonna Armelle s’irrigidì a sentire quelle parole:

«Busgie? E che busgie ti ha detto?»
«Che non è vero che il nonno è sull’isola di Trull che tiene i palloncini che ho perso. Quindi hai ragione tu. È in Paradiso»

La nonna tirò un sospiro di sollievo e ritornò a rilassare tutti i muscoli che aveva contratto.
Poi tornò ad incalzare:

«Ma cosa è questa storia dell’isola di Trull? Cesare?! Cos’è, non sei più cristiano? Cosa sono queste idee pagane?»

Cesare, rimasto leggermente attardato, capì subito che Lorenzo aveva già aggiornato la suocera sulla loro uscita.

«Niente, una storiella che raccontai a Lorenzo un anno fa circa per farlo smettere di piangere visto che aveva perso i suoi palloncini. Ma ora che è diventato grande ho preferito dirgli la verità. Ovvero che il nonno è in paradiso senza corpo e che quindi i palloncini chissà dove si saranno persi»
«Certo che sarebbe bello cercali eh Papà?»
«Sarebbe bello si ma ora stanno iniziando i cartoni. Lo faremo un altro giorno…»

Cesare si pentì di quella frase nel momento stesso in cui aveva cominciato a pronunciarla. Sapeva perfettamente che quel diavoletto biondo non si sarebbe dimenticato di questo dettaglio e chissà per quanto tempo avrebbe insistito ancora per completare quella ricerca.


II)
Lorenzo continuava a fissare il feretro del padre con aria smarrita.
Nonostante fosse diventato adulto, a capo di un’altra famiglia e con una posizione in società di tutto rispetto, quella morte lo aveva trovato comunque impreparato.
Sono però incredibili i ricordi che possono ritornare in mente proprio nel giorno del funerale.
Lorenzo pensava ai palloncini ed alla storia che il padre gli aveva raccontato per rabbonirlo. Cominciò a domandarsi perché gli avesse raccontato proprio di un’isola e da dove derivasse quell’idea che suonava a tratti bislacca.
Si ripromise di fare qualche ricerca, una volta tornato a casa, pur consapevole che gli impegni stringenti non avrebbero concesso chissà quanto tempo da dedicarci su.
Stava lavorando su uno dei suoi libri e, l’editore, gli stava alle calcagna perché aveva promesso l’invio della versione definitiva da qualche mese ed ancora non l’aveva completata.
D’altronde, se lo poteva permettere.
I precedenti tre lavori avevano venduto discretamente e l’ultima sua pubblicazione – “Prendi la tua vita e vivila!” - era diventato un best-seller.
In verità Lorenzo non amava scrivere di queste cose. I suoi studi filosofici sembravano sprecati ma doveva pur mantenersi e, quella schiera infinita di lettori insicuri di ogni loro scelta, lo aveva osannato a tal punto che lui stesso si sentiva a disagio quando veniva trattato come un Maestro di vita.
Ma poi ci ricascava sempre. Iniziava con un’idea, la faceva leggere e gli veniva caldamente consigliato di cambiare rotta e di orientarsi di più verso il proprio target di lettori.
Così finiva per scrivere tutta una serie di edulcorati luoghi comuni fintamente profondi ed ispirati. Altro non erano che rassicurazioni, banali e scontate, che facevano però breccia nel cuore di chi leggeva.
L’acutezza di Lorenzo, manifestata fin da quando era infante, s’era fatta strada anche da adulto ed era riuscito comunque a fare un lavoro in un ambiente che ammirava seppur costretto troppe volte a scrivere di ciò che non voleva.
Come era solito dire nelle chiacchierate con gli amici più intimi:
«…e poi trovatemi un lavoro dove non capiti di fare qualcosa controvoglia…».
Ecco, quei best-seller erano per lui l’obbligo di lavorare più che il piacere di farlo. Ma era un obbligo necessario per continuare a percorrere quella strada di vita.

Ebbe finalmente una serata un po’ più libera e non perse l’occasione di fare la ricerca dell’Isola di Trull.
Impiegò qualche minuto per collegare quella storia con i suoi studi. La chiave di svolta fu quando comprese che l’isola raccontata dal padre non era quella di Trull ma, quasi sicuramente, quella di Thule.
Trull doveva essere in tutto e per tutto la classica storpiatura di pronuncia tipica dei bambini.
Lorenzo aveva da sempre ammirato il padre ma non credeva che potesse avere anche delle reminescenze culturali così profonde e raffinate.
Ne rimase tanto colpito che dedicò molto più tempo di quanto non pensasse.
Collezionò parecchie informazioni e, nel ricostruire la figura del padre attraverso i ricordi, incastrò anche questo pezzo.
Quel padre tanto apprezzato non era poi così diverso dai tanti lettori-ammiratori con cui aveva a che fare quasi giornalmente.
Il mito di Thule altro non era che la speranza che ci fosse sempre qualcosa da scoprire come se il nuovo fosse necessariamente migliore del presente.
Questo, Lorenzo, non riusciva ad accettarlo. Anche perché la razionalità lo portava a pensare che la definizione stessa di “ultima Thule” fosse un qualcosa di totalmente irrazionale.
Perché sforzarsi di cercare cose migliori e perché non vivere invece al meglio la propria vita?

Nel momento stesso in cui pensò questa cosa, un brivido scosse la schiena di Lorenzo.
Stava esattamente pensando come quando scriveva controvoglia. Ed ora era sinceramente combattuto.
Chiuse tutto un po’ snervato ma al tempo stesso ritrovò una nuova energia per prendere in mano la bozza definitiva che doveva inviare.
“Prendi te stesso e stimalo!” si sarebbe sicuramente arricchito di un nuovo capitolo prima dell’invio.


III)
L’editore aveva appena rispedito al mittente la bozza definitiva con le modifiche da apportare. Alcune largamente prevedibili. Lorenzo però quasi non volle credere che proprio quell’ultimo capitolo non fosse stato toccato.
“Meglio così” pensò, “meno lavoro da fare…” ma dentro di se, il suo ego, aveva ricevuto una gratifica enorme. Finalmente sentiva di poter pubblicare almeno un capitolo di un suo scritto come Lorenzo figlio di Cesare e non come Lorenzo compagno di penna del target di lettori.

Qualche mese dopo, ad uno degli incontri organizzati per l’uscita del libro, non mancarono le solite domande di rito alle quali Lorenzo era più che abituato a rispondere.
Quando però uno degli avventori domandò: «qual è per lei la sua ultima Thule? Perché nel suo libro ne parla ma lo fa sempre da osservatore», Lorenzo si prese qualche secondo.

«Per me non esiste un’ultima Thule. Non solo geograficamente perché considero lo spazio infinito ma anche filosoficamente. Poniamo il caso che prima o poi si scopra che l’Universo sia in verità finito e si riescano a tracciarne i confini. Beh, anche in quel caso, l’ultima Thule fisica sarebbe scoperta ma non quella astratta. Noi esseri umani abbiamo la possibilità di astrarre un qualunque luogo e reinventarlo all’infinito. E quindi non sarà certo un confine a dirci che quella è l’ultima delle terre rimaste. Ma mi spingo oltre. Poniamo anche il caso che l’essere umano diventi così onnisciente da riuscire anche a conoscere la data esatta della sua fine. Ecco, quella sarebbe l’ultima Thule del genere umano per come conosce il mondo ma non nel senso più generale. Ed anche se la fine del genere umano e dell’Universo coincidessero ci sarebbe comunque un dopo. Inimmaginabile ed indefinibile ma sarebbe comunque un dopo».

«E quindi perché scrivere un intero capitolo su una cosa che non esiste? Tra l’altro, e mi scusi la presunzione, decisamente slegato dal resto del libro?».

Lorenzo esitò qualche istante prima di decidere come rispondere. Poi optò per la via pacifica del vigliacco:
«Beh, lo dice anche il titolo: per scoprire se stessi e stimarsi». Sorrise e poi si affrettò ad aggiungere: «ci sono altre domande in sala? Altrimenti avrei un treno da prendere».

Mentre il mondo scorreva indistinto dal finestrino, mescolando colori e forme, continuava a pensare d’aver sprecato l’occasione.
Poi si fece un esame di coscienza.
Quella dello scrittore frustrato era tutta una scusa. Un bel modo per dipingere se stessi, nascondersi agli occhi di chi non si apprezzava e di raccontarsi invece in maniera un po' misteriosa agli occhi di chi si voleva stupire e con i quali ci si riteneva affini.
In verità a lui piaceva accontentare il prossimo con delle banalità. Lo faceva sentire utile e ben voluto.

Prese se stesso e si sfatò proprio prima di entrare in galleria.
Fragmina verborum titivillus colligit horum
Quibus die mille vicibus se sarcinat ille.
Ultima modifica: 16/01/2015 19:23 Da Titivillus.
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Re: [#1] L'ultima Thule (racconti) 05/02/2015 14:02 #13381

Un copione mai scritto

Playlist: L’amicizia, il dolore, la rabbia, l’amore

Ho impiegato gran parte della mia vita prima di arrivare dove sono arrivato. Dal giorno della mia nascita ad oggi sono passato come tutti, inevitabilmente, attraverso un’ampia gamma di emozioni, sentimenti, sensazioni. Ricordo abbastanza nitidamente alcune delle mie “prime volte”. All’età di sei anni conobbi uno di quelli che posso annoverare tra quella piccola schiera di persone che ho il privilegio di chiamare “Amici”. Certo, di
primo acchito non capii subito che lo sarebbe stato ma non me ne faccio una colpa. A sei anni pensi solo a far rotolare le biglie all’interno di un percorso fatto di terriccio o sabbia, non di certo a quella che sarà la tua vita futura. O meglio, magari lo pensi, ma non con cognizione di causa. Quello fu il mio primo contatto con l’amicizia. Se guardo da dove siamo partiti capisco che abbiamo potuto dare valore a quello che abbiamo vissuto solo vivendolo. Sembrerà un pelo lapalissiano, ma non lo è affatto. Quante volte abbiamo
pensato di conoscere una persona, esattamente come abbiamo pensato di conoscere una via alberata percorsa distrattamente per anni, salvo poi accorgerci di un balcone malandato, un mattone fuori posto, qualcosa che avrebbe potuto compromettere l’intera struttura ed armonia del viale? I sentimenti non sono immobili pezzi di ghiaccio – per fortuna – ma entropico caos nel quale trovare una o più persone con le quali mettere un po’ di ordine in questo universo così frenetico.

Voglio provare a fare una tipografica lista di parole. A questo parole abbiamo attribuito un significato, il significato di “sentimento”: dolore, rabbia, delusione, felicità. Queste sono le prime che mi vengono in mente. Noterete che tre su quattro sono da considerare “negative” e solo una “positiva”. Non sono una persona “negativa” – in genere – e non fate l’errore di dare un peso puramente aritmetico a questi termini. Non è il caso.

Il copione di questi sentimenti è però spesso ripetitivo: cambiano gli interpreti ma non le modalità. Prendiamo ad esempio l’amicizia, sentimento con il quale ho voluto aprire. Ogni Amicizia – “A” rigorosamente maiuscola – è varia, non fraintendetemi. Non voglio che questo sentimento sia ridotto a misera proprietà commutativa. Se è però pur vero che come recita il vecchio adagio, "i veri amici si possono contare sulle dita di una mano" (forse per qualcuno due; siete delle mosche bianche), è altresì vero che raramente si avrà un solo, vero, unico grande Amico (“A”).

E non potremo dire di vivere lo stesso copione, o un copione approssimabile – se così vi rimane più facile da digerire – per ognuno dei sentimenti elencati in precedenza?

C’è dolore e dolore, ma sfido qualsiasi di voi, alla fine della vita, al momento del' ultimo respiro su questo pallone sgonfiato agli estremi che una qualche divinità (forse) si è divertita a scagliare lontano anni luce da lei, a decidere se è stata peggiore, per così dire, la morte del proprio padre o della propria madre: non si saprà decidere.

Per quanto riguarda la rabbia non spendo nemmeno parole, non se le merita.

Si è forse più delusi per una sconfitta personale – in qualsiasi ambito questa avvenga – rispetto a quanto non lo siamo per una persona cara?

Felicità? Se qualcuno conosce una unità di misura me lo faccia sapere: io non sono mai stato, né sarò mai, un po’ felice.

Voglio invece parlarvi di un sentimento che ho scoperto solo da un quarto della mia vita. L’amore. E’ l’ultima emozione mai provata per la prima volta, e lo sarà per sempre. Inoltre è una cosa perfetta ed irripetibile: un po’ come la vita nell’universo. Non ha un copione che si ripete. Parliamo di una cosa mai scritta e probabilmente anche indecifrabile, nelle mille sfaccettature, per chi tentasse di leggerla dall’esterno.

Facciamo un po’ di chiarezza.

Mi rivedo sette anni più giovane, i rayban aviator mi conferiscono un’aria quantomeno buffa, i capelli sono decisamente più corti di oggi, di peli in faccia nemmeno la più lontana ombra. Le scuole superiori sono appena terminate ed ho sostenuto l’esame di stato superandolo a pieni voti. Ad Ottobre mi attende una nuova città per i successivi tre anni di studio universitario. La testa è sgombra e non potrebbe essere altrimenti. Potrebbe il mondo essere più bello di così? No, non credo. Decido di prestare servizio di volontariato, come l’anno prima e quello prima ancora, a persone anziane ed invalide. "Fai del bene e del bene ti sarà fatto" Ci credo? Non lo so, ma sto per crederci. Con me in quella quattro-giorni fuori casa c'è quel mio Amico che ci ha accompagnato all’inizio di questo racconto. Come un provetto Cristoforo Colombo metto un piede a terra pensando di essere giunto alle Indie ed invece mi ritrovo davanti qualcosa di totalmente sconosciuto. Scorgo tra le tante persone, tutte vestite in maniera identica – pensate che le ragazze sono tenute a prestare servizio vestite da suore (SIC) – un paio d’occhi grandi in cui aiuto sono venuti, scoprirò successivamente, diversi anni prima un paio di occhiali da vista rossi. La bocca piccola è sorridente e rivela una vera e propria perla: un diastema. Colombo non ha capito subito, ma io si: è immediatamente un’altra cosa, non c’è copione in questo caso. Com’era la domanda precedente? Potrebbe il mondo essere più bello di così? No. Si.

La giornata trascorre piena di frizzante adrenalina di cui il mio organismo è gonfio. Estraggo un’ideale agendina ad ogni suo passaggio e mi annoto mentalmente un particolare, un profumo, un’emozione di quel momento. Poi ripongo gli appunti gelosamente.

Tornati in albergo, al momento della buonanotte e poco dopo lo spegnimento delle luci, gli appunti che mi ero ripromesso sarebbero dovuti rimanere segreti sono già in parte svelati. Mi rivolgo agli amici facendo una descrizione sommaria della mia futura fidanzata e concludo cercando assenso

« Ci fa eh? » chiedo in maniera dialettale nel buio, auspicando una risposta positiva.

Il mio compagno di viaggio mi risponde dandomi la peggiore notizia possibile in un momento come quello:

« Non vorrei dire una cavolata, ma penso che sia fidanzata »

Potrebbe il mondo essere più bello di così? No. Si. Si!

Stupore? Rassegnazione? Invidia? Quale cocktail di emozioni mi aveva fatto ingoiare tappandomi il naso e costringendomi a bere con forza? Torno così a fare visita alla terra dello Stupore, alla terra della Rassegnazione (apparente), alla terra dell’Invidia: tutte terre che conoscevo alla perfezione. Quando rientro nella mia stanza d’albergo M. ha già proclamato un altro paio di affermazioni che ho sentito ma non ascoltato, infatti non le ho capite. Gli chiedo di ripeterne una, una in particolare, sperando di aver inteso bene. Me lo conferma.

« Probabilmente però ho capito male, non lo so »

Gli amici, vatti a fidare…

Nei giorni successivi la osservo da lontano e ne “studio” i movimenti. Si aggira sempre con un’amica. Il piano è chiaro: entrare nelle grazie dell’altra per farmi notare da lei; sono troppo timido per un contatto diretto – caratteristica che perderò da lì a breve, per sempre. Il dubbio di un ipotetico fidanzato sembra essere rimasto relegato nell’angolo del cervello di qualcun altro perché quando la vedo, gli impulsi elettrici del mio mi risultano talmente nuovi da farmi dubitare che nella mia testa ci sia qualcosa che mi appartenga veramente. Ed è ancora, subito, un’altra cosa. Quando trovo il coraggio quel pomeriggio la avvicino mentre impila delle sedie utilizzate durante una processione di piazza. Non ci sarebbe bisogno di chiederle il nome perché ognuno di noi porta una targhetta recante il proprio, accompagnato dal cognome. Ma lo faccio ugualmente, per sciogliermi un pelo. E mentre lo faccio alterno lo sguardo, celato dai Rayban neri, tra il cartellino, il suo diastema, i suoi occhi e le mie scarpe Adidas bianco/verdi rigonfie di trifogli e di testi di canzoni trascritte da me con una biro nera. Non le lascio il tempo di dire molto, parlo praticamente soltanto io – leitmotiv della nostra relazione. Per uscire dall'imbarazzo le propongo un gioco di prestigio: afferro una moneta, mi addentro in qualche frase sconnessa e ... la moneta sparisce. Abbozzo un sorriso mentre spero che questa non cada da dietro il palmo della mia mano.

“Non cadere, non cadere, non cadere ti prego” la imploro con gli occhi, il viso, le guance, la bocca tremante.

Lei appare stupita ed è a quel punto che mi avvicino con la mano e per la prima volta in assoluto abbiamo un contatto fisico: le sfioro i capelli, quelli dietro l’orecchio, e faccio finta di estrarre la moneta da quella posizione in maniera abbastanza goffa per l’emozione. La sua amica ci passa alle spalle, ci guarda con un sorriso. Io ho gli occhi altrove per l’imbarazzo e noto un sacco di questi inutili particolari. Poco importa.

Nelle ore successive le mie attenzioni sono alternate tra lei e l’amica: devo assolutamente evitare la ragazza col diastema, non so cosa dirle perché mi spiazza ad ogni sguardo. Il giorno passa così, veloce.

Il terzo (e praticamente ultimo) giorno si apre nel migliore dei modi. Rifiuto di presenziare alla messa e compro un quotidiano sportivo. Mi piazzo fuori dalla chiesa ed inizio a leggerla. Ma non la leggo veramente, mi guardo in giro e sono strategicamente piazzato in linea d’aria davanti al portone dal quale dovrà uscire. Ed esce. La gazzetta? Giuro di non aver mai avuto alcuna gazzetta in mano, ma non la chiudo, la osservo e non la vedo. Lei si avvicina con l’amica, mi salutano, alzo appena gli occhi e contraccambio mentre commento con il mio amico G. una notizia. Chiudo il giornale (meglio non tirare troppo la corda) ed affermo che non parteciperò alla messa. Loro si uniscono a me.

La sera ci troviamo in cinque a dover effettuare il servizio notturno: il peggiore se contate che è l’ultimo prima delle pulizie e della partenza della mattina successiva. Noi siamo al nostro reparto (in tre) e loro sono al loro (in due). Convinco qualche nottambulo a fare il turno al posto nostro (a proposito, grazie nottambulo, non ti conosco ma ti voglio ringraziare!) e raggiungiamo le ragazze fuori in piazza, davanti al
loro edificio. Nonostante sia Agosto la temperatura richiede delle coperte. Ne prendo una ed invito la ragazza con il diastema a stendersi accanto a me sul selciato freddo della piazza di L. Il cielo è aperto, stellato, non so nemmeno io cosa sia successo in quel momento. Ci siamo toccati nell’intimo delle nostre anime e l’abbiamo fatto attraverso le nostre mani, in maniera – credo – casuale. Un palmo s’è incontrato con l’altro, le dita hanno danzato, per un momento, ma non hanno osato incrociarsi. L’odore s’è fuso generando un nuovo unico inesistente profumo. E’ durato un attimo ma non è stato un contatto fugace, repentino. Da lì in poi, tutto buio ...

Potrebbe il mondo essere più bello di così? No. Si. Si! Ovviamente no.

Bonus track

La ragazza con il diastema era veramente fidanzata. Lo scoprii cercando di invitarla, terminata quella esperienza di volontariato, a fare un’uscita insieme. Non c’è bisogno che descriva le vecchie emozioni provate. Nella notte tra il 21 ed il 22 di Ottobre dell’anno 2007, dopo una serata che sembrava ormai terminata, sotto casa sua ci scambiammo il nostro primo bacio. Primo di una lunga serie quella notte.

Il mio amico M. è ancora convito di aver causato la caduta di un fulmine in piazza a L. Sarebbe una storia divertente, ma non c’è il tempo.

L’anno successivo, nella stessa piazza, avemmo la prima, grande, litigata.

L’amore nei miei sentimenti è la mia “Ultima Thule”: non ci saranno più emozioni così nuove, intense, devastanti, dopo questa.
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Re: [#1] L'ultima Thule (racconti) 09/02/2015 17:15 #13393

Il tempo, l'isola e gli anagrammi

Ricordava ancora quando il primo se ne andò. Luìs aveva solo 7 anni ma capì subito che le cose sull’ isola sarebbero cambiate.
Yenom, un uomo non più alto di un metro e mezzo, con addosso più chili che intelligenza, se ne stava impassibile sul molo con lo sguardo rivolto verso l’orizzonte in attesa di qualcosa. Aveva da poco compiuto 35 anni, e li aveva passati tutti per conto suo, al mattino a pescare, e il pomeriggio nella sua casa, senza interagire mai con la comunità.
Dalla linea che divide il cielo dal mare, uno sbuffo di fumo nero si levò alto e si face sempre più vicino. La nave attraccò e Yenom con un sogghigno beffardo salì senza salutare nessuno. Da quell’istante la tranquillità e la pace se ne andarono dagli occhi degli anziani del villaggio, e la preoccupazione e la paura si insinuarono tra le loro profonde pieghe del volto.
Dopo una settimana la scena si ripetè, questa volta sul molo con in mano una valigia di cartone c’erano Susy e Carl, i vicini di casa di Yenom; non diedero spiegazioni e salutarono velocemente solo le persone a loro più care, poi venne la nuvola di fumo nero, e con essa la nave, e in poco tempo scomparirono dalla vista degli abitanti.
La nave dopo pochi mesi tornava ormai con cadenza settimanale, e gli imbarchi erano sempre più numerosi.
Fu la sera del primo giorno di scuola media che Luìs decise di chiedere spiegazioni ad un anziano del villaggio; quel giorno a scuola, infatti, il preside disse che avrebbe raggruppato tutti gli studenti in una classe unica, visto il numero esiguo di quelli rimasti. Perchè stavano scappando tutti?

Jumica viveva in cima al promontorio, alle spalle del villaggio a due ore dalla casa di Luìs, che mentre camminava tra i vicoli del villaggio, captava piccoli particolari, atteggiamenti e discorsi insoliti, provenienti dall'interno delle case.
Il sole ormai offriva i suoi ultimi raggi. Quando arrivò alla capanna, il vecchio Jumica, seduto su di una panca, gli dava le spalle e con la testa alta si godeva gli ultimi tepori prima dell’arrivo della brezza serale.
“Ciao ragazzo”, gli disse voltandosi e sorridendogli.
“Salve, Jumica”
“Dura questa salita eh? Vieni dentro che ti offro qualcosa da bere”
La capanna sembrava più grande del reale, forse per i pochi oggetti presenti; nell’angolo un fornelletto e sopra di esso alcune pentole appese alla parete, un letto dalla parte opposta e al centro della casa un tavolo di pino al quale il giovane prese posto, niente più niente meno.
La casa dei suoi genitori, dove viveva all’epoca, non era di sicuro la più bella tra le tante altre del villaggio, ma in confronto a questa aveva molte più cose e risultava più confortevole.
“Una volta tutte le case erano così ragazzo”
Il saggio stava mescolando il thè e gli dava le spalle quando lo sorprese con quell’affermazione, evidentemente, la sua curiosità e il suo stupore, avevano superato i confini della sua mente ed erano ben visibili agli occhi dell’anziano.
“Mi scusi, è solo che tutte le case che ho visto fino ad ora sono molto diverse, e perfino la mia ha qualcosa in più”
“in più o di troppo?”
“Come scusi?”
“Non sei forse venuto per questo? Tieni bevi questo thè fin che è caldo”
“grazie, io in realtà sono venuto per capire il motivo di queste partenze”
Il vecchio sorrise dolcemente, e il giovane intravide nella sua espressione una lieve malinconia.
“Le persone in genere tendono ad andarsene dai luoghi a cui appartengono per due motivi, o perché non sanno accontentarsi e vogliono sempre di più, o perché quello che hanno non basta a sopravvivere”
“Ma noi abbiamo tutto per vivere qui sull’isola”
“Esattamente figliolo, l’isola ci da la possibilità di coltivare praticamente qualsiasi ortaggio e pianta, gli animali sono numerosi in ogni loro specie; a nessuna persona in tutto questo tempo è mancato un letto dove coricarsi, o delle persone pacifiche con cui confidarsi; ognuno è libero di praticare il mestiere che più gli garba e tutto viene condiviso, senza uso di soldi”.
“Soldi? Cosa sono?”
“Uhm, non avrei dovuto nominarli. Va bene, dato il periodo che stiamo vivendo e visto che sembri diverso dai ragazzi di oggi ti spiegherò alcune cose;
“Come ben sai, al di là dell’orizzonte c’è un mondo intero, l’isola è solo una parte delle terre abitate, ma ti sei chiesto come mai nessuno è venuto in questo posto?”
“No”
“Migliaia di anni fa l’intero pianeta era come quest’isola, ne più ne meno; il ritmo della vita, la condivisione e tutto quello che vedi e che fai, si faceva ovunque. Poi qualche ‘luminare’ introdusse l’uso della moneta”
“I soldi!” esclamò il ragazzo arrossendo per aver interrotto il vecchio saggio.
“Esattamente, le persone non scambiavano più i beni amichevolmente tra loro, ma li vendevano in cambio di monete, così in poco tempo la gente iniziò a lavorare non per condividere il necessario, ma per produrre il più possibile in modo tale da avere più soldi; la fame di denaro cresceva sempre più, come crescevano i tipi di lavoro che producevano beni superflui, che non rendevano migliore la vita dell’uomo, anzi, ma erano necessari per accumulare ricchezze e continuare così un circolo vizioso senza fine. La gente non viveva più, quel poco tempo disponibile che aveva lo passava davanti alla tv. Già, fu quest’invenzione la goccia che fece traboccare il vaso, è “grazie” alla tv che 50 famiglie spalancarono gli occhi e si accorsero di come il mondo stava andando alla deriva, e decisero di andarsene cambiando completamente vita; vennero ad abitare su quest’isola, a ricominciare a vivere come prima dell’arrivo dei soldi; ti vedo turbato, è normale, ma credimi, fu l’ultima decisione saggia presa dall’umanità.”
“Non mi piace la parte di mondo che mi hai descritto, ma dimmi anziano, cos’è la tv?”
“E’ una aggeggio in cui puoi vedere e sentire le persone anche se sono lontane da te e non le conosci, queste persone parlano, ballano, cantano, e fanno qualsiasi cosa si possa fare sulla terra. Può sembrarti una buona cosa, e lo sarebbe stata se non fosse che la gente più accendeva questi apparecchi e più spegneva il proprio cervello, col tempo si lasciava condizionare e in poco tempo perdeva la capacità di pensare con la propria testa e prendeva per sacra verità tutto quello che usciva da quella scatola!”.
“Ma tutto questo è assurdo, come fanno a vivere così?”
“A questo non ti so rispondere, so solo che un giorno Yenom, mentre era a pesca più al largo del solito, incontrò una nave straniera, e parlando con l’equipaggio si è lasciato subito affascinare da queste cose, dopo vari incontri si fece venire a prendere; e dopo di lui seguirono gli altri” .
Il vecchio fece un lungo sospiro e uscì dalla capanna, con le mani giunte dietro la schiena si mise a guardare il cielo.
“Ora va a casa figliolo che si è fatto tardi e cerca di non cambiare”
“Glielo prometto!”
L’ultima cosa che ricordava di quell’incontro fu la luna che lentamente si alzava e che si rispecchiava negli occhi umidi di Jumica.
Luìs ripercorse il sentiero correndo, senza rallentare un solo secondo, l’immagine del vecchio quasi in lacrime e tutte le cose che gli aveva detto gli facevano dimenticare il dolore alle gambe, e in un ora era di nuovo a casa.

I suoi genitori si ammalarono e morirono a pochi mesi l’uno dall’altro quando ormai Luìs aveva 19 anni e sull’isola erano rimasti si e no una sessantina di persone. Era il più giovane, fatta eccezione dei gemelli di 10 anni che si sarebbero imbarcati con il resto della famiglia il venerdì seguente.
La sua vita al di là di tutte queste partenze scorreva tranquilla e nei migliori dei modi, si svegliava all’alba, e con l’imbarcazione, che prima fu di suo padre, andava al largo, rientrando non prima di 3-4 ore carico di pesci spada, salmoni e tonni che avrebbe poi scambiato per del pane o delle uova, talvolta per degli ami nuovi o in cambio di lavori di manutenzione alla sua abitazione.

All’inizio nessuno sapeva, oltre agli anziani, il motivo della partenza di Yenom e degli altri. Ora il motivo, grazie alle notizie che giungevano tramite la barca, era uno dei principali discorsi che si sentivano attorno al falò serale. I futuri emigranti provavano a convincere tutti descrivendo come sarebbe migliorata la loro vita lontani dall'isola;
“Nel resto del mondo esistono macchine che in breve tempo ti portano da una parte all’altra delle città. Ci sono luoghi dove tutto il cibo e le altre cose sono prontamente a disposizione, senza necessità di produrle noi.”
Luìs se ne stavo li fermo a fissare il fuoco, e pensava all’inutilità di tutte le cose che andavano via via a elencare; perché mai dovrei spostarmi più velocemente? Per guadagnare tempo? Ma se il tempo qui sull’isola è tutto quello che ho, che senso ha sacrificarlo per potermi permettere una macchina per poi usarla per guadagnare tempo?
Se ne andò via dal falò prima di tutti, disgustato da come quelle persone stavano portando la loro vita verso il declino, e per come cercavano di portare con se anche quelli che avevano resistito alla tentazione di una vita piena di agi e sciocchezze.

Il suo ultimo falò si tenne una calda sera di luglio. Attorno al fuoco erano in 20, tutti quelli rimasti. L’indomani la nave sarebbe arrivata puntuale, e altri 4 se ne sarebbero andati a vivere tra stress, preoccupazioni e lotte tra orologi e calendari per guadagnare tempo.
Quella sera a cercare di convincere i “superstiti” fu una donna di nome Ympet, erano mesi che voleva partire ma la paura dell’acqua l’aveva sempre frenata, ma questa volta era decisa ad andarsene, e lo si capiva dall’entusiasmo che metteva nei suoi discorsi.
“Ora tutti sapete quante cose belle ci sono al di là del mare, e avete capito anche che non ci si deve per forza sporcare le mani per averle. Ci sono persone che si fanno fotografare nude e guadagnano molti ma molti soldi ihih” la risata che faceva da quando si mise in mente di cambiare vita, era falsa quasi come la vita che ambiva di voler fare.
“Cari miei, forse non sapete, che tranne su questa isola schifosa, in tutto il mondo esiste un congegno magico chiamato televisione! Quando siete soli o magari fuori fa freddo invece di dover andare fino in centro al paese per un misero falò, potete stare comodi sulla vostra poltrona e guardare per tutto il tempo che volete il programma che più vi piace! Senza i tanti rumori del mare o del vento e senza dover parlare con nessun’altra persona! Non è fantastico ragazzi?!”
“Al di là che tutta questa tv vi tramuterà da persone autonome e brillanti ad automi stupidi e standardizzati, dimmi Ympet, cosa dovrai barattare per avere tutto ciò?”
“Parli ancora di condivisione ahah, la condivisione è per i falliti e i poveracci che rimangono qui! Di là ci sono i soldi e con quelli puoi ottenere tutto quello che vuoi!”
“La vera ricchezza è il tempo, il tempo inteso come quello che abbiamo qui; poter decidere come sfruttarlo concretamente e non rimbecillendosi stando seduti davanti ad una scatola”.
Nessuno lo stava ascoltando, avevano orecchie solo per lei e nei loro occhi si intravedeva già la dipendenza dal denaro.

Il mattino seguente, Luìs si trasferì nella casa sul promontorio, appartenuta a Jumica, deceduto ormai da diversi mesi. La vigilia di natale sentì la sirena della nave che per l’ultima volta se ne andava dall’isola, con quell’ultimo viaggio il mondo fatto di frenesia, cemento e denaro si era preso le ultime ignare vittime.
Tutti erano partiti tranne lui, che capiva ogni giorno di più l’importanza di quello stile di vita. Tutte le mattine tornava alla sua imbarcazione, e andava a pescare; al ritorno verso casa raccoglieva qualche frutto, e il pomeriggio lo passava nell’orto o ad aspettare i colori vivi del tramonto. Aveva tempo da vendere, ma non l’avrebbe mai fatto per nessuna cosa al mondo, lui era l’ultimo abitante e l’ultimo saggio dell’ultima Thule.

Due esploratori, 80 anni dopo trovarono la sua capanna, nel legno del tavolo un messaggio inciso: “Siate voi le lancette del vostro orologio”.
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Re: [#1] L'ultima Thule (racconti) 15/02/2015 16:24 #13419

Sophia

Io Guglielmo Ludovisi, mi accingo a vergare le mie ultime parole, chiuso in questa cella fredda e umida, certo ormai di avere pochi giorni da vivere se non addirittura poche ore. Nacqui figlio cadetto in una delle più importanti famiglie di Bologna e per me venne scelta la carriera ecclesiastica, anche se non nutrivo alcuna vocazione e mai il Signore me la concesse nel corso degli anni, più avvezzo a tirare di spada, a gozzovigliare con gli amici e ad insidiare la virtù delle donne, senza timore di perdere la mia anima immortale.
Un profondo affetto e una grande fiducia reciproca mi legavano al mio primo cugino, Alessandro, cardinale arcivescovo della nostra gloriosa città e fu così che venni inviato come legato alla Corte di Sua Santità Paolo V, sul finire del 1612. Amai fin da subito Roma, lo splendore dei palazzi, il panorama che si apriva salendo i Colli, l'opulenza e il potere della Chiesa. E amai anche i bassifondi, le bettole e le servette, le prostitute, i duelli all'arma bianca. Evidentemente la sete di avventura non si era ancora spenta nel mio sangue nonostante l'Altissimo mi avesse già concesso trentacinque anni su questa Terra.
Nella notte del 13 marzo del 1613 accadde però la catastrofe destinata a mutare l'Italia e il Mondo tutto: una serie di comete si abbatté al suolo, distruggendo le regioni centrali, spazzando via le città di Bologna, Firenze e Napoli, lasciando Roma gravemente ferita, se non agonizzante. La sede pontificia, il Palazzo del Quirinale e Castel Gandolfo rimasero in piedi senza aver subito le ingiurie di quelle palle infuocate provenienti dal cielo ma i terremoti che seguirono la terribile caduta fecero sì che la Città Eterna venisse abbandonata, ormai insicura. Tutte le ricchezze del papato, tutta la saggezza e il potere della Chiesa finirono per risultare inutili, superflue, se confrontate con l'ira di Dio. Trascorso più di un anno, mi piace pensare che tra le stelle che caddero sopra di noi vi fosse anche la Cometa che aveva annunciato la venuta di Nostro Signore Gesù Cristo e che la punizione sia stata comminata per punire i molti peccati mondani e la sporcizia connaturata al genere umano.
Eppure in me il desiderio di vivere era ancora forte. Scappai assieme al seguito dello stesso Pontefice, ma essendo egli un uomo non più giovane e piuttosto cagionevole di salute lo perdemmo presto, in seguito a problemi polmonari causati da una terribile pioggia.
Deceduto Sua Santità il seguito si disperse ed io cominciai a vagare assieme ad altri uomini giovani e forti, cercando di sopravvivere cacciando e vivendo di espedienti. Non fu semplice resistere agli attacchi dei briganti o alle insidie della natura, così mutata dopo la terribile catastrofe che ci aveva colto. La primavera e l'estate ci aiutarono grazie a un clima dolce e alla fine di agosto riuscimmo a riparare sulle montagne dell'Irpinia, nascosti in un rifugio sicuro.
Ma un autunno straordinariamente freddo, la prima neve cadde già a metà settembre, ci colse, fiaccando la nostra speranza di sopravvivenza. Fu allora che sentimmo parlare da un viaggiatore morente che ospitammo e soccorremmo nella nostra caverna, di Sophia, l'ultima Città intatta rimasta sull'amato suolo italico, l'ultimo luogo di pace e sapienza, l'ultimo angolo in cui avremmo potuto sopravvivere senza diventare lupi per gli altri uomini.
In quattro partimmo per cercarla, anche se non sapevamo esattamente dove fosse, il nostro ospite morto prima di poterlo rivelare, se non che si trovava da qualche parte tra le montagne della Lucania. Il rigore dell'inverno era però terribile e i miei compagni di sventura resero l'anima a Dio uno dopo l'altro già solo durante la prima parte del nuovo viaggio.
Cercai ricetto nella Città di Potenza ma ben presto scoprii che era stata ulteriormente devastata da truppe mercenarie svizzere di fede calvinista, in cerca di bottino e donne. Non potei avvicinarmi, ma incontrai diversi dispersi, uno più terrorizzato dell'altro, al punto che dovetti combattere diverse volte per salvarmi la vita. Nessuno di quelli con cui riuscii a parlare conosceva la Città di Sophia, nessuno l'aveva nemmeno mai sentita nominare. Eppure non mi persi d'animo e continuai a percorrere tutti i sentieri ancora aperti nonostante la neve e il ghiaccio. I ricordi ora si fanno fumosi e indistinti, siccome venni allora colto da una febbre che ha finito per intaccare la mia memoria e la mia capacità di giudizio. Vagavo e vagavo, nutrendomi con poco e niente, qualche bacca, un paio di lepri cacciate quasi per caso, qualche strano e contorto tubero celato sotto la neve.
Ricordo di essermi lasciato andare, di non aver più combattuto per la vita, un giorno in cui riprese a nevicare: ormai non ero più in grado di proseguire in nessuna direzione, ormai non avrei saputo trovare neppure me stesso, la mia anima e il mio cuore arresi di fronte all'inevitabile.
Fu allora che sebbene incapace di trovare l'ultima città, fu Sophia a trovare me: dei soldati, incaricati di proteggere quell'isolata sede del sapere, s'imbatterono nel mio corpo ormai quasi del tutto assiderato e mi portarono con loro, salvandomi la vita.
Lottai contro la Falce per più di tre settimane o almeno così mi riferirono. Ricordo di essermi svegliato un giorno solo per pochi istanti ma finalmente lucido e sfebbrato: mi trovavo in una piccola ma accogliente stanza, le pareti imbiancate a calce, con un caminetto che spandeva il proprio calore in tutto l'ambiente. Una donna non più giovane stava al mio capezzale e non appena riuscii a produrre un gemito soffocato, mi guardò sorridendo, e dopo essersi alzata si avvicinò facendomi ingurgitare un po' di minestra calda. Passò un lungo periodo in cui cadevo addormentato per alcune ore, svegliandomi poi con una fame da lupo e ogni volta venendo nutrito con cibi caldi e nutrienti.
La donna venne sostituita da una fanciulla sui diciotto anni, dotata di un sorriso dolce e di occhi bruni e luminosi manifestanti una vivace ed impetuosa intelligenza. Grazie alle cure della giovane ritornai sufficientemente in buona salute per poter essere visitato da un uomo anziano e dall'aspetto autorevole, di nome Alessio.
“Ben arrivato a Sophia, mio signore. Questa è l'ultima Città in cui si possa vivere in tutta l'Italia, senza temere briganti e violenza, senza dover subire sopraffazione e minaccia”.
“Vi ringrazio, Altezza”, risposi, con la voce ancora rauca a causa della mia gola infiammata.
La giovane e il mio interlocutore si misero a ridere.
“Non chiamatemi, 'altezza', sono solo uno dei tanti e non un capo. Qui a Sophia non abbiamo sovrani, ma ognuno vale per uno e tutti hanno la possibilità di realizzarsi. Sono stato incaricato di incontrarvi per capire se potrete fare parte della nostra comunità: come immaginerete non possiamo accogliere tutti, le nostre risorse e scorte sono limitate, ma una possibilità viene concessa a ogni nuovo ospite”.
Venne a visitarmi in diverse occasioni e sebbene non riuscissi a capire quale fosse la sua posizione nei confronti di un sacerdote, quale in fin dei conti io ero, si comportò sempre in modo urbano, passando parecchio tempo a parlare con me e affermando che avrei potuto diventare facilmente uno di loro.
La ragazza, Francesca, trascorreva tutto il suo tempo con me. All'inizio mi imboccava, poi semplicemente mi serviva i pasti e non essendo io ancora in grado di alzarmi mi aiutava ad espletare perfino le funzioni corporali. Mi passava sul corpo delle pezze inumidite, permettendomi di rimanere pulito e fresco. Le sue mani erano morbide e dolcissime eppure allo stesso tempo seppero risvegliare la mia virilità e il mio desiderio, essendo io non certo portato per la continenza. Diventammo amanti e giacemmo assieme ogni notte, spesso senza parlare, beandoci semplicemente della reciproca compagnia. Alla fine cominciai a potermi muovere, anche se i miei piedi rimasero goffi e intorpiditi per lungo tempo, avendo perso diverse dita. Quando finalmente potei andare alla finestra, vidi che Sophia si trovava in una valle tra i monti e che era una solida città murata. Noi ci trovavamo in uno stabile che sormontava un profondo e rapido burrone.
Non ero prigioniero eppure non potevo uscire dal palazzo se non per raggiungere un cortiletto interno, dove Francesca mi conduceva ogni pomeriggio, essendo ormai arrivata la primavera. Suonava e cantava per me con la sua voce d'angelo e ben presto potei comporre delle poesie per offrirgliele, passatempo in cui avevo eccelso durante i burrascosi anni della mia gioventù.
Non sapevo ancora se potevo considerarmi accolto nella città ma tutte le persone che incontravo si manifestavano intelligenti ed istruite, capaci di conversare e di pensare, persino le guardie che mi sorvegliavano.
Ormai ero tornato in forze e nonostante le cure della mia meravigliosa infermiera, cominciavo a diventare irrequieto, non avendo certo ricevuto il dono della vita per rimanere imprigionato dentro poche stanze.
Una notte mi svegliai e scoprii che Francesca non giaceva più al mio fianco. Da qualche parte vi era un pulsare ritmico, remoto eppure pressante, che non sapevo come identificare. Fu così che mi alzai dal letto e che mi diressi verso quel rumore. Non incontrai nessuna guardia e finalmente potei uscire dal palazzo. Vidi una sorta di tempio greco al centro di una grande piazza, che dalla mia stanza e dai quartieri in cui ero recluso non avevo potuto notare e capii che era quello lo stabile da cui proveniva ciò che mi aveva portato al risveglio. Entrai e ben presto mi avvidi che erano presenti molte persone. Mi avvicinai e l'orrore mi colse: alcuni di loro, donne e uomini completamente nudi, danzavano attorno a un fuoco, sopra al quale stavano arrostendo quelle che erano senza alcun dubbio membra umane, almeno di cinque persone. A cucinare l'osceno pasto, vi era proprio la mia Musa, la mia salvatrice, la bella Francesca, nuda anch'ella, con uno sguardo terribile colmo allo stesso tempo di brama e dominio.
Inizialmente rimasi paralizzato dall'orrore, poi mi avvicinai all'innominabile falò con l'intenzione di spegnerlo. Prima di potere intervenire venni scoperto facilmente e condotto proprio nella prigione nella quale ora risiedo da qualche tempo.
Alessio venne a parlarmi.
“Guglielmo, avete scoperto troppo presto le nostre pratiche ma io spero che voi possiate comprendere che sono necessarie. Gli uomini che avete visto sacrificare sono stati immolati alla nostra unica dea, Sophia. Non possiamo sostenere il mantenimento di stranieri, per cui siamo costretti a sbarazzarcene: se li liberassimo, entro pochi giorni verremmo attaccati da chissà quale terribile nemico. E siccome seguiamo la via della saggezza, abbiamo deciso di non sprecare la loro carne, quindi ce ne cibiamo. Il mondo è diventato poverissimo, non possiamo permetterci alcuno spreco”.
“Ma perché non mi avete sacrificato subito? Voi mi avete nutrito e guarito, io ho giaciuto con la vostra sacerdotessa o almeno credo che lei lo possa essere”.
“Lo è, Francesca è la nostra Custode del Fuoco della Sapienza. Vi abbiamo salvato? No, voi avete salvato noi: siamo rimasti in pochi e abbiamo bisogno di sangue che provenga da fuori Città per evitare che i nostri difetti si esasperino con unioni tra parenti. Francesca è rimasta ingravidata dal vostro seme, in questo modo vostro figlio potrà essere per noi fonte di speranza. Ora vi lascerò un diario sul quale potrete annotare la vostra storia, così da poterla tramandare ai posteri”.
Da codesta conversazione sono passate ormai alcune ore ma sento che presto la mia vita giungerà al termine. Ben presto la mia anima di peccatore sarà cibo per le schiere di Satana, mentre il mio corpo sarà carne per la salvezza dell'ultima Città in cui vive la speranza ma non certo per me. Forse lo sarà per la mia discendenza e ciò mi consola anche se le fiamme dell'Inferno già scottano i miei ultimi pensieri.
Fragmina verborum titivillus colligit horum
Quibus die mille vicibus se sarcinat ille.
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Re: [#1] L'ultima Thule (racconti) 15/02/2015 23:06 #13423

L’ultima goccia


La porta della stanza si aprì ed entrò una donna; sul volto di Massimo si spalancò un sorriso, si alzò dalla sedia e le andò incontro per abbracciarla con calore.
“Finalmente, eccoti qua! Come stai?”
Marta ricambiò i saluti di rito, poi si guardò intorno e decise di accomodarsi a sedere sul letto, accavallando le gambe. Aveva superato la cinquantina da ormai qualche anno, ma il fisico era rimasto quello di una trentenne.
“Abbastanza bene dai, tu invece?”
Massimo osservò le curve e le movenze della donna e si rese conto, per l’ennesima volta, di esserne terribilmente attratto. Gli venne istintivo di mettersi ben eretto e di trattenere un po’ la pancetta con cui combatteva da tempo immemorabile.
“Beh, come al solito…se sono ancora rinchiuso qui dentro vuol dire che non va tanto bene, no? Ora che sei arrivata la situazione è però decisamente migliorata.”
Per un istante, un’ombra passò sullo sguardo della donna, per poi scomparire.
“Sì dai, penso anche io che uscirai presto. Magari organizzeremo una festicciola quel giorno, che ne dici?”
L’uomo si avvicinò alla finestra e guardò fuori. Il sole splendeva sull’ampio cortile, dove panchine bianche e comode si intervallavano ad aiuole colorate; qua e là un albero, in fondo il muro di recinzione, anch’esso bianco.
“Marta, io…io ho bisogno di parlarti. C’è una cosa che non ho mai detto a nessuno, neanche a te, ma credo che sia giunto il momento di rivelartela.”
Le si gelò il sangue.
“Sono qui, sai che i tuoi segreti sono al sicuro con me.”
“Ho deciso di andarmene. Questo posto, il lavoro, mia moglie, le mie figlie…non ha più senso niente per me.”
Massimo si voltò e osservò Marta.
“Sai che in tutta la mia vita ho sempre cercato di ottenere il meglio: mi sono laureato in tempo e con il massimo dei voti, ho trovato un lavoro ben pagato e soprattutto soddisfacente, mi sono sposato con una donna bella e intelligente, ho avuto Maria e Grazia, due bambine stupende…due donne anche loro ormai, che si sono realizzate e che presto mi regaleranno dei nipotini. Ho trovato il tempo per coltivare le mie passioni e le amicizie. Sono stato anche sempre fortunato con la salute, a parte questo acciacco che se ne andrà presto. Ma ora…beh, ora…”
La donna si alzò dal letto e lo abbracciò di lato; Massimo aveva lo sguardo fisso all’orizzonte, dove il gelido tramonto di febbraio colorava il cielo di violetto.
“Ora non riesco più a nascondere quella strana sensazione che mi ha sempre avvolto, che amava comparire di sorpresa, soprattutto nei momenti di massima felicità e spensieratezza. Quel tarlo che scavava incessantemente, quel formicolio dietro la nuca, che mi convinceva che non era questa la mia strada, che ero sprecato, che la vita che desidera qualunque individuo di questa società non è quella che fa per me. Mi sono sempre detto che erano sogni da mancato hippy, che erano crisi dei trent’anni, dei quarant’anni, dei cinquant’anni…che erano i classici pensieri di chi è sempre insoddisfatto, ma al tempo stesso non ha il coraggio o la volontà di cambiare le cose. Beh, ora ci siamo, ho passato il confine, l’ultima goccia è arrivata e mi ha fatto traboccare: questa malattia è la prova che sto invecchiando, quindi ora o mai più. Me ne vado, e voglio che tu venga con me.”
Massimo le prese le mani e la guardò negli occhi.
“Marta, perché stai piangendo?”
“No scusa, non è niente. Mi hai emozionato con le tue parole.”
Gli lasciò le mani e andò a cercare un fazzoletto nella borsetta.
“E…e dove vorresti andare? Quando vorresti partire?”
“Il quando è semplice: subito, il prima possibile. E’ il dove che è un problema. Non ho mai capito in che luogo potrò trovare il mio destino, sebbene ci abbia pensato tanto. Non mi chiedere perché, ma ho in mente due posti: i Caraibi e il Nepal. Credo di averli scelti inconsciamente perché rappresentano al meglio gli ambienti che mi hanno sempre affascinato, ossia il mare e la montagna, e di cui conosco purtroppo così poco. Direi di cominciare dai Caraibi, farebbe troppo freddo in questo periodo in Nep”
“Massimo, fermati un attimo per favore!”
La voce decisa di Marta fece piovere il silenzio nella stanza.
“Ma ti rendi conto di quello che mi stai dicendo? Questi sono sogni da ragazzino, non puoi essere così convinto. Hai una famiglia, non hai pensato a loro e al dolore che gli causeresti?”
“Io…io…certo che ci ho pensato. Mia moglie non potrà mai capirmi e le distruggerò l’anima. Ma non posso continuare così, mi dispiace. Mi sento un robot, che va avanti per inerzia, questa non è più la mia vita.”
Massimo tornò alla finestra, dando le spalle alla donna.
“Ti ho chiesto di accompagnarmi perché credo che solo tu possa capirmi. Per questo ti ho raccontato tutto. Ti prego pensaci, ok? Ora lasciami solo per favore.”
Marta capì di averlo scosso e di doverlo salutare.

Uscita dalla stanza, la donna percorse il lungo corridoio del terzo piano. Giunta al termine della corsia, bussò ad una porta recante una targhetta.
“Avanti.”
Marta entrò e si mise a sedere di fronte alla scrivania. Dietro di essa, il Dottor Sestini aveva le mani incrociate davanti al volto.
“Ha ascoltato tutta la conversazione, dottore?”
“Sì Marta, ho sentito tutto con il microfono nascosto. Mi dispiace tanto.”
“Non…non si preoccupi, altre volte aveva detto cose molto strane. Certo, mai come oggi, ma immagino che in futuro andrà ancora peggio, vero?”
“Sì, il morbo di Alzhemeir è una malattia neurodegenerativa, come lei sa, quindi Massimo peggiorerà. Potranno capitargli momenti di lucidità intervallati a momenti più negativi, ma non possiamo fare niente per curarlo, se non assicurargli le migliori condizioni di vita possibili. A tal proposito, le potrei consigliare un’associazione specializzata in questi casi, che la aiuterà a riorganizzare casa in modo da poter ospitare Massimo. Secondo il mio parere possiamo dimetterlo; un periodo più o meno lungo a casa potrebbe giovargli.”
“La ringrazio, dottore, ma penso…beh, penso di volerlo assecondare: partirò con lui.”
“Marta, capisco che la situazione non sia semplice, ma deve rendersi conto che se allontana Massimo da specialisti in grado di seguirlo durante il decorso della sua malattia potrebbe velocizzare il processo di degenerazione.”
“L’ha sentito!”
La rabbia le sgorgò fuori come un fiume in piena.
“Lui non mi riconosce più! Non si ricorda di me, mi scambia per una qualche sua amica di gioventù. Non ha visto come mi guardava, sembrava un ragazzino innamorato.”
“La capisco Marta, ma”
“No, basta. Lei non può capire. So che mio marito sta male e che non mi riconosce più, ma so anche che era sincero. In quel momento non era l’Alzheimer a parlare, era lui. Mi ha rivelato una parte di sé che in vita sua non ha mai avuto il coraggio di ammettere e l’unica cosa che posso fare in questo momento è accompagnarlo, è regalargli la ricerca di se stesso, anche se questo vorrà dire vagare senza meta per mesi o anni.”
Marta si alzò e si diresse alla porta.
“Addio dottore, la ringrazio per tutto.”
“No, aspetti!”
Il bam della porta che si sbatteva accompagnò con la sua eco la corsa di Marta lungo il corridoio. Quando spalancò la porta della stanza di Massimo aveva il fiatone.
“Marta, che è successo?”
Lei rise, come non faceva da tempo.
“Vieni, andiamo a prenotare i biglietti.”
Fragmina verborum titivillus colligit horum
Quibus die mille vicibus se sarcinat ille.
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