"Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto." (Italo Calvino)
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[#3] La casa sulla collina (racconti)
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ARGOMENTO: [#3] La casa sulla collina (racconti)

[#3] La casa sulla collina (racconti) 16/03/2015 18:37 #14197

Gli abitanti di Little Hangleton la chiamavano ancora Casa Riddle, anche se erano passati tanti anni da quando i Riddle ci abitavano. Si trovava sulla collina che dominava il villaggio: alcune delle finestre erano inchiodate, al tetto mancavano delle tegole e l'edera cresceva incolta sulla facciata. Un tempo casa Riddle era stata una dimora elegante, certo l'edificio più vasto e grandioso nel raggio di chilometri, ma ora era umida, desolata e disabitata.
Harry Potter e il calice di fuoco - J.K. Rowling



La casa sulla collina è il tema della terza tornata di UniVersi, c'è tempo fino al 30 aprile compreso per postare il proprio racconto in gara.


ATTENZIONE
Questa tornata prevede l'utilizzo obbligatorio delle seguenti tredici tracce, le quali dovranno essere tutte inserite all'interno di ogni racconto postato:

- un fantasma nel sottotetto
- neve
- ipocondria
- Highlands scozzesi
- pesca
- il protagonista (o meglio la protagonista) è una figa clamorosa
- una macchina in panne
- marzo 1975
- un discorso confuso
- una pubblicità decisamente ambigua
- pagina 18
- una nuvola dalla forma particolarmente evocativa
- un antico rituale iniziatico


Ricordatevi che:
- Il limite massimo di battute consentito per questa tornata è 12000 (spazi compresi, titolo escluso); potete controllare il numero esatto di battute dei vostri racconti su questo sito gratuito.
- I racconti devono avere un proprio titolo e devono essere postati in forma anonima, effettuando il login con nome utente Titivillus e password universi.
- Qui potete trovare il regolamento completo.



RACCONTI IN GARA

- Diversamente clamorosi (11527)
- Peti dallo spazio profondo (11979)
- La casa sulla collina (1776)
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Ultima modifica: 01/05/2015 10:07 Da gensi.
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Re: [#3] La casa sulla collina (racconti) 16/03/2015 20:37 #14207

Diversamente clamorosi

Marzo 1975 – Highlands scozzesi

Trovare un’auto in panne, lungo la strada che porta da Edimburgo al lago di Loch Ness, non era certo una rarità. Troppi forestieri avevano la tendenza ad avventurarsi verso le sponde del lago nello sterile tentativo di fotografare una volta per tutte il mostro.
E, nonostante il calendario narrasse d’una primavera alle porte, rimanevano interdetti nel ritrovarsi su delle strade al limite del ghiacciato e con quasi mezzo metro di neve accumulata ai lati della stessa.
Quando poi, ad accostarsi a loro, era una donna, rimanevano ancor più basiti. Se erano stranieri si lasciavano anche aiutare senza storie. Se invece erano i soliti, scorbutici inglesi (per non parlare dei gallesi), ti guardavano con quell’aria sufficiente come per dire: «Ehi Lady, cosa pensi di fare te in più di me?».
Il novantanove per cento dei casi si risolveva quasi da se. Gasolio senza additivo e macchina ferma sotto le temperature ampiamente sottozero.
Così, risolto l’arcano e fatto il solito rabbocco, stavolta con l’additivo, ripartivano tutti soddisfatti e non smettevano di ringraziarmi. Tranne i gallesi. Avevano quasi sempre la presunzione di dirti «lo sapevo ma non avevo l’additivo dietro con me…»

Io, su quella strada, c’ero praticamente quasi ogni fine settimana. Loch Ness era il mio spot di pesca preferito e non avevo smesso di frequentarlo neanche dopo la morte di mio padre, colui il quale mi aveva iniziato ed instillato la passione necessaria per affrontare quelle centoventicinque miglia ogni volta.
All’inizio mi aveva regalato una piccola canna da pesca che era poco più che un giocattolo. La tradizione prevedeva, così diceva lui, che la prima vera attrezzatura si sarebbe conquistata solo dopo aver preso il primo pesce e solo dopo essersi punti con un amo per slamare la propria cattura e ridar lei la propria libertà.
Ora, io il mio primo pesciolino lo presi quasi subito ma non mi punsi così facilmente come diceva lui. Anche perché, tutti i primi pesci catturati, me li slamò visto che ero abbastanza schifata all’idea di farlo.
Passò quindi quasi un anno prima di prendere il coraggio a due mani e decidere di far tutto da me. Peccato che ebbi la pessima idea di sperimentare la slamatura proprio con un luccio che, seppur piccolo, non esitò dal difendersi così come la natura ha lui insegnato. Appena sfilato l’amo dal labbro, si rigirò mordendomi il dito per poi rituffarsi, finalmente libero, nel suo lago.

Mio padre non perse l’occasione per consolare le mie lacrime: «la tua iniziazione è terminata. Dalla prossima volta avrai la tua attrezzatura vera, nuova e sarai libera di pescare da sola se ti va».
Mai e poi mai mi sarei allontanata da mio padre durante la pesca. E difatti, nonostante la nuova attrezzatura, continuai a seguirlo come un’ombra. Un po’ per paura di restare da sola ed un po’ perché, quell’uomo, non finiva mai di stupirti con gli insegnamenti sulla pesca.
Peccato che poi alzasse il gomito ogni sacrosanta sera ma quello era un vizio dal quale non riusciva più a liberarsi e, per fortuna, non disturbava né me, né mia madre. Si lasciava svenire sul divano, di fronte al camino ed al mattino dopo tornava al suo lavoro in fonderia come se nulla fosse accaduto.

Ci aveva lasciato precocemente da sole ed io, quasi inconsciamente, assunsi il suo ruolo all’interno della famiglia. Questa trasformazione in età adolescenziale mi costò e non poco.
Assunsi atteggiamenti e cominciai a vestirmi mascolinamente. La mia stazza poi, già incuteva timore di suo. Il fatto che fossi quindi un po’ sgraziata e con un passatempo come quello della pesca avevano completato il quadro facendomi star lontano da ogni sorta di approccio con l’altro sesso in virtù della mia apparenza. Non ero, insomma, la candidata ideale come reginetta del ballo. Anzi.
Sinceramente me ne ero fottuta fino a quel 18 marzo 1975. Me ne stavo sul molo dov’ero solita pescare quando vidi un’ombra alle spalle. All’inizio mi scazzai pensando si trattasse di qualcuno che volesse pescarmi vicino. Quando capii che quello che aveva in mano era un bastone e non una canna da pesca mi sollevai.
Anche se, cosa cavolo ci faceva un cieco sul molo?
Mi si avvicinò col classico andare lento e prudente dei non-vedenti.
Probabilmente aveva sentito il rumore delle pagine visto che stavo sfogliando una rivista e non perse l’occasione per domandarmi: «cosa c’è scritto su quella pagina?»
Capii dall’accento che non era del luogo. Anzi, era quasi sicuramente un turista che veniva da fuori del Regno Unito.
Guardai la pagina e m’imbarazzai.
Sulla pagina diciotto di quella rivista c’era, in verità, una pubblicità piuttosto ambigua che rimandava ad un profumo. Farfugliai qualcosa, lui fece finta di capire e mi domandò l’ora. Erano le 18.
Come non poter notare tutte queste coincidenze.
Il 18 marzo, alle ore 18 quel ragazzo mi chiese cosa c’era sulla pagina 18 di quel libro.
Non poteva essere solo più un caso.


Giugno 1976 – Parco Nazionale del Pollino

Gerardo, quello che pareva essere solo un turista non-vedente in giro per Loch Ness, divenne invece molto più importante. Ci eravamo scambiati gli indirizzi quel 18 Marzo 1975 dopo aver conversato a lungo e dopo averlo riaccompagnato nei pressi dell’Hotel dove alloggiava lì a Loch Ness. Lui mi scrisse una prima lettera. Io risposi. E grazie all’aiuto del suo amico Vincenzo riuscivamo a conversare seppure a distanza.
Poi, a Settembre, terminata la stagione estiva, accettai il suo primo invito ed andai a trovarlo. M’innamorai talmente tanto di quel posto che decisi di fermarmi.
Mi diedero da lavorare e quel lavoro di campagna, a governare gli animali, a raccogliere le olive e fare ogni altra faccenda di stagione, sembrava calzarmi a pennello e mi ci ritrovai benissimo. Così, passato un anno, imparai a conoscere meglio il luogo, la sua parentela pressoché infinita ed il suo amico Vincenzo.
Era una brava persona, sempre disponibile con l’unico difetto d’essere un po’ troppo logorroico ed un ipocondriaco incredibile. Lo avevo capito sin da subito e, difatti, smisi di lamentarmi in sua presenza dei normali dolori della campagna. Se io avevo male alle braccia per la troppa fatica, lui aveva gli stessi sintomi ma molto più gravi dovuti a chissà quale malocchio o sortilegio. Se starnutivo davanti al camino, lui aveva già preso la polmonite.
A parte questo però, che era divenuto più sinonimo di scherno che vero e proprio problema, si era veramente dimostrato affidabile e molto intelligente. Capii perché Gerardo ci fosse molto legato.
Con l’ex turista non vedente finimmo per innamorarci quasi subito invece. Tra un impegno e l’altro riuscivamo comunque a condividere molto tempo insieme. Soprattutto nella bella stagione ci accompagnava in campagna e se ne stava in una stanzetta a lui riservata non troppo lontano dalla zimma.
Proprio un giorno di questi mentre mi apprestavo ad accudire alcuni maiali, sentii parlare Gerardo fitto fitto con la madre. Il discorso non era chiarissimo anche perché faticavo a capire il dialetto, soprattutto quand’era parlato così veloce e stretto. Una cosa però mi era chiara. Alla madre di Gerardo ero anche simpatica ma temeva che il figlio potesse venire schernito ancor più di quanto già non lo fosse nel paese perché si voleva accasare con me, che non era propriamente una bella ragazza.
Sentii indistintamente lui pronunciare quanto segue: «Minni fricu. Dumani c’iu dicu!».
Passarono infatti le ore pomeridiane e, durante il ritorno al paese, Gerardo mi disse che domani saremmo saliti assieme in un posto. Con noi sarebbe venuto anche Vincenzo per un tratto perché voleva portarmi in una specie di loro rifugio in montagna dov’erano soliti coltivare le patate tipiche d’alta quota.
Accettai con riserva. Gli dissi che ero stanca e che avremmo visto solo domani mattina se era il caso o meno.
Lui acconsentii a questa riserva senza proferire parola.

Quella notte fu veramente travagliata. Non riuscivo a prendere sonno. Potevo immaginare cosa volesse chiedermi Gerardo lassù. Ma non ero sicura. Non di lui ovviamente che s'era dimostrato un tesoro in tutto e per tutto ma della situazione in generale. Mi sentivo inadatta. "E se poi, tutti quei giudizi del paese dovessero influenzare il suo modo di pensare?" continuavo a domandarmi.
Uscii dalla camera e mi rifugiai nella mansarda dove avevo lasciato intatte alcune scatole con alcune cose che m’ero portata dalla Scozia.
Cominciai a rivedere le foto dell’infanzia, delle highlands scozzesi e di tanti altri ricordi gioiosi. Poi, non so se sognai o se fosse veramente reale ma rividi la figura di mio padre. Era proprio lì, di fronte a me e mi osservava. Sembrava vivo, in buona salute e per nulla etereo. Quando mi domandò: «cosa fai domani?» in quella mia lingua natia mi si scaldò il cuore.
«Non lo so»
«Tu lo ami?»
«Si»
«E allora vai…»

Si dissolse o mi svegliai. Resta il fatto che il mattino seguente svegliai Gerardo, bussammo alla porta di Vincenzo e ci incamminammo presto lungo il sentiero che portava al rifugio.
Superati i primi ostacoli arrivammo lì dove Gerardo voleva.
Vincenzo si allontanò con una banale scusa, noi ci sdraiammo sul prato e Gerardo cominciò il suo discorso. E lo fece nella mia lingua di nascita:
«Cosa vedi di fronte a te?»
«Il cielo»
«Ci sono nuvole?»
«Sopra di noi no. Giù, verso il mare, c’è una nuvoletta che sembra un piccolo pesciolino»
«Tipo quelli che pescavi tu in Scozia il giorno che ci siamo conosciuti?»
«Si»
Non feci in tempo a rispondere che Gerardo, come se fosse inseguito da un predatore, si precipitò ad aggiungere:
«Io ti amo e vorrei sposarti. E scusami se non trovo altre parole originali o se non faccio gesti eclatanti…»
Si alzò ed allungò la scatolina con l’anello che teneva nella tasca posteriore
«… tu mi vuoi sposare?»
«Voglio parlarti anche io. Ieri ho sentito che discutevate con tua madre in dialetto. Tu sei sicuro? Lo so cosa dice la gente di me nel paese ormai. Non vorrei diventare l’ennesimo problema della tua vita anziché una gioia»
«Stai scherzando? A me non importa nulla di ciò che dice e dirà la gente nel paese. Sono dei poveri ignorantelli. Buoni ma ignorantelli. C’è gente che pensa ancora che sia nato cieco perché chissà che peccati doveva scontare la mia famiglia. E, anzi, ti dirò di più. Tu non solo sei l’amore della mia vita. Ma sei anche la risposta alla domanda che mi sono sempre posto»
«Che domanda?»
«Perché proprio io?»
«E perché io sono la risposta?»
«Se fossi nato vedente, ne sono certo, avrei commesso il grandissimo errore di giudicarti come hanno fatto e come faranno tutti gli altri. Ossia per la sola apparenza. Quella che è nata come una disgrazia ed è stato poi un handicap per tutto il proseguo della mia vita ora si è trasformata in una fortuna. Ora posso finalmente dire d’avere la fortuna d’essere nato cieco perché ho conosciuto te che sei per davvero la ragazza più bella del mondo»
Il mio viso si rigò copioso di lacrime di gioia. Era la dichiarazione d’amore più incredibile ed intensa che qualcuno potesse farmi. Allungai le mani verso la scatolina e dissi:
«Si, lo voglio».
Gerardo s'affrettò a baciarmi e, concluso l’atto ed accortosi delle mie lacrime, non perse l'occasione per stemperare, come suo solito, quel momento rendendolo definitivamente unico ed esclusivo:
«Anzi, e scusa se te lo dico in dialetto, tu nun si sulu beddra, tu si propriu na fica mulingiana!!!»
Sorrisi.
E nel rivedere la mia faccia davvero felice specchiarsi negli occhiali scuri di Gerardo, sentii il mio cuore ardere di pura passione per quell'uomo.
Fragmina verborum titivillus colligit horum
Quibus die mille vicibus se sarcinat ille.
Ultima modifica: 16/04/2015 12:26 Da Titivillus.
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Re: [#3] La casa sulla collina (racconti) 19/04/2015 18:36 #14946

Peti dallo spazio profondo

Lain McWhale si svegliò come ogni mattina prima del sorgere del sole. Il tempo era buono, una leggera brezza soffiava da sud. L'ideale per andare a pesca. Al porto disormeggiò il piccolo cabinato che possedeva da trent'anni e fece rotta verso Tianavaig Bay. Giunto a un miglio dalla costa una nebbia bianca e pesante lo sorprese. In quel periodo era un fenomeno strano da vedere. Uscì dalla cabina e subito un odore di cavolo marcio lo investì – Per la barba di Sant'Andrea! - disse - Qualche schifosissimo mercantile deve aver scaricato la sua merda a mare.Rientrò in cabina. La nebbia aveva avvolto del tutto l'imbarcazione, decise di tornare indietro ma qualcosa colpì scafo. Un piccolo tonfo, poi un altro e un altro ancora; finché non gli sembrò di navigare in un mare di sassi.Uscì nuovamente dalla cabina e si protese oltre la murata per controllare la carena. Vide pesci morti tutt'intorno all'imbarcazione, fin dove l'occhio poteva arrivare. Vide poi delle bolle salire dal fondo marino, fino all'imbarcazione. Non fece in tempo a dire “Per la barba di Sant'Andrea” che l'urto lo scaraventò in mare, la barca si spezzò in due, una megattera morta l'aveva colpita.
Angus Aberdeen guidava la sua Austin Morris Mini Traveller Countryman 850 con inserti in legno verso Broadford. Era davvero orgoglioso della sua auto, regalatagli il 18 marzo del 1975, dall'ormai defunto padre.
Era partito di buon'ora da Portree per raggiungere l'anziana madre, che gli aveva preparato l'haggis. A metà strada la buona vecchia Austin Morris Mini Traveller Countryman 850 lo lasciò in panne. In quarant'anni di onorato servizio la vecchia "Katy", così chiamava la Austin Morris Mini Traveller Countryman 850, non lo aveva mai tradito. Aprì la portiera e subito una tremenda puzza lo travolse - Per le palle di Sant'Andrea - disse - sembra di stare nelle fogne di Calcutta! -.
Si guardò intorno, sulla destra aveva una collina e sulla sinistra la scogliera a strapiombo sul mare, in alto vide un'enorme nuvola a forma di culo, si chiese se anche le nuvole avessero cominciato a scoreggiare. Mentre controllava il motore sentì dei rumori, qualcosa di grosso ruzzolava e mugghiava. Guardò la collina e si accorse che una densa nebbia bianca la copriva quasi del tutto. Non fece in tempo a dire "Per le palle di Sant'Andrea" che una mandria di mucche rotolanti sbucate dalla nebbia lo travolse. Volarono tutti giù dalla scogliera: lui, le mucche e la Austin Morris Mini Traveller Countryman 850 detta "Katy."

Negli angusti laboratori dell'osservatorio astronomico di Blackford ad Adimburgo, gli assistenti di astronomia William Burke e William Hare effettuavano rilievi cosmici e uccidevano il tempo.
Burke: lancio segnale, 3,2,1...
Hare: nessun rilievo
Burke: settore 54.32.10 nessun rilievo, reimposto il satellite.
Hare: hai sentito?
Burke: cosa?
Hare: dei peti
Burke: l'hai mollata? siamo in un ambiente chiuso, ti prego...
Hare: no, dei peti dell'isola di Skye
Burke: li fanno diversi dai nostri?
Hare: forse si, ma non ne sai niente?
Burke: non mi sono aggiornato sulle scoregge ultimamente, perché?
Hare: a Portree sono morte delle persone, dei pesci e delle mucche
Burke: e chi è stato a mollarla?
Hare: cosa?
Burke: merda! la scoreggia! le persone i pesci o le mucche?
Hare: non si sa.
Burke: un brutto caso per la polizia di Portree, dovranno annusare i culi di tutta la popolazione, non contando la fauna terrestre e ittica
Hare: già...
Burke: lancio segnale, 3,2,1...
Hare: nessun rilievo
Burke: settore 54.32.11 nessun rilievo, reimposto il satellite
Hare: credi che sia brutto morire?
Burke: per i peti?
Hare: anche
Burke: non so, quando c'è la morte noi non ci siamo, quando ci siamo noi non c'è la morte
Hare: rimangono i peti
Burke: già
Burke: lancio segnale, 3,2,1...
Hare: rilevo gas compressi, mando il file in analisi
Burke: settore 54.32.12 gas compressi, reimposto il satellite
Hare: dovremmo chiedere al dottor Knox
Burke: quello di anatomia?
Hare: forse ha analizzato i corpi di Skye
Burke: o magari un pesce o una mucca, o magari dovresti smetterla di bere
Hare: Mi date della spugna, monsignore?
Burke: Una cosa, signore?...

A un mese dai primi eventi le anomalie riscontrate a Skye non si presentarono più. La spiegazione comunemente accettata fu quella di gas fuoriusciti dalla crosta terrestre. Con l'arrivo dell'inverno e della neve il fenomeno terminò, le strane nebbie, la loro puzza e le morti che procurarono entrarono nel dimenticatoio.
Nella primavera successiva un cataclisma di proporzioni bibliche colpì l'isola di Skye. La nebbia si presentò nuovamente ma questa volta avvolse l'intera isola, ogni forma di vita sull'isola morì, abitanti inclusi, e la puzza arrivò fino a Dundee.
- Aprite a pagina 18, al capitolo "Buchi neri o varchi spazio-tempo?". Vedrete che la teoria di Hawking... - la docente di astronomia Mellony McBoobs aveva appena iniziato la lezione sui buchi neri e le onde radio, gli studenti però non riuscivano a seguirla.
Alta uno e ottanta, fisico da amazzone, sesta naturale, occhi viola e capelli rossi; la McBoobs era essa stessa la distrazione degli allievi. Al posto di "Quasar" sentivano "Amami"; invece di "Radiazioni", "Possiedimi"; anziché “la massa di Sgr A* è compresa entro 2,6 ± 0,2×106M⊙, confinata in un volume dal raggio non superiore alle 17 ore luce”, le loro orecchie udivano “inginocchiati e lecca il mio tacco a spillo da 12 cm!”; in aula c'erano più erezioni che in Rocco Invade La Polonia. L' unico ad avere un futuro in astronomia in quell'aula era un certo Marcus Bigfish, un nerd omosessuale e ipocondriaco che aveva paura che un'erezione potesse procurargli un ictus.
La lezione fu interrotta dal Manifico Rettore in persona, John Loudon McAdam, un ometto assai grigio, che invitò la McBoobs a seguirlo nel proprio ufficio. - Abbiamo ricevuto - disse il Manifico Rettore invitando la McBoobs a sedersi sul divanetto dell'ufficio - un dispaccio dal Government Communications Headquarters, ci invitano a concentrare i nostri sforzi per risolvere la questione Skye. Finora tutti gli studi e le ipotesi fatte non hanno dato nessun risultato. Hanno sondato il terreno, l'aria e l'acqua...ma non hanno trovato niente. Inoltre quella fetida nebbia bianca sembra espandersi. Non ci bastava la puzza, a breve tutta la Scozia e poi l'intera Gran Bretagna rischieranno una fine ingloriosa. Secoli di storia verranno cancellati, niente sopravviverà...-
La MacBoobs odiava le tiritere quindi decise di dare un taglio alla discussione, accavallò le gambe, il Manifico Rettore svenne, lei si sentì libera di andare.
Convocò Burke, Hare e Bigfish nei laboratori di astronomia. La McBoobs creò questa task force per verificare tutti i dati raccolti dai rilevamenti effettuati. Fu Bigfish però ad accorgersi della anomalia nel settore 54.32.12: i gas compressi erano spariti - Lo sapevo che eri un nerd di merda! - disse la McBoobs. Bigfish lo prese come un complimento. I dati raccolti confermarono che i gas scomparsi dal settore 54.32.12 erano gli stessi comparsi sull'isola di Skye. Ma come avevano fatto ad arrivare fin lì? E come si poteva fermarli?
- C 'è un solo modo per conoscere la verità: andare a Skye, nell'epicentro della formazione gassosa, nel nucleo del Grande Peto. Voi due – disse la McBoobs gurdando Burke e Hare – Trovatemi il punto esatto su Skye da dove cazzo esce quella merdosissima nebbia. Tu, Bigfish, vieni con me, dobbiamo convincere la Marina Militare Britannica a farci sbarcare su quella maledetta isola -. Bigfish svenne.
All'alba del decimo giorno dal secondo evento di Skye tutta la popolazione scozzese di era rifugiata in Inghilterra. Solo nove temerari si dirigevano verso Portree su un mezzo da sbarco dei Royal Marines: cinque militari e quattro scienziati.
- Il Piano è questo: sbarcheremo a Portree e ci dirigeremo verso il punto critico. La nebbia è fitta e mortale, useremo l'attrezzatura per le condizioni da guerra chimica e un armamento leggero. Giunti a destinazione la Dottoressa McBoobs verificherà la possibilità di interrompere lo scaturire del gas mortale. Se fallirà detoneremo l'intera area, al posto di un'isola lasceremo un cratere.- Il maggiore Malcolm Waterhole dei Royal Marines era a capo dell'operazione “Petus Profundus” e aveva tuta l'intenzione di portarla a termine.
Appena sbarcati si diressero verso il punto individuato da Burke e Hare, una collina fuori città. La nebbia mortale copriva tutto, a terra cadaveri di animali in putrefazione, ogni tanto una folata di vento liberava la visuale per lasciare intravedere solo desolazione e morte. Sembrava una cartolina dall'inferno, una pubblicità decisamente ambigua per le Highlands scozzesi.
Una vecchia casa in legno, con gli infissi rotti e la vernice scrostata si ergeva al culmine della collina. Intorno alla casa la nebbia non persisteva, era come racchiusa in una bolla d'aria impenetrabile. - la cosa mi puzza - disse Waterhole, - proprio qui non puzza – disse Burke, - E’ da un pezzo che quel pazzo di Ampezzo è nel pozzo con un pezzo di pizza: che puzza!!! - disse Hare, il maggiore Waterhole tolse la sicura dall'M16, tornò il silenzio. La McBoobs, Burke, Hare, Bigfish e Waterhole entrarono nella casa. Gli altri quattro marines restano fuori a preparare gli esplosivi.
La casa era vuota. Nessuna stanza presentava qualcosa di anomalo, eppure tutti i rilevatori davano di matto. All'improvviso un tonfo fece sollevare tutte le teste verso il tetto. - Cos'era? - disse tremando Bigfish, - un fantasma nel sottotetto- rispose Burke, Bigfish svenne.
La McBoobs trovò la scala che portava nel sottotetto. Il primo a salire fu Waterhole con mitra spianato, poi salirono gli altri, trascinando Bigfish. Il sottotetto era ampio, al centro c'era un tavolino, seduti attorno ad esso cinque persone.
- A terra o sparo! A terra o sparo! - gridò Waterhole, ma le cinque persone non si mossero. - Credo siano morte - disse la McBoobs – guardi la postura -
In effetti ciò che avevano di fronte erano cinque cadaveri coperti da una gelatina rosa, sul tavolino un grosso libro con caratteri runici. - Svegliate Bigfish – disse la McBoobs. Bigfish fu svegliato a sberle in faccia. - Cos'è questo? – gli chiese – Si direbbe un libro di riti celtici – rispose Bigfish - stavano facendo un antico rituale iniziatico – poi svenne.
All'improvviso uno degli uomini coperti di gelatina rosa urlando “Gniaaaaauuuu” saltò addosso a Burke, e un altro, sempre gridando “Gniaaaaauuuu” saltò addosso a Hare. Waterhole subito sparò addosso agli esseri gelatinosi, ma era troppo tardi, la gelatina aveva coperto totalmente anche i due assistenti. - Cosa cazzo succede? Non erano morti? - gridò Whaterhole mitragliando tutti i gelatinosi presenti nel sottotetto - Si, - disse la McBoobs – gli uomini erano morti, ma gli esseri che hanno preso il loro posto sono vivi! -
- Cosa vuole dire dottoressa? - disse Waterhole
- Voglio dire – rispose la McBoobs – che questo gas non è un semplice gas, ma a tutti gli effetti è un'invasione aliena. Il gas, richiamato da questi uomini con un antico tava-rituale, si deposita sulle nostre cellule, ci uccide e, dopo un periodo di incubazione, ci trasforma in alieni. Ma lei non lo ha visto il film “Invasion of the body snatchers”? -
- No cazzo, non l'ho visto - disse il maggiore Waterhole. - Ma adesso dobbiamo far saltare in aria questa maledetta casa.- Waterhole chiamò con la ricetrasmittente i marines all'esterno della casa ma non ottenne risposta. La McBoobs allora si affacciò alla finestra che dal sottotetto si affacciava sulla collina. Dei marines non c'era traccia. La casa era circondata da uomini coperti di gelatina rosa che urlavano “Gniaaaaauuuu”.
- Lo spettacolo è atroce, e le nostre notizie all’Inghilterra giungeranno troppo tardi. Non hanno più udito gli orecchi che avrebbero dovuto ascoltarci, per sentire che il loro ordine è stato eseguito, che Burke e Hare sono morti. Dove raccoglieremo il nostro ringraziamento? - disse la McBoobs.
L'invasione era iniziata.
Fragmina verborum titivillus colligit horum
Quibus die mille vicibus se sarcinat ille.
Ultima modifica: 19/04/2015 18:46 Da Titivillus.
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Re: [#3] La casa sulla collina (racconti) 21/04/2015 20:57 #14962

La casa sulla collina

- Papà, papà, mi racconti la storia del fantasma nel sottotetto?
- Nemmeno per sogno, Marco
- Tipregotipregotiprego
- Non se ne parla, hai 29 anni compiuti
- Uffa
- Posso però raccontarti di quando la mia macchina si è guastata
- Quando hai vissuto nelle Highlands scozzesi?
- Stai calmo, Marco. No, è un’altra storia. La vedi questa pesca?
- Sì
- Tò, mangiatela che così stai zitto per un po’. Dunque, è succeso
- In Marzo?
- No, cazzo. Non era marzo. Fosse stato in marzo nemmeno lo ricorderei
- Non ci credo
- Ma vivalamadonna, Marco, sei uno scassapalle
- Eheheh
- Prendi la mia agenda del 1975 e aprila in gennaio, pagina 18
- Va bene. Ci sono. Non dirmi che ti ricordi quello che è successo
- Infatti non me lo ricordo, per la madonna. Ora fammi continuare
- Spero che nella storia ci sia una nuvola dalla forma particolarmente evocativa
- Che cazzo dici?
- Nulla, nulla. Scusa
- Dunque, è successo ieri
- Ma dai, che storia è?
- Ma scusa, che importanza ha quanto tempo è passato?
- In effetti non m’importa. Non sono ipocondriaco
- Non sai nemmeno quello che dici, Marco. Comunque stavo guidando lungo il viale alberato che mi si piazza davanti un cartellone pubblicitario in cui c’erano due belle chiappe che non mi sono accorto che la fila davanti a me s’era fermata. Sono entrato nel culo alla macchina davanti. Quando ero giovane lo chiamavamo l’antico rituale iniziatico
- Perché?
- E che ne so
- Non mi sembra una gran storia
- E’ la storia che ti meriti
- Scusa, ma non hai detto che la macchina si era guastata? Invece hai fatto un incidente
- Ho mentito
- Come la intitoleresti questa storia?
- La casa sulla collina
- Uhm… Sì, può andare. Ma, non so perché, ho la sensazione che il protagonista dovesse essere un gran pezzo di donna
- Ma va là, vecchio porco
Fragmina verborum titivillus colligit horum
Quibus die mille vicibus se sarcinat ille.
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Re: [#3] La casa sulla collina (racconti) 24/04/2015 13:02 #14969

Il diario


La saletta puzzava di fumo e di chiuso. Il caos cittadino si andava calmando, clacson e smog lasciavano la presa sulle strade londinesi.
-Cos’abbiamo oggi, Carl?- chiese l’avvenente bionda, sdraiata sul divano a sorseggiare un Martini.
-Le solite cose…spettri nei cimiteri, riti satanici, manicomi infestati…hai da accendere?- rispose l’uomo sui cinquanta, camicia aperta e barba incolta.
Lei lo guardò di sottecchi, con quei due diamanti verdi ornati da ciglia lunghe e ammiccanti.
-Non stavi smettendo? Cristo santo, sarai al secondo pacchetto…- gli disse.
-Dai Beth, parliamo di cose serie. Che cazzo ci inventiamo stavolta? L’ultima puntata è stata uno schifo…-
-Prima di tutto, non essere volgare. Ricordati che stai parlando con una signora, e che cazzo!- rispose lei, strappando un sorriso al collega.
Posò il drink sul tavolino coperto di lettere, fotocopie, buste, tutto quello che arrivava in redazione ogni giorno.
-A parte che sei signorina, cosa che nessuno riesce a spiegarsi. E poi vieni da New York, vuoi fare lezione di buone maniere a un inglese?- scherzò Carl, visibilmente stanco.
Mentre lei sfogliava le carte, lui la guardò con intensità, forse anche con desiderio, nonostante i vent’anni di differenza. Era una bellezza fuori dal comune. Il fisico da eterna adolescente era spesso nascosto da quegli ampi maglioni che adorava indossare, ma Carl conosceva bene quelle forme: era il terzo anno da conduttrice per lei.
-Non lo so, forse hai ragione tu…la gente si è fatta prendere la mano, per ogni stronzata mandano mail, chiamano in ufficio, è quasi impossibile filtrare tutto…- disse lei.
-Sua signoria si è data per vinta?-
-Smettila di fare lo stronzo. Cos’è quella grossa busta verde?- rispose stizzita, indicando un involucro a un angolo del tavolo.
-Un diario, l’ha mandato un anonimo dicendo di leggerlo con cautela...Ci guardiamo insieme davanti a una pinta di bionda?-
-Me lo porto a casa. Niente birra, vecchio volpone, sono cotta e ho bisogno di un bagno bollente. A domani- rispose Beth, già in piedi.
L’uomo non fece in tempo ad alzarsi che lei era già verso la porta, non prima di avergli baciato la guancia barbuta. Carl si godette quella sensazione, assaporando il profumo di donna e l’ultima boccata di sigaretta.


Il telefono squillò nella notte, svegliandolo d’improvviso. “Fanculo a me che non l’ho spento” pensò, “e fanculo a te che mi rompi le palle. Puoi aspettare domani”.
Lasciò che la stanza spoglia disperdesse l’irritante suono. La luce del display si era appena spenta, che di nuovo il silenzio fu rotto dall’insistente chiamata.
Carl afferrò a occhi chiusi lo smartphone, e rispose incazzato nero.
-Che c’è?-
La voce eccitata di Beth si insinuò nel suo cervello, calmandolo all’istante.
-L’ho trovato Carl, è in quel vecchio diario. Abbiamo il materiale per girare! Prepara tutto, domani si parte-
-Sei impazzita? Cosa hai trovato, chi, perché?-
-Non mi hai chiesto dove, vecchio volpone…si va in Scozia. Domani ti spiego, sogni d’oro-
Aveva già riattaccato. Carl guardò il telefono intontito, sorrise.
“Fanculo anche a te, Beth”.


Il paesaggio scorreva veloce dai larghi vetri del camper, sui fianchi campeggiava la scritta “Cacciatori di misteri”. Si erano lasciati alle spalle il grigiore cittadino. Da un paio d’ore, alle industrie e alle file di case si erano sostituiti campi agricoli e ridenti colline.
-Cos’è sta storia del fantasma?- chiese Carl.
Da quando erano partiti, Beth sembrava un’altra. Era come stregata dalle pagine ingiallite di quel manoscritto.
-Da quel che leggo, Beth, questo tizio…-
-Logan, si chiamava Logan!- interloquì lei, nervosa.
-Sì sì, questo Logan…pare un matto che ha messo per iscritto le sue visioni, strafatto di coca. Non molto originale-
La donna reagì come se avesse appena ricevuto un violento schiaffo.
-Non è originale? Ma hai notato la sofferenza che traspare dalle sue parole? No, non può essere uno scherzo! Ho fatto delle verifiche, esiste davvero una famiglia Wallace in quella zona…-
-Beth, datti una calmata. Capisco l’entusiasmo, ma bisogna andarci piano. Se è una storia così triste e così vera, perché l’hanno mandato proprio a noi e non, che ne so…a un qualche editore? O alla polizia magari-
-Perché chi ce l’ha mandato vuole che si sappia cosa è successo in quella casa! Che sia documentato. Senti cosa scrive qui, a pagina diciotto:

Ormai ne sono sicuro, c’è una presenza in questa casa. Ieri notte ho sentito dei rumori, credevo fosse il vento tra gli alberi, la solita notte lugubre di queste lande abbandonate.
Ma girando per casa, sono giunto al terzo piano, sotto la botola della mansarda, quel sottotetto chiuso a chiave da anni. Avvicinatomi alle travi di legno ho capito che non era il fischio del vento a disturbare il mio riposo, erano lamenti…strazianti lamenti di una qualche anima dannata…c’è uno spettro lì da qualche parte, l’anima di Lea che urla il suo dolore, inascoltata…

-Chi cavolo è Lea?- la interruppe Carl.
-La cugina di Logan, scomparsa poco tempo prima. Da qui inizia il suo calvario, un periodo di insonnia e visioni che lo portò al suicidio. Quello di Lea fu solo uno dei casi di giovani donne scomparse…-
-Hai preso troppo a cuore questa faccenda-
-No Carl, tu non capisci! Più avanti Logan parla di riti druidici, che sarebbero ancora praticati in certe zone del paese, riti importati dall’Irlanda. Per iniziare gli adepti servono giovani donne da sacrificare…-
-Ora stai esagerando! Non dobbiamo fare altro che un sopraluogo, registrare un po’ di materiale e stop. Anche se la storia del rito voodoo…-
-Rito druidico, ignorante. Io voglio documentare qualcosa di unico, un editore non farebbe quello che stiamo per fare noi…- rispose lei, con religiosa convinzione.
“Poco ma sicuro” pensò Carl, fissandola per un attimo. Decise di non replicare.
Sbuffò e riprese a leggere quell’assurdo manoscritto.


Beth fu svegliata da un leggero tocco sulla spalla. Si trovò davanti il viso sorridente dell’autista, che era anche il cameraman della troupe.
-Stiamo per arrivare- disse Mark.
Lei bofonchiò qualcosa, scendendo a fatica dal camper.
Gli altri tre membri della troupe erano già scesi da un’altra auto. Beth si guardò intorno: erano nella più improbabile delle stazioni carburante. Una pompa di benzina che pareva un residuato bellico e un bungalow che fungeva da market. Si strinse addosso lo scialle, tirava un’aria frizzantina.
Carl uscì dalla casetta-market visivamente scocciato.
-Questi stronzi di scozzesi, mi prendono per il culo!- esclamò.
-Che è successo?-
-Non capisce o fa finta di non capire! Non sappiamo quanto manca. Mark dice che siamo vicini, ma non c’è segnale gps e i cellulari non prendono…-
-Ci penso io. Fatti una birra e rilassati, vediamo se cambiano modi col gentil sesso- propose Beth con una strizzatina d’occhio.
Entrò sculettando vistosamente, si sciolse la coda con movimenti studiati, una scia di profumo si sparse d’intorno. C’erano solo altri tre clienti, seduti a un tavolo. Beth si diresse al bancone, dietro cui sostava un vecchietto dall’espressione intontita.
-Buongiorno! Senta ci siamo persi, può dirmi se siamo vicini alla zona di Glancoe?-
In tutta risposta, quello espose una fila incompleta di denti gialli, per poi dire qualcosa di incomprensibile. Lei rimase a fissarlo, imbarazzata.
-Parla solo gaelico, inutile fargli domande- disse una voce sulla destra.
Beth guardò in quella direzione. Un omaccione in jeans e camicia le venne incontro con piglio deciso.
-Il vecchio Dug non ama i forestieri. Non siete lontani da Glancoe, anche se non capisco cosa cerchiate da quelle parti-
-La tenuta Wallace, quella in cui si suicidò Logan Wallace il diciassette marzo del settantacinque- rispose lei.
L’uomo cambiò espressione. Gli occhi indicarono sorpresa, dubbio, forse timore. Quel cambiamento la incoraggiò.
-Sa dov’è? Dobbiamo girare alcune scene sul posto per un programma televisivo, se vuole posso farle un’intervista!-
L’uomo rifiutò, fornendo precise indicazioni. Prima però di tornare a sedersi, biascicò confusamente qualche avvertimento, a bassa voce.
-Se volete evitare guai, lasciate perdere. Ci sono tenute più belle e accoglienti di quel posto abbandonato da dio…è un luogo pericoloso, buio…-
Beth ringraziò dirigendosi verso l’uscita, noncurante degli avvertimenti e più convinta di prima.


L’auto percorreva lo sterrato che tagliava in due un paesaggio silenzioso, spolverato qua e là da chiazze di neve. Mark, Carl e Beth avevano lasciato il camper e il resto della troupe prima della svolta, all’altezza di un vecchio cartellone pubblicitario. Carl rideva ancora.
-“Voglia di pesca? Meglio pescare la voglia!” Tutto per delle pillole contro la disfunzione erettile!-
Anche Beth si lasciò sfuggire una risatina. Mark invece guidava fissando la strada, muto. Passarono in silenzio altri minuti, la pendenza aumentava.
-Non mi sento molto bene- disse Mark.
-Strano, con la tua salute di ferro!- ironizzò Carl.
-No stavolta è diverso. Ho una strana sensazione…-
-Ma smettila con ste cazzate, tutti sanno che sei ipocondriaco-
Appena finì di parlare, l’auto si fermò di colpo.
-Che cazzo hai combinato?- disse Carl.
-Niente! Si è fermata così, dal nulla. Non riparte…- rispose Mark, preoccupato.
-Ragazzi guardate!- urlò Beth, indicando un punto in alto, sulla destra.
Scesero dalla macchina, notando un tetto malridotto sbucare da un gruppo di grossi alberi, su una collina poco distante. Beth scorse il diario.
-“Una triste collina, uguale a tante altre, emerge da una landa fredda e inospitale. Qui, in mezzo a un bosco che oscura la luce del sole, sorge la mia prigione. Una gabbia di legno e tegole che sbuca dai fitti rami…” -
-Direi che ci siamo- sentenziò Carl.
Mark pareva sempre più ansioso, iniziò a tremare, era pallidissimo. Si appoggiò all’auto sudando freddo.
-Mark!- esclamò la donna.
-Sto bene, sto bene. Sentite, voi andate avanti, ho bisogno di riposare un attimo-
-Il solito cuor di leone! Prendo la telecamera. Questo viaggio è nato storto e finirà peggio- bofonchiò Carl.
Autore e conduttrice si avviarono verso il bosco, mentre Mark li guardava allontanarsi. Stette mezzora a riprendere fiato, fissando il cielo grigio. Tra i grossi banchi di nubi che minacciavano pioggia d’un tratto scorse una nuvola a forma di viso umano. Un viso triste che, lentamente, veniva tirato e stravolto dal vento, trasformandosi in un ghigno crudele. Sentì un brivido lungo la schiena, gli parve di udire dei richiami in lontananza, forse erano grida. La sua vista si offuscò, poi crollò a terra, svenuto.


Mark aprì gli occhi, stordito. Guardò l’orologio: erano passate due ore. Si ricordò delle grida, della brutta sensazione, di Carl e Beth. Decise di agire. Afferrando a mo di arma il cavalletto della telecamera, si mise a correre in direzione della collina. La scarsa luce del tardo pomeriggio incupiva l’intrico di rovi e arbusti del sottobosco.
Finalmente arrivò nell’ampio spiazzo antistante la casa, a terra neve sporca e un tappeto di foglie morte. Si avviò verso l’entrata, inciampando poco più avanti. Guardò in basso e imprecò: era la borsetta di Beth.
Fu allora che spinse lo sguardo fino all’ingresso, sbarrato con travi di legno, e notò la sagoma stesa a terra, immobile. Non riuscì nemmeno a urlare. Con enorme sforzo si avvicinò di qualche passo, riconoscendo prima la camicia, poi i pantaloni sgualciti, infine l’orologio. Carl giaceva a terra in un lago di sangue misto a fango, il viso orribilmente sfregiato.
Mark tentò di guardare nei dintorni, anche le finestre erano serrate. Poco distante giaceva la telecamera, inutilizzabile. Di fianco a essa, il manoscritto.
Con voce incerta chiamò Beth, ma solo il vento rispose al suo richiamo, facendo scorrere veloci le pagine del diario. Gli parve quasi di sentire una risata beffarda diffondersi nell’aria. Era decisamente troppo, per lui. Corse via in preda al panico, calpestando senza assorgersene gli oggetti personali di Beth, sparsi ovunque. Della bellissima bionda non era rimasta altra traccia.
Fragmina verborum titivillus colligit horum
Quibus die mille vicibus se sarcinat ille.
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Re: [#3] La casa sulla collina (racconti) 29/04/2015 14:21 #14984

La casa sulla collina


III.

Il suo primo profondo respiro, quando sentì i polmoni gonfiarsi e riempirsi. L'aria le raggiunse il cervello e la testa fu pervasa da una sensazione di leggerezza che le sconvolse i pensieri, spingendoli all'esterno, per lasciare spazio alla leggerezza.
“Ce l'ho fatta...” pensò debolmente, “ce l'ho fatta finalmente...”.
Un vento fresco le percorse i polmoni, creando un sottile strato di brina sulle pareti. Un piccolo vortice si creò al loro interno, sollevando quei cristalli di ghiaccio che, morbidi come la neve, si posarono nuovamente.
Accennò un sorriso e schiuse gli occhi. La luce le punse le sensibili pupille che vibrarono leggermente e accompagnarono le labbra in quel sorriso.

Degli aghi le forarono la testa, il sorriso si trasformò in una smorfia contrita. Sentì ogni singolo capello staccarsi dal suo bulbo e lasciare una traccia vuota. I polmoni si svuotarono e tornarono aridi, mentre i pensieri venivano risucchiati nella testa e si stabilivano nelle vecchie sedi.

Ansimante respirava a pieni polmoni, retta dai capelli dalla mano sottile ma nervosa dell'uomo che disse inespressivo: “hai un'altra possibilità”. L'uomo si passò l'altra mano sulla testa rasata continuando a seguire con lo sguardo assente il ritmo degli ansimi, nell'attesa che cessassero.

Mentre i suoi capelli perdevano sensibilità e i polmoni tornavano a riempirsi di aria, gli occhi si strizzavano per lo sforzo e disse a stento: “la prego, mi lasci riprovare”. Dall'uomo nessun cenno. “Perché mi ha tirato fuori? C'ero quasi riuscita” due colpi di tosse interruppero il suo tentativo, poi altri due e la tosse si fece greve.
“Il quasi non esiste” ribatté sicuro l'uomo.
“Avrei potuto farcela!” si sforzò lei, aprendo gli occhi al sole e disegnando la silhouette del viso del Maestro.
“Avrei potuto non esiste” ripetè cantilenante il Maestro.
“Maestro, la prego, io sono sicura di essere degna. Sono sicura di potercela fare. La prego...” . La ragazza aveva la pelle ormai asciutta ma gli occhi umidi.
Dietro di lei si stagliavano le montagne fredde e soffici del Tibet, ma nel suo cuore sentiva le onde infrangersi contro le pendici delle Highlands scozzesi, provocando un fragore che le rimbombava fino agli occhi che, fragili, continuavano a eruttare lacrime dense.

Poi un fischio.


II.

“Diario, pagina 18. Stampai la data con i timbri da avvocato di mio padre, ormai sbiadita, ma si intravede ancora un marzo 1975. Il giorno è ormai scomparso del tutto. Era il 4, martedì. Una macchina in panne fiancheggiava l'asfalto davanti casa. Il rumore del motore saliva e il mio sedile vibrava sempre più, mentre le dita si distendevano per migliorare le presa sul volante. Poi un colpo che non ricordo e un fischio che sento ancora. Mi schiantai a occhi aperti su quell'auto. Fece un salto improvviso in avanti, tranciando di netto le braccia a mia madre che, coperta dal cofano aperto, non avevo visto. Sfortunatamente illesa io, sopravvissuta e costretta a sopravvivere lei, agonizzante e poi morta la donna in panne. Una tragedia da fiocco rosa.
La tv passava in loop la pubblicità di corsi motivazionali. Strizzate d'occhio e inquadrature che rimandavano al pacco del motivatore, accompagnavano il numero rosso in sovrimpressione: 06-696969. Il telefono appoggiato sul divano. Il corpo rigido di mia madre fissava con gli occhi vuoti lo schermo.
Dopo quaranta giorni di silenzio mi chiese di finire il lavoro. Trasalì e cadde a terra. Liberai lei e abbandonai in quella casa il fantasma che abitava nel sottotetto, che ogni notte trascinava sedie e batteva i piedi, per svegliarmi e ricordarmi quel fischio”.


I.

Si sentì una mano battere delicatamente sulla porta.
Gli occhi scuri e magnetici di Pakula si aprirono di colpo. Era seduta a terra, con le gambe incrociate; la testa rasata permetteva di distinguere chiaramente ogni singolo tratto del suo viso che, deciso ma dolce, disegnava una cornice perfetta per accogliere il battito fresco delle sue palpebre.
La porta si aprì leggermente e un naso sottile fece capolino.
“Pakula na mise?” una voce giovane e timorosa chiese nascosta.
“No manei do capet” continuò il ragazzo.
Pakula, immobile, non si voltò a guardarlo. Mantenendo gli occhi chiusi emise un suono e mosse la testa in segno di assenso, senza perdere la sua posizione.
“Seti ni coi tu magret ki fibit se mabeti” il ragazzo aveva fatto qualche passo in avanti e, alla mancata risposta della donna, si sentì sovrastare dal silenzio di quella piccola stanza.
“Pakula na mise?” chiese con voce tremante.
Pakula aprì lentamente gli occhi e si alzò. Il ragazzo cercò di aggiustarsi velocemente la tunica e si sentì pervadere da un brivido freddo figlio dei complessi, e gli mancò il respiro, dando ossigeno alla sua ipocondria.
Avvolta in una tunica bianca che ne lasciava intuire le splendide forme, Pakula si avvicinò al ragazzo che, come se il pavimento lo stesse inghiottendo, la guardò dal basso con occhi rispettosi. Pakula si abbassò per guardarlo negli occhi.
“Ni pame to reti Somai”
Somai venne abbracciato dal vento fresco proveniente dalle parole di Pakula.
“S-seti nig-goi mi c-capet Pakula” balbettò a fatica Somai.
“Nati co” rispose sorridendo Pakula. Gli passò affettuosamente una mano fra i capelli e gli stampò un bacio sulla fronte.
Il ragazzo restò immobile e rigido per l'imbarazzo ma, non appena Pakula gli ebbe mostrato le spalle, come una scossa calda che partiva dai piedi, si sciolse in un sospiro silenzioso.
Si avvicinò alla porta quando quell'alito fresco tornò a rizzargli i peli del collo. Le labbra carnose e umide di Pakula gli sfiorarono la pelle: “Mane sai go”.
Somai, impietrito, arrossì. Il cuore stava per sfondargli il petto. Cercò di girarsi di nuovo per scorgere un'ultima volta le linee della donna.
“Cama Somai” disse la voce di Pakula, di nuovo lontana, bloccando il lento movimento del ragazzo.
“Cama Pakula” rispose Somai chiudendosi la porta alle spalle, assuefatto dalla presenza della donna ma libero da quella sudditanza psicologica che lo aveva tenuto sotto scacco durante l'intero scambio.

Pakula vide Somai perdersi nella fitta boscaglia che conduceva verso la vallata.
Attorno al lago, le donne si dedicavano alle consuete attività di pesca, mentre i bambini scorrazzavano divertiti e i due anziani del villaggio aspettavano speranzosi lì dove gli alberi cominciavano a creare un muro fra loro e Pakula, aspettando notizie da Somai.
Gli occhi di Pakula si intristirono e il solito fischio tornò a premere sulle tempie. Negli occhi scuri si leggevano i suoi pensieri, mentre le nuvole sembravano lanciare segnali di fumo ormai troppo vecchi per essere decifrati.
Si girò per guardare speranzosa nell'altra direzione, dove le montagne innevate del Tibet tagliavano violente un pezzo di cielo.
Pakula ricominciò a contare i giorni: 41 fino alla successiva visita di Somai, 40 di lontananza dal tormento, per essere pronta a trattenere il fiato e raggiungere le cime più alte.

Si sedette a terra e incrociò nuovamente le gambe nel silenzio del suo respiro interrotto.
La sua casa in collina giaceva vuota, in quel limbo fra abbandono alla vita e ascesi divina.
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Ultima modifica: 30/04/2015 19:32 Da Titivillus.
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Re: [#3] La casa sulla collina (racconti) 29/04/2015 17:32 #14987

Nadia

Nadia guardò fuori dalla finestra socchiusa che dava sul declivio della collina e si accorse che finalmente aveva smesso di nevicare, anche se ormai uno spesso manto bianco circondava la casa. I genitori le avevano raccontato di aver visto per la prima volta quello stabile meraviglioso nel marzo del 1975 proprio durante una nevicata. Le parve di vedere la madre giovanissima, allegra e con i primi evidenti segni della gravidanza, andare su e giù per la scala del cascinale appena restaurato, scoprirne ogni angolo con curiosità ed entusiasmo. Sapeva che se ne era innamorata seduta stante, mentre i precedenti proprietari confidavano al padre di voler vendere l'abitazione. I suoi genitori erano due giovani artisti impetuosi e grazie al denaro del nonno paterno l'acquisto era stato portato a termine nel giro di poche settimane.
Nadia era nata proprio lì, nella grande camera da letto al primo piano, grazie a una levatrice di paese, amica di famiglia. Fin da piccola aveva imparato ad amarne ogni naturale scricchiolio, ogni piccolo rumore: i genitori le avevano insegnato che era normale che una cascina vecchia come quella avesse una voce propria. Inoltre il vento spazzava spesso quelle morbide colline emiliane, provocando ulteriori fruscii. Per un certo periodo, attorno ai cinque anni, Nadia aveva avuto paura della casa: nella sua cameretta sentiva sempre dei rumori provenienti dal piano di sopra, laddove vi era una soffitta. La piccola aveva visto su un libro l'illustrazione di un fantasma e complice un racconto “di paura” da parte di uno dei figli dei vicini, si era convinta che lassù ve ne fosse uno e che lei si trovasse in pericolo. Passò una settimana con quella idea e in una notte particolarmente agitata urlò nel sonno facendo sì che il padre corresse da lei. Nadia vuotò il sacco tra le lacrime e lui la prese in braccio, carezzandole dolcemente i capelli per calmarla. Poi la condusse su dalle scale per mostrarle come nel sottotetto vi fosse soltanto il nido di una civetta e non certo un fantasma cattivo. Da allora Nadia aveva amato i rapaci notturni e quando aveva iniziato a scrivere ancorché giovanissima ne aveva sempre inserito uno nelle sue storie.
La scrittura l'aveva accompagnata a lungo finendo per darle da vivere. La serie di libri su Adele Scacchi, un'antropologa con un passato da modella, arrivava sempre in classifica e ad ogni nuovo volume il suo conto in banca s'arricchiva notevolmente. Un celebre critico letterario del Corriere della Sera aveva scritto sul suo lavoro:
“Nadia Longoni è ormai da considerarsi la più grande tra le scrittrici rosa 'intelligenti'. Il suo personaggio, Adele Scacchi, è una donna bellissima e complessa, piena di contraddizioni eppure simpatica e brillante nonostante sia affetta da un'implacabile ed inestinguibile ipocondria o forse proprio per questo risulta così attraente per il grande pubblico. E' divertente pensare come la professoressa di carta sia un'appassionata di pesca, attività non certo consueta per una donna giovane e bella. Eppure la caratterizzazione funziona proprio attraverso elementi stranianti simili a questo. Longoni ha saputo farsi amare anche dai lettori maschi, caratteristica molto rara per un genere letterario strettamente femminile”.
Quando il primo volume era stata lanciato, Nadia stava vivendo il momento più tragico e difficile poiché i suoi genitori erano appena morti in un incidente stradale assurdo e lei non era in grado di presentare di persona la creazione. Durante un viaggio i coniugi si erano ritrovati con l'auto in panne e poco dopo erano stati travolti da due ragazzi ubriachi mentre stavano piazzando il triangolo per segnalare la presenza del loro veicolo.
Per fortuna Chiara, la sua editor, aveva avuto un'idea geniale: invece di farle presenziare tutti gli incontri previsti dal contratto e di farle sostenere le solite interviste radiofoniche e televisive, aveva ideato un grande battage pubblicitario alternativo e in molti erano rimasti attirati da quell'incomprensibile e straniante promozione. In ogni città erano apparsi grandi cartelloni con immagini di pesca e stampe con disegni di antiche civiltà, poi era stato il turno di una modella senza volto, fino a quando ovunque era apparsa la scritta “Adele”. Lo stesso accadde su internet dove centinaia di banner balenarono ovunque, luminosi ed attraenti. In questo modo la serie si era affermata prima ancora che i libri uscissero fisicamente dalla tipografia o fossero disponibili per il download. Grande fu la sorpresa nello scoprire che si trattava di un lavoro scritto da una donna, poiché la campagna era stata progettata volutamente per fuorviare il pubblico e far immaginare che l'autore fosse un uomo.
Nadia abbandonò i pensieri, chiuse la finestra che aveva aperto per cambiare aria nella stanza da letto e si diresse verso lo studio, creato nella camera dove aveva dormito da bambina. Scriveva tutto a mano, senza mai usare il computer e per la prima volta non riusciva a proseguire, raggiunto il sesto capitolo della storia. Guardò il grande quaderno sul quale stava vergando il nuovo romanzo, aperto a pagina 18: da troppi giorni non faceva progressi e ormai si sentiva completamente sprofondata nella crisi da foglio bianco. Rimaneva seduta alla scrivania con la sua splendida stilografica chiusa tra le dita e sospesa sopra la carta per minuti infiniti, ma il cervello vagava ora tra i dolori, altre volte tra le rare gioie della sua esistenza. Scappò via incapace di sopportare il fallimento quotidiano e passando per il corridoio non poté non guardarsi nel grande specchio grazie al quale si preparava le poche volte in cui usciva. Si vide cadente e vecchia nonostante avesse compiuto trentanove anni solo da pochi mesi. Scosse la testa e proseguì sentendosi repellente: non si era mai considerata bella ma nemmeno si era mai vista o nemmeno immaginata così brutta. Nadia non sapeva o non voleva ammettere di essere una donna splendida, molto simile al suo personaggio, una mora fiammeggiante e piena di curve, alta e con gambe da sogno. Non lo voleva ammettere a se stessa e la cosa aveva un che di patologico, legato a una terribile fase vissuta durante l'adolescenza, periodo in cui si era svegliata ogni mattina pensando di essere gravemente malata e mostruosa.
La sua non era grande letteratura ma la protagonista delle sue storie aveva molto di lei stessa, sia che la scrittrice ne fosse conscia, sia che non lo fosse. Ad esempio la vicenda amorosa del quarto volume, quello che a detta di tutti era il migliore della serie, era stata vissuta in prima persona da Nadia al tempo dell'università. Grazie alla borsa di studio Erasmus l'allora studentessa aveva trascorso un anno in Scozia dove aveva conosciuto Liam, un uomo poco più grande di lei, interessante ed attraente. Lui era un antropologo e in un fine settimana le aveva proposto di andare a visitare un sito archeologico posto sulle Highlands, alla ricerca di un cerchio di pietre dove le antiche popolazioni compivano rituali iniziatici. Nel romanzo era Adele ad essere l'antropologa e l'uomo uno splendido studente americano fuori corso, appena più giovane del suo personaggio, ma la sostanza non cambiava. L'uomo e la donna, sia nella realtà che nella finzione, si erano trovati nel sito nottetempo dove l'antropologo/a aveva rivelato al/la compagno/a di avventure che il rito celebrava il momento di passaggio tra l'età infantile e quella adulta tramite un rapporto sessuale. Così le eccitate coppie, quella vera e quella di fantasia, si erano adagiate sulle grandi e antiche rocce piatte, lasciandosi andare ad amplessi passionali e romantici. Per Nadia era stato il momento più bello della sua vita e per i lettori di Adele l'episodio favorito di tutta la serie.
Ma ora non riusciva ad andare avanti, non ne aveva la forza: la sua testa era piena di idee e di nuovi splendidi uomini da mettere assieme alla meravigliosa professoressa, ma qualcosa non andava, qualcosa non riusciva più ad uscire da lei per andare a fissarsi sulla carta, a imbrattare quella parte di vita che le permetteva in un certo senso di esistere. Non riusciva a capire di che cosa si trattasse, non sapendo più leggere se stessa.
Ne aveva parlato con l'unica persona che potesse considerare un'amica, l'unica donna con cui parlasse intimamente da ormai dieci anni, trascorsi quasi senza interruzioni in quella casa, senza telefono, internet e campo per il cellulare. Per poterlo fare l'aveva contattata con una lettera fisica, sistema che nel mondo evoluto è ormai sempre più residuale.
Chiara l'aveva raggiunta poco dopo aver ricevuto la missiva, preoccupata poiché Nadia era la sua gallina dalle uova d'oro. Appena arrivata e sistemata sul divano con una tazza di tè in mano, era stata investita da un discorso difficilmente comprensibile, poco coerente e molto confuso. L'editor si era resa conto subito di quale fosse il problema e aveva avvertito un tuffo al cuore: Nadia era ormai stanca di quell'esistenza quasi del tutto monacale, durante la quale si era occupata di descrivere la vita di una donna molto simile a quella che lei stessa avrebbe potuto diventare e cominciava a sentire il bisogno di “vivere” in prima persona.
Aveva preso tempo, ricordando alla scrittrice che il contratto prevedeva ancora un romanzo, lo stesso che non stava riuscendo a scrivere in quel periodo, ma che in ogni caso la penale non sarebbe stata un grosso problema dato che l'Amministratore Delegato era molto contento delle vendite della serie, la quale presto sarebbe diventata una fiction e fortunatamente il nuovo libro non era ancora stato pubblicizzato o annunciato. Alla fine Chiara non aveva resistito.
“Vattene di qua Nadia, esci da questa casa dove hai tutti i ricordi ma dove non hai mai vissuto nulla se non il passato ed esci nel mondo! Sei ancora bellissima anche se non vuoi ammetterlo e non credo faticherai troppo a fare breccia nel cuore degli uomini. Inoltre sei intelligente e divertente, piena di interessi e risorse potenziali. Ormai i tuoi genitori sono morti e non ci possiamo fare niente né tu né io e tanto meno Adele. 'Uccidila' e scrivi qualcosa di migliore rispetto a questa merda, ben scritta finché vuoi, ma merda. Sono convinta che ne sarai in grado”.
La donna ripensò alle parole della sua unica amica: sapeva che aveva ragione ma come poteva abbandonare quella casa sulla collina che tanto le ricordava i genitori scomparsi ormai da dieci anni? Era come essere ancora dentro il ventre della mamma, protetta e al caldo. Se mai se ne fosse andata davvero da quel luogo era certa che non vi sarebbe più tornata: andarsene sarebbe stato come nascere un'altra volta e allo stesso tempo la “lei” precedente sarebbe definitivamente morta, così come Adele.
La scrittrice guardò fuori e vide che stava arrivando il sole. Prese una coperta e dopo essersi messa una giacca pesante e gli stivali uscì di casa, sedendosi su una sedia di plastica in cortile dopo averne spazzato via la neve dalla seduta.
Nadia iniziò a guardare il cielo per osservare se vi fosse qualche nuvola interessante. Lo faceva fin da bambina e lo faceva fare anche alla sua Adele, quando possibile. Il sole le scaldava il volto, senza però darle fastidio poiché era ormai stanca del freddo e dell'inverno.
Guardò, scrutò e alla fine le parve di vedere qualcosa... Sì, qualcosa d'incredibile! Sopra la sua testa vi era una nuvola-collina e sopra la collina una nuvola-casa, simile alla sua! Strabuzzò gli occhi e passò le dita sulle palpebre, pensando per un attimo di essere rimasta abbagliata, ma quando alzò nuovamente lo sguardo si accorse che la sua prima impressione era corretta. All'improvviso arrivò un vento forte di tramontana e la nuvola-collina-casa si lacerò, sparpagliandosi qui e là. Nadia rimase a guardare quello spettacolo per molti minuti e dopo seppe cosa fare.
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Re: [#3] La casa sulla collina (racconti) 30/04/2015 19:07 #14997

Perversione


Aveva nevicato ininterrottamente per due giorni, ma il sole ora la faceva da padrone, rendendo il freddo più pungente e riflettendosi sui prati, ricoperti da uno spesso manto bianco.
Giusy era accaldata; le borse della spesa non erano pesanti, ma il lungo tragitto dal centro commerciale fino a casa si faceva sentire. Vent’anni prima sarebbe tornata di corsa, magari fischiettando; però il tempo passava in fretta...e poi ho i tacchi! Si giustificò ridacchiando.
Gettò uno sguardo alla strada, che gli spazzaneve avevano reso di nuovo agibile, ed osservò le auto sfrecciare. Erano passati ormai cinque anni, ma continuava ad aver paura dei mezzi di trasporto.
Dopo qualche minuto, oltrepassò il cancello e si inerpicò sul vialetto di casa. La dimora era tipica per quella zona: aveva il tetto piuttosto spiovente, così da evitare l’eccessivo accumulo di neve, ed era circondata da un giardino curatissimo (ora vestito di bianco), vanto ed orgoglio di ogni scozzese che si rispetti. La casa era inoltre ben posizionata, dato che era stata costruita sul culmine di una collinetta, da cui si godeva di una vista privilegiata.
Giusy entrò in casa e si tolse il pesante cappotto, godendo del tepore che la avvolse; andò in cucina e sistemò la spesa con ordine. A quel punto lanciò un’occhiata all’orologio a pendolo, ereditato da suo nonno, ed emise un sospiro.
Si diresse alle scale che portavano ai piani sovrastanti e salì. Oltrepassò la zona notte e si fermò un paio di secondi sul pianerottolo prima dell’ultima rampa, osservando la vecchia porta che conduceva in mansarda. Il passato prese il posto del presente.

“Ma che palle questo tempo! E io che volevo andare a pescare domani.”
Nick strinse ancora più saldamente le mani sul volante, prendendo quasi come una sfida il guidare sulla poltiglia di neve che ricopriva il manto stradale.
“Va beh pace, ero comunque già molto indeciso, dato che ho questo dolorino alla gola che mi tormenta sempre e non vorrei peggiorare la situazione.”
Intorno al collo aveva tre o quattro giri di sciarpa arrotolata, così da sembrare una sorta di serpente con testa umana.
Si voltò per un attimo verso Giusy, seduta al suo fianco, e notò che non lo stava considerando minimamente.
“Mi dici cos’hai? E’ da quando siamo usciti dal cinema che non mi parli. Ora che ci penso non mi hai neanche dato del paranoico ipocondriaco dopo che ho detto del mal di gola, come fai sempre. Non ti è piaciuto il film?”
“Quello non era un film, era una porcata da maiali. La colpa è mia, che mi fido ancora di te. Avrei dovuto immaginare che quando mi hai proposto di venire a vedere questo "incredibile capolavoro della new age”, come lo hai definito, mi avresti propinato una schifezza del genere. Siamo sposati da tre anni e mezzo e sono ancora così fessa da sperare che tu cambi prima o poi.”
Nick a quel punto sbottò.
“Ma non dire idiozie, secondo me ti sei addormentata. Questo film, oltre ad essere una storia avvincente, ci ha anche dato una rappresentazione credibile della vita dei Celti, nostri avi, e dei tanto dibattuti sacrifici umani ad opera dei Druidi. Hai visto che scena spettacolare quella del rito?”
Giusy incrociò le braccia prima di replicare.
“Quello dove si vede la protagonista completamente nuda? Ovvio che ti sia piaciuta quella scena.”
“Ah, ecco perché sei arrabbiata! Perché mi sono permesso di dire che hanno scelto davvero una bella donna per fare questo film, tutto qua. Sei gelosa, ammettilo.”
“No, tu hai detto che “la protagonista è una figa clamorosa”, parole testuali; ma come sempre stai rigirando la frittata come vuoi. Adesso basta, chiudiamola qui; prima di tornare al cinema con te ci penserò due o tre volte. E vai piano che la strada è ghiacciata.”
L’alta velocità e la neve in terra non sono mai una buona combinazione, se poi a questi due elementi si aggiunge l’imprevisto di girare la curva e di trovare un’auto in panne ferma sul ciglio della stretta carreggiata, allora si capisce che la vita di ognuno può cambiare da un momento all’altro. E fu così che cambiarono le vite di Nick e Giusy.

Giusy scacciò il ricordo nel momento in cui entrò in mansarda e vide suo marito: Nick era attaccato ad un respiratore, in coma profondo da ormai cinque anni. Fin da subito tutti i dottori che aveva consultato le avevano dato poche speranze, qualcuno lo aveva addirittura definito un vegetale.
La donna si avvicinò al letto ed ai vari macchinari che lo tenevano in vita, si sedette su una sedia e gli strinse la mano. Cominciò a raccontargli della sua giornata, come faceva sempre, trattandolo come se la stesse ascoltando, se le rispondesse; immaginandolo ancora frizzante e pieno di vita come era sempre stato, e non come il pallido fantasma di se stesso che ormai sembrava.
La stanza era inondata di luce, ne fu contenta. Dopo aver tenuto il marito per quattro lunghi anni in camera con sé, aveva deciso di spostarlo di sopra, dato che da qui la vista era migliore e le numerose vetrate potevano donargli il calore del sole di cui forse sentiva la mancanza, imprigionato in quella casa ed in quel corpo.
Giusy si alzò e si diresse ad una finestra, contemplando il paesaggio. Ormai era aprile inoltrato e le previsioni promettevano bene, forse sarebbe stata l’ultima neve della stagione, o almeno lei ci sperava. Il cielo era così sereno, solo una nuvola galleggiava in quel blu infinito. Ad una prima occhiata non ci fece caso, poi la guardò meglio: sembrava...sembrava quasi...un pesce. Sì, era un pesce, e ben definito anche.
Ripensò ad un articolo di giornale letto tempo prima ed a quella strana tendenza del nostro cervello ad associare forme conosciute agli elementi trovati in natura, quindi le venne da ridere. Istintivamente si girò per raccontarlo a Nick, quasi si sentisse in colpa per aver sorriso senza dirgli perché. Si bloccò prima di aprire bocca. E se fosse...no, non è possibile.
A volte ci sono idee che folgorano, altre volte invece, come in questo caso per Giusy, le idee nascono come una sorta di solletico, di tarlo che scava dentro e che non ti lascia in pace.
La donna salutò il marito e corse al piano di sotto, nella “stanza dei bambini”, o meglio in quella che sarebbe dovuta essere la stanza dei bambini e che dall’incidente era diventata un misero ripostiglio.
Rovistò dentro qualche scatolone ed alla fine le scovò: le riviste di pesca di Nick. Scorse velocemente le copertine e dopo poco ne trovò una che facesse al caso suo: segnalava al suo interno un breve corso di pesca sul lago. La coda dell’occhio andò sulla data di uscita della rivista e per poco non le prese un infarto: marzo 1975, il mese in cui ebbero l’incidente. Nick aveva evidentemente comprato quella rivista proprio in quei giorni, magari la mattina stessa.
A questo punto il tarlo divenne un vero e proprio trapano.

Giusy avvertì l’autista dell’ambulanza che gli avrebbe telefonato dopo qualche ora per farsi tornare a prendere e poi lo salutò con calore, non nascondendo a se stessa di essergli grato per non averle fatto troppe domande; del resto con quel lavoro chissà quante ne aveva viste di cose apparentemente assurde.
Ora si trovava lì, a bordo lago, con le familiari Highlands sullo sfondo ed un’insistente brezza fresca addosso; circondata da attrezzatura da pesca acquistata con tanta fatica (e zero esperienza) e da suo marito allettato ed attaccato a tre macchinari diversi. Non si perse d’animo e prese in mano la rivista.
“Dunque, il corso di pesca dovrebbe essere a pagina 18, vediamo.”
Si era sempre obbligata a parlare ad alta voce in presenza di Nick, le serviva a non perdere la speranza.
“Ma cosa...è uno scherzo?”
Giusy si rese presto conto che quella rivista non era una normale rivista di pesca. Sapeva che Nick adorava collezionare fumetti horror/erotici ed era ben a conoscenza dell’accoppiata donne e motori che faceva impazzire tanti uomini nel mondo, compreso ovviamente suo marito, ma mai si sarebbe aspettata di trovare donne mezze nude anche in una rivista di pesca.
Sgranò gli occhi passando da una pagina all’altra ed imbattendosi in pubblicità al limite dell'obbrobrioso, come quella di una ragazza a seno scoperto con in mano una trota e una frase in rosso che recitava:
“A me piace tanto il pesce, fammi vedere la tua canna...con le canne Louis avrai la canna più lunga e il pesce più grosso!”
Fu lì che crollò. Cominciò a piangere ripensando a quante volte aveva litigato con Nick per questi motivi, e bruciò di tormento al desiderio di riaverlo con lei, come era un tempo. Cadde in ginocchio sulla riva fangosa.
Sentì un gorgoglio tra un singhiozzo e l’altro e si paralizzò all’istante.
“Ghhghghghgh.”
Giusy si precipitò su suo marito e lo vide muoversi, o meglio tentare di farlo.
“Ghshsshshshgghghsh.”
“Nick! Sono qui! Stai calmo, va tutto bene, sono con te!”
L’uomo continuava a contorcersi ed a farfugliare suoni sconnessi. La donna decise di togliergli il respiratore dalla bocca.
“Ecco, ora sei libero, respira, con calma, non parlare, non ti affannare, chiamo subito aiuto.”
Cercò il cellulare in tasca, le tremavano le mani.
“Coniuspdi dpanfini.”
“Amore devi cercare di stare calmo, ti prego, non puoi riuscire a parlare, sei stato immobile per molto tempo.”
Si strusciò via le lacrime dagli occhi con la manica, così da riuscire a vedere la tastiera del telefono per comporre il numero dell’ambulanza.
“Croroppapi ra fropppo. Soneinfinei finoamnllo!”
Oltre a non stare zitto, stava quasi gridando. Sembrava quasi che volesse recuperare tutti gli anni che era stato in silenzio. Giusy si portò di nuovo su di lui, cercando di calmarlo.
“Nick, guardami. Smetti di fare così, non riesco a capire, emetti solo dei suoni confusi. Devi respirare, con ritmo, dai.”
“G-g-giu-s-sy.”
“Sono qui amore, sono qui con te.”
“T-ti sto…”
“Sì? Mi stai? Cosa?”
“Ti s-sto d-d-dice-e-endo...d-di copri-i-irmi. Fffa ff-freed-do, e s-se poi mmi amma-lo?”
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Re: [#3] La casa sulla collina (racconti) 30/04/2015 21:44 #15000

DORMONO SULLA COLLINA

La fuga mensile dall’entropia cittadina conduceva Diana sempre alla stessa meta, su una collina appena fuori dalla metropoli fanese. Alla casa che aveva accolto lei e Steve, il suo primo marito, una delle poche abitazioni scampate all’automatizzazione. Prima di entrare i suoi occhi celesti si rivolsero al segno X che perennemente giaceva sullo spigolo in alto a destra del suo campo visivo, appena sotto il ciuffo biondo a esse italica ormai fuori moda. Ma non riuscì ad anticipare un popup con una pubblicità che la invitava a provare la sensazione di infilare in bocca uno spazzolino un po’ troppo grosso. Finalmente con un occhiolino fu offline.
In apparente contrasto con la sua evasione dal mondo moderno, ad accoglierla in casa fu un robot. Argenteo, di fattezze umanoidi e con il sintetizzatore vocale impostato sulla voce rassicurante di Marco Mete, era tuttavia una macchina in panne come l’aveva definita il robomeccanico al quale Diana e Steve si erano rivolti alla comparsa dei primi sintomi. La diagnosi di ipocondria avrebbe potuto aprire nuovi orizzonti alla psicorobotica se in quell’occasione ci fosse stata più lungimiranza. Talvolta Diana si chiedeva cosa sarebbe successo se avessero indagato meglio, magari grazie ad un colpo di serendipità quel robot malato immaginario avrebbe potuto rivelarsi una miniera d’oro. Allora invece fu deriso a più riprese proprio da Diana, che lo soprannominò Rimb come diminutivo di rimbambito. Solo Steve, da buon medico, iniziò a dare corda e rassicurare il robot su ogni suo sintomo. Pur prendendolo bonariamente in giro. E col tempo quella sua caratteristica rese Rimb l’unico automa umanamente sopportabile da Diana. Tanto che gli aveva affidato le cure della casa prediletta quando andò a vivere con Arturo.
La casa, ancora arredata secondo il gusto condiviso di Diana e Steve, apparve come sempre viva agli occhi della donna. Non solo merito di Rimb. Quell’abitazione lassù in collina era sempre stato il sogno di Diana che da novella sposa vedeva, nella seppur lieve pendenza, una montagna da scalare. Le abitazioni come quella erano viste come un capriccio da ricchi intellettualoidi con gusti vintage o delle semplici rarità da possedere, considerazioni che ne avevano aumentato il prezzo. Inoltre le banche non concedevano mutui se non alle coppie formate da due lavoratori: Steve lavorava, Diana no. Così, senza la necessaria stabilità lavorativa nel suo campo di specializzazione, vale a dire il mercato dei nanobiomateriali, Diana era stata costretta a sfruttare il suo aspetto fascinoso e accettare un contratto come fotomodella. La sua speranza era di riuscire ad accendere il mutuo che le avrebbe permesso di scalare la collina e divincolarsi in fretta da Jigen il suo nuovo capo, un polpo giapponese che sembrava aver studiato a Milano col solo obiettivo di dirle che era “una figa clamorosa”. Non per niente lo chiamavano Fava. Il mercato delle foto 3D di belle ragazze non si sarebbe esaurito mai, ma dopo pochi mesi Diana accettò un impiego presso un’azienda fanese di nanoprotesi, lavoro più stabile che le permise di comprare quella casa sulla collina e di dire all’ormai ex datore di lavoro quello che aveva sempre pensato, cioè che “ciò che ci distingue non è il pene, è il cervello.” Quando entrarono per la prima volta nella loro casa Diana sentiva di aver raggiunto una delle mete della sua vita. Steve volle celebrare l’evento con un rituale iniziatico isiaco in cui l’imitazione della morte e resurrezione di Osiride sanciva il passaggio dalla vita cittadina a quella che Steve definiva bucolica con un’iperbole scherzosa.
Tutti i ricordi, tutte le svolte che aveva segnato nella loro esistenza rendevano quella casa più viva di qualsiasi altra abitazione dotata di intelligenza e coscienza artificiali.
Mentre Rimb preparava il caffè con una vecchia moka, Diana distolse la mente da pensieri malinconici di un passato troppo prossimo per lasciarlo scivolare da sé aprendo un libro cartaceo che Steve definiva divertente eppure profondo. Scelta dalla casualità, nella diciottesima pagina del libro lesse qualcosa che la turbò: un certo Ford chiedeva ai passanti la strada per Betelgeuse finché un poliziotto non gli domandava se non fosse ora di tornare a casa, a quello Ford rispondeva che era proprio quello che stava cercando di fare. Casa…casa non era Arturo. Era Steve. E quindi quella casa. Forse a spingerla a quell’eterno ritorno non era il solo bisogno di evadere dall’alienante e perennemente connessa città. E probabilmente Arturo lo capiva, perciò avrebbe voluto vendere quella casa, non per investire in un albergo sulle Highlands scozzesi…Rimb interruppe il filo dei suoi pensieri. Porgendole il caffè iniziò a lamentarsi in modo vago del suo stato di salute. Lamento che sfociò in un monologo confuso:
- …e insomma signora, io ero lì con un probabile ictus e il signor St…il dottore che rideva e diceva come? un cervello perfetto come il tuo? non capivo cosa volesse dire, sa com’è fatto…cioè, non sa, in realtà…ehm…il cervello, l’ictus, BANG! e lui diceva che sicuramente ho qualche meccanismo che mi salva, sì insomma, dall’ictus perché poi, beh, non è mica la prima volta che, no? sopravvivo senza conseguenze si ricorda? la pesca che dovevo mangiare ogni giorno per il primo ictus e lui che dice che sono transeunte solo perché…
Il marasma che Rimb stava riversando su Diana le parve più strano del solito, ma non aveva la forza per dirigere i suoi ragionamenti verso un qualche obiettivo preciso così decise di interrompere il robot:
- Senti Rimb, porta i tuoi blablabla da un blablaologo!
- È la stessa cosa che mi ha detto il dottore!
Quella era una citazione di un vecchio telefilm che in pochi conoscevano. Un’altra goccia nel vaso delle stranezze. Trattandosi di un telefilm su dei medici, Diana pensò che non fosse una rarità trovare ancora qualche altro camice bianco che lo conoscesse, oltre Steve. Era una delle sue battute preferite, presa da uno dei pochi antichi programmi che avessero mantenuto più di qualche senso di comicità. Un altro tra i preferiti del marito aveva tra i protagonisti Mayim Bialik, la donna che divenne famosa per il suo contributo alla neuroscienza robotica, causa fondamentale del successivo sviluppo tecnologico. Senza di lei Diana era convinta che le ricerche avrebbero preso altre strade, sviluppando maggiormente nanotecnologie biocompatibili che avrebbero portato ad un mondo più a misura d’Uomo. O meglio, a un Uomo più a misura della consunta Terra. Questa profonda certezza la espresse anche a Steve anni addietro, quando alla domanda “con una macchina del tempo quando andresti?” lei rispose “Marzo 1975, a far diventare la Bialik un coito interrotto.”
Mentre ancora faceva vorticare il caffè nella tazza ripensò a quell’episodio. Si accorse di quanto fosse incoscientemente felice all’epoca. Se le avessero rifatto la domanda sarebbe stata senz’altro più egoista e avrebbe risposto “Quattro anni fa, a dar fuoco a quella dannata auto-IA di Steve.”
Era andata in quella casa per rilassarsi, ma aveva passato le prime ore di quel soggiorno in preda alla malinconia, ai ricordi, ai rimorsi. Era avvinghiata più che mai al passato. Un passato in cui inseguire i suoi sogni con Steve. Inutile continuare la storia con Arturo. Aveva sperato che il suo candore nascondesse la continua reminiscenza del primo marito, come la neve lentamente celava la collina d’inverno. Ma sempre, spontanea, tornava la primavera.
Angosciata dall'aver esplicato a se stessa sentimenti repressi, fu forse la sua vulnerabilità unita alla caffeina appena assunta che le fecero sentire un tuffo al cuore percependo un rumore dal sottotetto. Come se qualcuno avesse fatto un passo pesante o fosse inciampato. Ma non entrava nel sottotetto da quattro anni e Rimb non aveva il compito di badarci. La suscettibilità del momento spinse Diana a voli pindarici e in pochi istanti nella sua mente si configurò un quadro vivido in cui Rimb si prendeva cura del fantasma di Steve. Questa sua sospensione dell'incredulità derivava da una predisposizione di stato così come da riferimenti più o meno velati a Steve del robot. Da ciò Diana dedusse quella sua possibile caratteristica nascosta che tanto cercava e mentalmente la associò alla capacità di Rimb di percepire le anime dei defunti. Nella sua adolescenza aveva visto con interesse vari antichi sceneggiati che si basavano su ipotesi similari.
Tutto ciò la influenzò a tal punto da spingerla in una corsa quasi disperata verso il sottotetto. Come se ci fosse già qualcosa ad attirarla lì. Senza esitazioni Diana varcò la soglia che la portò in quella che sarebbe dovuta diventare la stanza di suo figlio. In lei esplose la stessa devastazione che suggeriva la piccola forma a fungo atomico della nuvola di polvere che si alzò nel sottotetto al suo primo passo. I mobili impolverati, il passeggino piegato e mai usato, la culla vuota, tutti i motivi per cui non era più andata lassù. In un luogo per loro così pregno di significati che ci potesse essere il fantasma di Steve era una bella, ma falsa, suggestione. I defunti più di tutti dovrebbero essere legati al passato.
Il suono del campanello la riportò con i piedi per terra. Nessuno avrebbe dovuto disturbarla nel suo riposo sulla collina. Dal basso sentì Rimb chiamarla e si diresse verso il robot. Era un telegramma di condoglianze, una vecchia e quasi desueta tradizione. Dopo averlo letto si rivolse a Rimb, sospirando:
- Ah, pare che io sia morta.
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