"Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto." (Italo Calvino)
Benvenuto, Ospite
Nome Utente Password: Ricordami

[#5] L'esperimento (racconti)
(1 Online) (1) Ospite
  • Pagina:
  • 1

ARGOMENTO: [#5] L'esperimento (racconti)

[#5] L'esperimento (racconti) 16/06/2015 08:08 #15348

"Nessun volume di sperimentazione può mai provarmi di avere ragione, un singolo esperimento può provarmi di aver torto."
Albert Einstein



L'esperimento è il tema della quinta tornata di UniVersi, c'è tempo fino al 15 luglio compreso per postare il proprio racconto in gara.

Ricordatevi che:
- Il limite massimo di battute consentito per questa tornata è 6000 (spazi compresi, titolo escluso); potete controllare il numero esatto di battute dei vostri racconti su questo sito gratuito.
- I racconti devono avere un proprio titolo e devono essere postati in forma anonima, effettuando il login con nome utente Titivillus e password universi.
- Qui potete trovare il regolamento completo.



RACCONTI IN GARA

- (S)experimentum (5925)
- Lidia e Marco (5373)
- Una coppia (5942)
- Prospettive (5626)
- Draugr (5956)
- Banana & Rum (6010)
- Forza pensiero! (5993)
  • Tavajigen
  • Offline
  • Direttore Marketing
  • Messaggi: 2653
Ehi dol! Bel dol! Suona un dong dillo!
Suona un dong! Salta ancor! Salice bal billo!
Tom Bom, bel Tom, Tom Bombadillo!
Ultima modifica: 15/07/2015 23:42 Da gensi.
L'Argomento è stato bloccato.

Re: [#5] L'esperimento (racconti) 10/07/2015 20:26 #15572

(S)experimentum

Matthew aveva appena varcato la soglia del posto di lavoro.
Non era un giorno come gli altri però.
La sera prima assieme a Sarah, compagna di sempre, avevano preso una decisione importante.
Forti anche di qualche grado alcolico di troppo avevano concordato di provare a ravvivare un po' il loro rapporto facendo un esperimento.
Si sarebbero scambiati foto piccanti fatte in luoghi più o meno particolari durante il giorno. Non c'erano regole ma solo l'idea di provare a stuzzicare la fantasia di entrambi.

Voleva quindi una foto originale Matthew ma fare dell'esibizionismo tra gli uffici non risultò facile come immaginava.
Dopo la seconda pausa caffè decise di imboccare quindi la strada più facile. Si rinchiuse in bagno, caricò sul suo Blackberry il primo sito porno che ricordava e cominciò a pasticciarsi. Se foto erotica doveva essere lo sarebbe stata almeno con il cazzo duro anche se solo in un banalissimo bagno. Luogo comunque non comune visto che ogni piastrella del pavimento riportava il logo della società dove lavorava.
Caricò la foto, selezionò il contatto ed inviò dimenticandosi qualche istante dopo di tutto quello che era successo.
Come se avesse azionato un reset a livello inconscio.

Tutta questa storia delle foto riprese forma solo durante il ritorno a casa. Sarah mantenne la propria promessa ed inviò a Matthew una foto del seno, visto dall'alto, nel pieno d'un mezzo pubblico. Niente di veramente volgare ma comunque decisamente erotico. Quando lesse però il contenuto del messaggio "e tu non mi invii niente di tuo?" aggrottò un sopracciglio.
S'affrettò a verificare convinto fosse stato il classico problema di rete che non fa partire il messaggio.
Quando si rese conto d'aver sbagliato Sarah rimase interdetto a guardare lo schermo a bocca spalancata per un intero minuto.
Anche perché quella Sarah 2 non era proprio un contatto qualunque. Era una collega di lavoro nonché responsabile in un altro reparto.
Proprio mentre stava ritornando a ragionare comparse una nuova notifica. Era di Sarah 2.
Un paio di tette non proprio sode ma comunque belle grosse accompagnate da un messaggio "mmmhhh, interessante!" mandò completamente in tilt ogni residuo neurone nel cervello di Matthew.
Decise che era meglio non complicare ancora di più le cose.

Neanche il tempo di liberare la chiave dalla toppa della porta di casa che subito Sarah notò qualcosa di anomalo: «come sei pallido! cosa hai visto?»
Matthew neanche ci provò a tentare di edulcorare la storia. Fu solo un laconico: «ho fatto un casino».
Seppur con tremendo imbarazzo riuscì a sciorinare quanto accaduto tra un farfuglio e l'altro.
Sarah iniziò incuriosita poi rimase interdetta fino a scoppiare in una fragorosa e maliziosa risata finale.
La vista di quelle tette avversarie l'aveva caricata d'una sorta d'ancestrale agonismo.
Si sfilò velocemente il top e sbatté le proprie in faccia a Matthew: «e di queste? Cosa mi dici?».
Quell'improvvisa visione pompò il cuore di Matthew facendo rigonfiare proprio ciò che serviva. In un attimo piuttosto rapido si ritrovarono avvinghiati sul divano, parzialmente vestiti arrivando ad amarsi animalescamente. Non durò molto. L'emozione di tanto improvviso erotismo tradì un po' Matthew che riuscì comunque a soddisfare Sarah a sufficienza. Ma non si sentiva pago; sistemò la gamba ormai addormentata e la riprese stavolta da dietro. La soddisfazione di Sarah si tramutò rapidamente in vero e proprio godimento incontrollato. Più Sarah si lasciava andare e più Matthew acquistava sicurezza nei suoi gesti divenendo un vero e proprio amatore da guida erotica del sesso. Arrivò poeticamente al secondo orgasmo proprio mentre Sarah aveva lasciato andare la testa lungo il bracciolo del divano ormai completamente alienata da svariate sensazioni di benessere. Riaprì gli occhi, sorrise e Matthew non perse occasione di abbracciarla. Erano ancora un po' affannati da tanta passione ma estasiati da quel momento idilliaco che avevano appena vissuto.

Il mattino seguente Matthew stava per varcare la soglia del posto di lavoro con la tipica faccia soddisfatta di chi ha fatto qualcosa di buono.
Fece giusto in tempo a strisciare il badge per l'ingresso che una voce dietro di lui cominciò a chiamarlo.
Era Sarah 2.
S'avvicinò all'orecchio e bisbigliò qualcosa di così trasgressivo che il sorriso soddisfatto di Matthew si tramutò in uno sguardo tra lo sbigottito ed il curioso al punto che le disse istintivamente: «vieni con me subito, dobbiamo fare una cosa»
Corsero mano nella mano in un angolo nascosto di un magazzino nel retro dei capannoni.
Quando arrivarono trafelati al punto continuò ancora in preda all'eccitazione: «vorrei fare una foto del mio cazzo tra le tue mani, ti va?»
«ma poi mi scopi?» replicò velocemente e cinicamente lei
«no. La foto la voglio mandare alla mia compagna. Se lei mi dirà di si verrai in casa nostra stasera, ti va?»
«una cosa a tre?»
«Si»
Non fece in tempo a slacciarsi nulla che Sarah 2 aveva già cominciato a fare tutto da sé. In poco meno di un minuto fotografò la scena che venne inviata alla Sarah giusta corredata dal messaggio: «stasera ti va una cosa a tre?»
«Mandi la foto anche a me?» s'affrettò a chiedere languidamente anche Sarah 2.
Pronti, via! Foto inviata.

Tutto ritornò nella normalità fino alla pausa pranzo. Sarah rispose con un "Sei matto? Però si potrebbe cominciare con una cena e vediamo come va..."
Non appena ricevuto il messaggio Matthew cominciò a cercare Sarah 2 tra i meandri dell'azienda. Sbucò fuori dall'ufficio dell'amministratore delegato. Aveva uno sguardo particolare ed enigmatico. Neanche il tempo di rivolgerle parola che subito l'amministratore lo fermò: «venga Sig. Clarkson, volevo parlare con lei».
Aveva ancora il cellulare in mano Matthew e, proprio mentre si stava accomodando, vide la notifica di un nuovo messaggio. Era di Sarah 2 e l'anteprima nella parte visibile recitava: "non vedo l'ora di fottervi entrambi"
Fragmina verborum titivillus colligit horum
Quibus die mille vicibus se sarcinat ille.
L'Argomento è stato bloccato.

Re: [#5] L'esperimento (racconti) 10/07/2015 21:51 #15574

Lidia e Marco

Forse non abbiamo aspettato abbastanza, con queste parole Lidia lo aveva lasciato dopo la cena al ristorante. Furono queste le parole che Marco, in una assolata mattina di maggio, ricordò per prime al risveglio. “Forse non abbiamo aspettato abbastanza” borbottò, e le parole uscendo dalla sua bocca, fecero il giro della stanza, superando il lampadario, rimbalzando sulle pareti e cadendo sul pavimento. Le guardò, girandosi di fianco sul letto con un braccio che ne usciva fuori, erano sparpagliate un po' qui un po' là, accanto alle scarpe da tennis coi calzini usati dentro, sotto la cassettiera, appoggiate alla porta; l'occhiello dell'ultima a di abbastanza era rimasto agganciato alla maniglia della finestra, lasciando la parola penzolante. La luce entrava diagonalmente dalle tapparelle, il pulviscolo saliva, spariva nell'ombra, riappariva; Marco soffiò forte, per darvi un nuovo movimento, abbastanza oscillò e cadde a terra, andò in frantumi. Dovrò stare attento a non tagliarmi i piedi.
“Dovresti ordinare il cocktail di scampi, qui lo fanno particolarmente buono.” Marco l'aveva invitata in un ristorante nel quale non erano mai stati, per evitare che un luogo conosciuto insieme riportasse a galla i ricordi belli o brutti che fossero, Lidia lo aveva capito. Lo osservava ascoltarla con attenzione, un'attenzione innaturale per lui. La serata non andava bene, l'imbarazzo iniziale di entrambi le aveva guastato l'antipasto di mare: polpo, calamari e molluschi si erano concentrati nel bordo del piatto, cercando rifugio dietro le fette di limone, restii a farsi assaporare; il vino, un Bianco di Nera del 2014, si era trovato impreparato a questa ritirata e, prendendola come un fatto personale, aveva reagito inacidendosi; le fettuccine non erano riuscite ad aggrapparsi con decisione allo scoglio, Lidia le vedeva galleggiare nell'olio in fondo al piatto. “Non hai fame?” No, rispose, non molta.


Lo avevano visto una sera di febbraio al pub Robinson, era seduto su uno sgabello vicino al bancone con un'aria rilassata e strafottente. Parlava con una ragazza che stava in piedi con un bicchiere vuoto in una mano, mentre con l'altra si toccava i lunghi capelli. Le raccontava qualcosa di divertente che gli era successo tempo addietro, faceva ampi gesti con la mano nella quale teneva salda una sigaretta accesa e la guardava con furbizia. Lei ogni tanto rideva chiassosamente, mostrando i denti sporgenti e bianchi. . Marco diede un colpetto col gomito a Lidia per richiamarne l'attenzione e fece cenno con la testa verso di lui, Lidia lo guardò e acconsentì.
“Adesso vai al bancone e ordini una birra, mi raccomando, stai alle spalle della ragazza e, mentre aspetti che ti servano, guardale il culo. Non guardare mai lui, sarà lui a guardare te.” Marco istruiva, Lidia eseguiva. Marco era spinto da una duplice pulsione di controllo e voyeurismo, lo eccitava il desiderio degli altri per Lidia e usarla per appagare il proprio. Pianificava meticolosamente ogni uscita, la portava sempre in posti dove c'erano più single che coppie, le chiedeva di vestirsi in maniera succinta e provocante, di flirtare o di mostrasi frivola per cogliere le reazioni altrui, gli sguardi, le contrazioni muscolari. Immaginava se stesso allo stesso tempo come spettatore e regista di una scena in cui lei stava al centro dell'attenzione di uomini decisi e sconosciuti, e in certi giorni, in cui l'eccitazione era maggiore, si masturbava, e il coito lo sorprendeva mentre si vedeva, per un attimo, al posto di lei.

Lidia guardava la porta del bagno dietro la quale Marco era sparito. Stava seduta sul letto e piangeva silenziosamente. Teneva le gambe a penzoloni, poiché temeva che poggiandovi un piede il pavimento l'avrebbe giudicata, come avevano fatto prima le pareti, il soffitto e tutti gli oggetti della stanza da letto. Sentiva il bisogno delle parole di Marco, della loro capacità di proteggerla dalle cose del mondo che cambiano forma, che aggrediscono, che abbandonano.
Marco stava seduto sul pavimento del bagno, spalle alla porta. Aveva visto le proprie parole sgretolarsi, non gli era mai successo prima. L'aveva convinta a concedersi al ragazzo conosciuto al Robinson, “per amore mio,” le aveva detto, “sarà il nostro piccolo esperimento,” “i nostri corpi condivideranno le stesse emozioni.” Parole che erano andate in frantumi nel momento in cui aveva visto gli occhi chiusi, il piccolo corpo tremante e la smorfia della bocca di Lidia per il dolore della deflorazione. Sentiva addosso la crudeltà delle proprie ragioni, l'indecenza della propria morale, l'abominio della propria sessualità. Marco ti prego, parlami.


Uscendo dal ristorante Lidia respirò l'aria fresca della sera di aprile e si sentì rinfrancata, qualche stella faceva capolino fra le nuvole e un gatto bianco stava accovacciato sul cofano ancora caldo di una macchina posteggiata. Marco le chiese se le andava di fare due passi, ma Lidia rispose che preferiva tornare a casa. Vuoi che ti accompagni? No grazie, preferisco andare da sola. Marco si avvicinò per salutarla con un bacio ma Lidia scostò il viso. Marco accese una sigaretta, tirò una lunga boccata e lasciò che il fumo gli uscisse dalle narici, poi con un filo di voce disse: mi dispiace.
Lidia lo guardò e sorrise, spesso ci ripenso, disse, ma non te ne faccio una colpa. Forse, semplicemente, non abbiamo aspettato abbastanza.
Fragmina verborum titivillus colligit horum
Quibus die mille vicibus se sarcinat ille.
Ultima modifica: 10/07/2015 21:52 Da Titivillus.
L'Argomento è stato bloccato.

Re: [#5] L'esperimento (racconti) 14/07/2015 15:42 #15618

Una coppia

Carlo sente un fastidio al quale non sa come ovviare, un'oppressione tangibile, spietata. E' forse più mentale che fisica, ma entrambi gli elementi lo stanno schiacciando, innervosendolo, anche se non potrebbe essere seduto in maniera più comoda. Del resto la poltrona medica sulla quale si è accomodato è anatomica e quindi estremamente confortevole. Il giovane uomo non sa come rilassarsi però, non può farlo, non mentre i legacci di cuoio lo stringono alle braccia e alla gambe. Anche la testa è costretta, letteralmente imbragata in una struttura di tessuto e plastica, rigida eppure morbida. Lì vi sono innestati i sensori che registreranno le reazioni del suo encefalo all'esperimento.
L'operatrice che l'ha preparato abbandona la stanza e lo lascia in penombra come da protocollo, soltanto una luce di sicurezza accesa. Nella mente di Carlo affiorano mille pensieri, per lo più banali, ma anche il pentimento per essersi lasciato convincere a partecipare al progetto. Davanti a lui vi è una grande tenda e il ragazzo sa perfettamente che dietro vi è una vetrata e chi vi sia oltre di essa. Non riesce nemmeno a pregustare i cento euro che riceverà al termine di quelle tre ore, denaro così prezioso per lui, dottorando fuori sede e sottopagato.
Quasi contemporaneamente si distrae e rivolge i pensieri al torneo di calcetto interdipartimentale del giorno dopo, alla sfida contro i fisici sperimentali, quella che potrebbe portare la sua squadra di informatici in finale contro i già qualificati biologi. Finalmente si accendono le luci e la tenda viene tirata, liberando la visuale. Dall'altra parte della vetrata ecco Anna, la donna con cui convive da due anni, immobilizzata come lui su una poltrona identica alla sua.

Anna guarda avanti perché la prima cosa che vuole fare è imprimersi negli occhi lo sguardo di Carlo. Sa che lui da lei si aspetta sempre un'espressione dolce e controllata e che se non vede la fossetta che le si forma naturalmente sul mento, non riesce a stare tranquillo. Tutte le volte che lei muta la mimica facciale e che quella dannata fossetta risulta assente, lui finisce per preoccuparsi, per chiederle se stia bene. E' arrivato addirittura a parlarne al telefono con i genitori della ragazza, facendo sì che la madre di Anna l'abbia chiamata poco dopo per chiederle se Carlo sia a posto mentalmente.
Eccolo là, immobile eppure evidentemente teso, allo stesso tempo distratto da chissà quale grande preoccupazione, probabilmente un torneo di calcetto o di carte Magic. Lui è molto infantile, nonostante abbia ormai ventisette anni, elemento piuttosto comune tra gli informatici, spesso geniali con i loro computer e allo stesso tempo perduti in una sorta di adolescenza infinita.
Lei si sente perfettamente rilassata e lucida, sa di essere lì non solo per il denaro che verrà dato loro al termine del test, ma soprattutto per curiosità. C'è anche altro, ma al momento preferisce ricacciarlo indietro, poiché non vuole che divenga predominante, che rovini il momento. Sorride con quel suo sorriso da madonna rinascimentale e sul mento le si forma la fossetta tanto amata dal suo ragazzo. Immediatamente un'espressione estatica appare sul volto di Carlo, un riflesso condizionato simile a quello del cane di Pavlov. Ora che anche lui è focalizzato su di lei, sembra che finalmente tra di loro si sia ritrovato l'assetto solito, l'apparente complicità. Eppure Anna sa che non è così, non più.

Carlo non vede l'ora che la giovane operatrice lo liberi dai legacci che l'hanno tenuto immobilizzato. Sente le formiche ovunque e prima di potersi rialzare si massaggia furiosamente le estremità per riattivare la circolazione. Nonostante la stanza sia climatizzata alla perfezione ha un lieve filo di sudore sulla fronte, come sempre gli accade quando rimane sotto pressione per troppo tempo. Appena possibile si catapulta fuori e raggiunge il corridoio dove sa che potrà incontrare Anna. Lei è già là, sorridente e dolce come quasi in ogni momento della sua vita. Lui le si avventa addosso e la stringe nel suo abbraccio animale, caloroso e totale. Subito la donna non reagisce e Carlo si preoccupa, poi finalmente lei risponde e tutto torna perfetto come al solito. Il ragazzo ha deciso di chiederle di sposarlo nel giorno del loro terzo anniversario, tra circa un mese. Del resto Anna come potrebbe non accettare? Lei è la perfetta incarnazione dei suoi sogni di quando ragazzino pensava alla potenziale donna della sua vita, quella perfetta per lui.

Carlo l'abbraccia con quel suo abbraccio colmo al contempo di spavalderia e fiducia assoluta. Lei non ha mai amato nessuno con quel totale abbandono, tanto meno lui. Potrebbe essere innamorata di nuovo però, l'uomo si chiama Luca ed è il giovane ricercatore che ha proposto loro di partecipare all'esperimento. Per la ragazza è già molto più di un semplice pensiero, anche se non ha ancora prove certe riguardo ai suoi sentimenti per lui. Dopo qualche istante, Anna si accorge che se non risponde immediatamente all'abbraccio di Carlo, nel ragazzo suonerà un campanello d'allarme. Allora lo stringe, dandogli quello che vuole anche se lui ormai non le dà più quello che la ragazza vorrebbe. La loro relazione sta finendo, eppure prima di lasciarlo vuole essere sicura di avere una concreta possibilità con Luca e il giorno successivo lo scoprirà. Infatti usciranno assieme senza problemi poiché Carlo sarà assente per via della partita. Sa già che lei e il ricercatore faranno l'amore e che in quel momento comprenderà l'entità dei suoi sentimenti per lui. E' una donna razionale e pragmatica ma conosce la forza delle percezioni dell'istante, la magia dei momenti.

Luca li guarda da dietro un angolo e sorride poiché ora sa che l'esperimento, quello vero, ha funzionato e Anna potrebbe diventare sua. La desidera già da qualche tempo, quindi si stringe la mano mentalmente per essere riuscito a darle l'ultima spinta per portarla finalmente nel suo letto.
Fragmina verborum titivillus colligit horum
Quibus die mille vicibus se sarcinat ille.
L'Argomento è stato bloccato.

Re: [#5] L'esperimento (racconti) 15/07/2015 13:56 #15625

Prospettive

Terzo quadrante, nono settore, dodicesima sezione.
Camera di controllo.

-Allora, come andiamo?- chiese G8.
-Il solito: ammassi di gas, scontri, esplosioni...niente di che- rispose H725.
-Tieniti forte: dai piani alti ci hanno autorizzato alla sperimentazione!- disse l'altro.
Per poco il giovane H725 non svenne per la notizia.
-Finalmente! Quale settore? Cosa possiamo fare, te l'hanno detto? Abbiamo carta bianca?-
-Frena l'entusiasmo, impaziente collega, per ora ci soffermiamo su un solo, minuscolo pezzo di terra. Dicono prometta bene...-
-"Dicono" chi? Quale dei grandi capi ti ha autorizzato, sei stato da loro?-
L'altro proruppe in una sonora e sincera risata.
-Quanto sei ingenuo...secondo te ho visto direttamente uno dei piani alti? Mi è arrivata la comunicazione dal solito intermediario-
-Sarei curioso di incontrarli, quelli dei piani alti...chissà che avranno in più di noi, saranno mica così diversi-
-Questo è forse l'unico, grande mistero dell'universo!- esclamò G8.
Puntarono subito l'attenzione sul lembo di terra e acqua a loro destinato. In effetti, si notava distintamente un'insolita vitalità rispetto agli altri ammassi di roccia.
Attività vulcaniche, maree, un curioso andirivieni di minuscoli esseri che lo rendevano in qualche modo unico. G8 disse che i superiori lo avrebbero definito qualcosa come "un'incredibile varietà di ammassi organici".
-Nel rapporto si legge: "Vista la promettente attività del lotto, denominato T000, vi autorizziamo alla sperimentazione di nuove combinazioni molecolari, nel rispetto della normativa vigente". Bah, il solito lessico burocratico, che noiosi...- commentò G8.
H725 invece non stava nella pelle.
Si misero all'opera insieme, in quello che era il primo vero esperimento affidato loro, dopo diverse ere di osservazioni, controlli, annotazioni.
Vollero spingersi oltre i risultati ottenuti in altri settori, sviluppare qualcosa di veramente eccezionale.
Mescolarono, costruirono, destrutturarono e reiniziarono da capo, usando i materiali genetici già presenti; la vera sfida era quella, troppo facile usare elementi assenti in quel contesto, scorciatoie evolutive, come usavano fare in altre sezioni.
Con fatica ottennero una nuova combinazione, che venne letteralmente lanciata, come semi di grano nella terra, e attesero impazienti i primi esiti del loro lavoro.



Qualche millennio dopo, H725 tornò al pannello di controllo. G8 osservava con apprensione le fasi successive dell'esperimento.
-Che c'è? Ti vedo preoccupato, esperto collega- disse ironicamente H725.
L'altro si voltò a guardarlo, l'aria preoccupata.
-Penso ci siamo spinti troppo oltre. Guarda qua. In breve hanno preso il controllo totale, si stanno evolvendo rapidamente. Guarda, guarda come fanno le prime scoperte. Sono attenti, energici, non si danno mai per vinti...-
H275 osservò con attenzione, sinceramente orgoglioso dei risultati. Non capiva l'apprensione di G8, avevano superato se stessi, l'esperimento era riuscito!
Evitò di esprimersi, fissando in silenzio insieme all'altro i progressi, i fallimenti, i disastri, gli scontri, le vittorie di quelle minuscole creature. Per esse il tempo passava velocemente, il loro passaggio su quel pezzo di roccia era breve, brevissimo, un granellino di sabbia nel deserto, polvere cosmica nello sterminato spazio siderale.
G8 osservava, sempre più teso.
-Hai provato a interagire inviando qualche segnale, per vedere come reagiscono?- chiese al più giovane.
-Sì, ed è incredibile la reazione che si è scatenata! A intervalli irregolari sto inviando alcuni messaggi a soggetti particolarmente recettivi. Vedessi che frenesia, che cambiamenti! Li hanno definiti in tutti i modi quei poveretti: maghi, saggi, indovini, profeti, messia...che fantasia che hanno!-
-Mmmm...forse bisogna intervenire direttamente, non vorrei che l'esperimento ci sfuggisse di mano...-
-Guarda, guarda a che punto sono arrivati! Si stanno connettendo tra di loro, ora lanciano addirittura segnali radio nello spazio pensando che qualcuno gli possa rispondere, che simpatici...aspetta, ma cosa fanno?-
stupefatti, e in parte divertiti, i due osservarono i primi deboli tentativi di uscire dall'orbita, l'invio di sonde, i satelliti, l'abbordaggio lunare. Le ultime fasi erano state particolarmente rapide, G8 e H725 faticarono a segnare tutto.
In poco tempo non riuscirono più a vedere distintamente cosa succedeva sulla superficie, tanto il cielo era oscurato da oggetti lanciati e poi, forse, dimenticati.
Fu allora che anche l'entusiasta H725 iniziò a dubitare della buona riuscita dell'esperimento, la situazione stava degenerando. Eppure, lui aveva fiducia: fiducia nella vita, nel ciclo infinito della materia, nella naturale capacità di mutare. G8 era decisamente pessimista, sul punto di mollare.
-G8, esimio collega, io ti chiedo, anzi ti prego di lasciargli una possibilità. Se interveniamo noi, direttamente, avranno fallito, e noi con loro-
-Abbiamo già fallito, non vedi che stanno distruggendo tutto? Paiono voler fuggire, non comprendono che basterebbe rimediare ai loro stessi errori, prendersi cura di ciò che hanno...-
-Lo so e hai perfettamente ragione! Ma se osservi attentamente, non tutti sbaglano! Lo intravedo, lo sento anche, c'è la volontà di salvarsi! Quella scintilla di vita comune a ogni molecola dell'universo...diamogli una possibilità- implorò H725.
G8 lo guardò severamente, rimase in silenzio a lungo, sordo a ogni richiamo.
Infine si decise.
-E va bene, ma la responsabilità è tua, H725. Questo è il tuo esperimento, lascio a te la decisione. Ti auguro buona fortuna, in fondo anche io sono curioso di vedere come va a finire-
Fragmina verborum titivillus colligit horum
Quibus die mille vicibus se sarcinat ille.
L'Argomento è stato bloccato.

Re: [#5] L'esperimento (racconti) 15/07/2015 15:43 #15627

Draugr

Il pericolo maggiore per un governo è rappresentato da un popolo affamato. Tale dogma era sempre stato cristallino nel senatore che tornò con la memoria indietro di circa un anno mentre camminava spedito lungo il corridoio poco illuminato.
Ricordò la crisi economica di quel periodo e di come le catastrofi naturali e la guerra avessero contribuito ad aggravarla. Sarebbero serviti sacrifici e tempo per risollevare il paese ma il popolo sembrava aver esaurito anche l’ultima stilla di pazienza. Incidenti e disordini avvenivano con frequenza quasi giornaliera, il panico si era impossessato delle alte sfere che temevano seriamente lo scoppio di una rivoluzione. In quel clima di tensione estrema, il Senatore ricevette l’oneroso incarico di porre rimedio alla criticità utilizzando ogni mezzo a sua disposizione.
L’uomo imbastì la sua teoria fondandosi su un antico adagio: la soluzione in tempi di crisi è distrarre il popolo dai problemi più seri. Suppose che se la teoria era antica anche la messa in pratica poteva esserlo. In fondo gli istinti dell’uomo non sembravano essersi evoluti molto rispetto al passato, magari celati sotto la superficie ma pur sempre presenti e pronti a riaffiorare all’improvviso. Era infatti palese la frustrazione dell’uomo medio ingabbiato in una vita di obblighi e rinunce che sempre più frequente deflagrava in episodi di cieca ferocia.
Finalmente giunto dinnanzi ad una piccola cella concluse il suo pensiero convinto di aver confezionato un prodotto su misura per il popolo. Aveva modificato leggi, corrotto e ricattato riuscendo nello scopo prefisso, creare una valvola di sfogo, uno spettacolo di sangue e violenza per placare i più cruenti e celati impulsi.
All’interno della stanza Gunnar stava in piedi nudo davanti allo specchio. Tutto ciò che gli occhi azzurri vedevano scrutando la loro immagine riflessa era un vuoto deserto di ghiaccio. La sua speranza era di scorgere una flebile scintilla di umanità, in fondo anche l’estensione di sabbia più arida e inospitale possedeva una piccola oasi di vegetazione, un ristoro rigoglioso per viaggiatori sperduti e scoraggiati. Forse l’abisso lo aveva avvolto completamente, la mancanza di una luce nel suo sguardo non lo sorprendeva affatto. Durante la sua vita aveva commesso errori irreparabili, la guerra e la sete di sangue erano state sue fedeli compagne, le uniche a non abbandonarlo mai. Malgrado ciò, non si sentiva ancora pronto ad arrendersi all’oscurità ma allo stesso tempo dubitava di meritare quell’oasi all’interno dell’anima.
Senza alcun preavviso, i pesanti cardini dell’uscio iniziarono a cigolare riportandolo alla realtà, sapeva perfettamente chi era quindi reagì come previsto dal manuale. Si posizionò al centro della stanza inginocchiandosi in segno di rispetto. Ad entrare fu un uomo di mezza età piuttosto in forma, fisico snello e chioma argentata estremamente curata. Il viso era stanco ma gli occhi nocciola trasmettevano intelligenza e scaltrezza dotandolo di un carisma quasi tangibile.
“Avanti Draugr, non essere così formale, alzati pure.”
Gunnar obbedì senza proferire parola, odiava quel nome ma non aveva scelta, ciò che il Senatore ordinava andava eseguito senza discussioni.
“Come stai campione? Sei pronto per lo scontro finale?”
Il corpo era provato dalle battaglie ma sapeva che al suo interlocutore questo non interessava, rispose semplicemente: “Si Senatore, sono in forma e pronto per il combattimento.”
Gli anni passati tra i serpenti lo avevano ben forgiato, l’anziano aveva riconosciuto la bugia ma non lo diede a vedere reagendo con una fragorosa risata. Andò ad accomodarsi su una panchina di ciliegio che, assieme allo specchio, componeva lo spartano arredamento di quella cella. Sembrava a proprio agio dinnanzi ad un vichingo nudo di quasi due metri d’altezza, corti capelli biondi e barbetta incolta ad incorniciare un viso rude ed attraente. “Sei stato un soldato, ora un prigioniero ma pur sempre un sopravvissuto agli orrori della guerra. Provi odio per il nome che ti è stato assegnato, il Draugr è una creatura non morta della mitologia norrena dotata di forza sovrumana.” Fece una breve pausa posando gli occhi sul petto del ragazzo che istintivamente andò ad accarezzarsi la cicatrice vicina al cuore. “Hai nuovamente sconfitto la morte, quel colpo avrebbe potuto ucciderti invece non solo sei sopravvissuto ma hai battuto il tuo avversario decapitandolo. Quel nome ti rappresenta più di quanto tu voglia ammettere, ricorda perché sei qui e tutte le difficoltà che hai superato, concentrati sul motivo che ti ha spinto ad affrontare tutto questo, convinciti di meritarlo!”
Il Senatore abbandonò la stanza senza aspettarsi una replica, sapeva di aver toccato le corde giuste.
Draugr tornò allo specchio, forse meritava davvero la sua oasi ma prima di iniziarne la ricerca era necessario guadagnare il premio finale e, per farlo, l’oscurità doveva esplodere sprigionando tutta la sua potenza.
Terminato l’incontro, il Senatore si diresse verso il luogo da cui avrebbe assistito al combattimento, il posto d’onore nella tribuna principale. Durante il tragitto un uomo distinto lo avvicinò porgendogli un biglietto: “Signor Senatore, ecco ciò che aveva chiesto.” Mentre si accomodava al suo posto per assistere alla finale lesse il foglio, le prime stime indicavano un drastico calo di disordini e proteste nei confronti del governo.

Il Senatore sorrideva ascoltando la proclamazione del vincitore della finale a cui spettava il famoso premio: avrebbe ricevuto la grazia, da prigioniero di guerra sarebbe potuto tornare a casa come un uomo libero. Gunnar invece aveva già dimenticato la sconfitta e si stava dirigendo verso il Walhalla scortato dalle Valchirie, forse il luogo ideale dove trovare la tanto desiderata oasi. Il pubblico era in delirio mentre si concludevano ufficialmente i primi giochi gladiatori dell’era moderna e il Senatore si convinse definitivamente della riuscita del suo esperimento.
Fragmina verborum titivillus colligit horum
Quibus die mille vicibus se sarcinat ille.
Ultima modifica: 15/07/2015 15:45 Da Titivillus.
L'Argomento è stato bloccato.

Re: [#5] L'esperimento (racconti) 15/07/2015 17:21 #15628

Banana & Rum


E' passato un anno, ma ricordo quel giorno come se fosse ieri; del resto è stata l'ultima volta che ho partecipato ad un’adunanza.
Dopo la solita pizza cotto e funghi ed una buona birra - il menù era diventato fisso per ognuno di noi, come se fosse stato un rito anche quello - ci siamo sistemati nel salotto, su poltrone e divano, con in mano un bicchierino. Mi costava una cifra, ma di solito andavo di rum Zacapa XO, l'ho sempre adorato.
Ah già, ma voi non sapete cosa sia un'adunanza; detta così sembra quasi un ritrovo di nerd appassionati di fantasy. Qualcuno di noi era effettivamente un nerd e forse lo è ancora, ma le nostre adunanze erano semplicemente quattro amici che volevano stare insieme per qualche ora; le facevamo da ormai circa vent'anni ogni mercoledì sera, impegni permettendo. Gabriele ci metteva la casa; era il single del gruppo (per scelta, ve lo assicuro) e quindi incontrarsi da lui veniva più naturale.
Le adunanze erano il nostro momento: a volte guardavamo una partita di calcio in tv, altre volte giocavamo ai videogiochi, ma spesso ci limitavamo unicamente a conversare. Di cosa? Beh, di tutto. E' risaputo ormai che gli uomini quando sono sobri parlano di fica e di sport e quando bevono si mettono a discutere di massimi sistemi (un po' il contrario di quello che fanno le donne); ecco, a noi succedeva lo stesso.
Il nostro gruppo di quattro, così eterogeneo per estrazione sociale, stili di vita, idee religiose e politiche, poteva portare alla nascita di profonde discussioni, talvolta di vere e proprie liti, che terminavano con qualcuno che se ne andava sbattendo la porta. Un volta Luca e Daniele vennero addirittura alle mani e dovemmo intervenire per dividerli. La cosa importante però è che la settimana dopo era tutto dimenticato, ed eravamo pronti ad una nuova interessante adunanza.
Quando quella sera mi sedetti sulla poltrona, guardai gli altri tre negli occhi e pregustai quello che stava per succedere: avevo in serbo un racconto che avrebbe potuto far nascere una bella diatriba ed avevo quindi deciso che sarei stato io ad aprire la conversazione. Presi un sorso di rum e cominciai a parlare:
"Allora ragazzi, in settimana ho letto su Facebook di un esperimento. Ve lo vorrei raccontare, perché sono curioso di sentire come la pensate a riguardo."
Intervenne Gabriele, del resto me lo aspettavo:
"Un esperimento...su Facebook? Pensavo che un cervellone come te si informasse su siti e riviste scientifiche di alto livello."
Risposi con molta calma:
"Facciamo finta che non l’abbia letto su Facebook, anche perché non ho nemmeno controllato la fonte; potrebbe essere una bufala, ma in fin dei conti non ci interessa. Ipotizziamo che sia successo davvero, va bene?"
Gli altri mi osservarono in silenzio e capii che avevo solleticato la loro curiosità.
"Dunque, quello che vi racconterò ora è un esperimento che è stato condotto negli anni '60, non so bene quando e dove, ma anche questo non ci importa, da un gruppo di scienziati su alcuni primati.
In pratica quattro scimmie, forse di più o forse di meno, sono state chiuse dentro una stanza, in mezzo alla quale è stata posta una scala con in cima una banana. Ovviamente una delle scimmie ha cominciato a salire la scala per arrivare al frutto, ma gli scienziati gli hanno sparato addosso un getto di acqua gelata, facendola cadere giù dalla scala. Contemporaneamente hanno bagnato gli altri animali. L'episodio si è ripetuto nei minuti seguenti anche per altre due scimmie, che hanno tentato una per volta di raggiungere la banana, ma sono state infradiciate, e con loro gli altri del gruppo. A quel punto il primate rimasto ha pensato bene di non provare neanche a salire la scala. Fin qui nulla di strano, ovviamente.
I ricercatori però sono andati avanti: hanno sostituito una delle scimmie con un'altra nuova, che non aveva assistito alla prima parte dell'esperimento. Appena entrata nella stanza, ha visto la banana e si è avventata sulla scala, ma le altre scimmie, ricordandosi cosa era successo loro poco prima, l'hanno bloccata a terra prima che potesse salire, picchiandola. Gli scienziati hanno continuato quindi nella sostituzione delle scimmie con altre nuove, e ognuna di loro ha sofferto lo stesso ricevimento dalle altre compagne: gli veniva impedito di salire la scala a suon di botte.
La cosa stupefacente era che anche le scimmie che non avevano subìto il trattamento iniziale di acqua gelata hanno cominciato a bloccare le nuove scimmie nella loro arrampicata verso la banana, menandole di brutto. Lo hanno fatto solo perché hanno visto le altre farlo a loro e a tutte. E questo successe incredibilmente anche dopo che ognuna delle scimmie originali era stata sostituita; si era quindi creata una sorta di abitudine sociale che si diffondeva nei nuovi elementi del gruppo, un'eredità comportamentale.
Ho trovato questo esperimento davvero interessante, perché secondo me ci fa ben capire come in fin dei conti la nostra società di oggi potrebbe essere basata quasi totalmente su modi di fare che hanno origini ancestrali e ormai superati o inutili; oppure, e qui vi vorrei stuzzicare, che queste abitudini ci siano state instillate volontariamente da coloro che vogliono controllarci.”
Sorseggiai un altro po' di Zacapa e mi gustai quel momento, in attesa della discussione.
Fu Luca a prendere la parola:
"Maledetti scienziati, lo avrei fatto su di loro l’esperimento."
Per poco non mi cadde il bicchiere.
"Cosa?"
Luca mi guardò e vidi una ruga di nervosismo sulla sua fronte.
"Ho detto che lo avrei fatto sugli scienziati quel cazzo di esperimento, bastardi."
Spostai il mio sguardo incredulo sugli altri e vidi Daniele annuire. Intervenne Gabriele:
"Hai ragione, c’era proprio bisogno di tirare l’acqua gelata su quelle povere bestie? Gli avrei dato la pena di morte a quegli stronzi."
Odiai profondamente il pensiero che mi si fissò in testa in quel momento: quattro amici o quattro scimmie? Quella fu la mia ultima adunanza, ora sapete perché.
Ah, prima di andarmene finii lo Zacapa.
Fragmina verborum titivillus colligit horum
Quibus die mille vicibus se sarcinat ille.
L'Argomento è stato bloccato.

Re: [#5] L'esperimento (racconti) 15/07/2015 21:21 #15629

Forza pensiero!

Inizio esperimento: h 24.00 data odierna
Luogo: sorgente
Generale Tasos

Kylon lesse il telegramma e sprofondò sconsolato nella poltrona fissando con occhi vuoti la scrivania.
Lavorava orgogliosamente nel laboratorio chimico nazionale da 30 anni, ma da quando il generale Tasos fu nominato ministro della sicurezza nazionale, iniziò a detestare il suo lavoro. Non più studi su nuovi farmaci, ma ricerche segrete per creare una sostanza, una specie di “fiala della rivelazione” come era solito definirla il generale. La qualità della vita a La Canea, così come in tutto il Paese, non era delle migliori; la povertà aumentava, e molte erano le persone senza un tetto e senza la possibilità di mangiare. La corruzione dilagava, e il pugno duro delle forze dell’ordine spegneva facilmente sul nascere i pochi principi di ribellione. Kylon aveva sempre pensato che un popolo ridotto alla fame e alla miseria riuscisse ad unirsi e a ribaltare le cose, a migliorare la propria vita e quelle degli altri, ma Tasos, con astuzia e ferocia, aveva protetto per bene i colleghi e tutto il sistema. Aveva installato telecamere in ogni piazza e via, i mezzi di comunicazione erano sotto il controllo dello stato; pc, telefoni e mail erano sempre sotto osservazione, e il popolo si era abituato a vivere a testa china e con la convinzione che nulla sarebbe cambiato.

Erano le 23 e 50 quando Tasos arrivò stringendo saldamente in mano la fiala che Kylon e i suoi colleghi avevano prodotto. Scrutò le facce dei presenti, e disse:
“Oggi e per 7 gg, La Canea testerà questa sostanza! Essa ci permetterà di arrivare nella mente dei cittadini, renderà visibili i loro pensieri e le loro intuizioni, e il governo potrà utilizzarli per rendere più sicuro il Paese!”
Il liquido cadde nelle acque della sorgente che pochi metri più sotto convogliavano nell’acquedotto della città. Le risate soddisfatte del generale tormentarono Kylon tutta la notte fino a quando la sveglia non pose fine ai suoi incubi. Era la sua prima settimana di ferie da un anno e si era dimenticato di disattivare la sveglia, che stupido pensò. Spalancò la bocca vedendo nello specchio la sua testa con sopra una scritta: CHE STUPIDO.
Subito capì che l’esperimento aveva funzionato, e mentre meditava, dal capo affioravano nuove frasi che riportavano parola per parola le sue riflessioni.

Le urla provenienti dalla finestra catturarono la sua attenzione, nelle strade c’era il caos totale. Le persone correvano impazzite, mentre dalle loro capocce uscivano continuamente pensieri.

CHE CAZZO HA DA GUARDARMI QUELLO? La frase si fece spazio tra i capelli ricci di una avvenente giovane.
SI RIFERIRÀ A ME? Le parole si riflessero sulla testa calva di un uomo.

Vocaboli, frasi, e bestemmie inondavano le vie; funzionava così: pensavi una cosa e subito questa si tramutava in lettere e per qualche minuto se ne stava lì, per poi dissolversi pian piano.
Con questo sistema la città ed i suoi abitanti non avevano più segreti, tutto era sotto il controllo del potere; l’individuo era un libro aperto da cui attingere informazioni e arginare le sue azioni prima che si manifestassero; e, cosa ancor più positiva per il governo, le persone evitavano di riunirsi per la vergogna e la paura di mostrare involontariamente le proprie considerazioni.
Il venerdì, 5 giorni dopo l’esperimento, tutti i media annunciarono che all’ indomani ci sarebbe stata nella piazza principale una grande manifestazione a cui era obbligo partecipare, “una celebrazione a cui presiederanno tutte le più alte cariche dello Stato, per aver raggiunto la perfetta organizzazione sociale che da lunedì prossimo verrà estesa a tutto il Paese!”

Il giorno seguente, Kylon osservava dalla finestra le anime spente dirette al corteo, e non badava alle frasi che fluttuavano sopra di lui.

IO NON CI VADO CAZZO
PROBABILMENTE DOMANI MI PESTERANNO PER QUESTO, MA IO A QUESTA MERDA NON VADO!
E’ ANCHE COLPA MIA SE SIAMO FINITI COSI, POTEVO RIFIUTARMI DI FARE LE RICERCHE UN ANNO FA, SAREI SICURAMENTE MORTO OK, MA QUESTA E’ VITA? E POI QUALCUN ALTRO AVREBBE PRESO IL MIO POSTO


Ad un tratto vide due persone che camminavano ai lati opposti della strada, da entrambe le teste apparvero dei pensieri:

E’ UNO SCHIFO!

DOVE SIAMO FINITI!


In quell’istante capì che non tutto era perduto, anzi, se qualcosa poteva succedere, se qualcosa poteva cambiare, sarebbe stato tra un ora nella piazza gremita di gente.
Si vestì e corse con una speranza nuova verso il centro.
La piazza era colma, e al suono della marcia militare, tutti i più illustri esponenti del potere presero posto sul palco. C’erano talmente tante persone che dall’impalcatura non riuscivano a distinguere i pensieri che uscivano da quella moltitudine di cervelli.

GUARDA QUESTI STUPIDI, SENZA DIGNITA’ E INTELLIGENZA! LI ABBIAMO FREGATI E SI PROSTANO COME SERVI!

Il generale, carico di adrenalina, non si accorse che la frase ondeggiava ben visibile sopra al suo cappello da cerimonie.
Kylon capì che la sua intuizione era corretta, perché da molte teste presenti in piazza si sollevarono pensieri comuni:

VA ALL’INFERNO BASTARDO!

MALEDETTO
!

Le persone, vedendo i pensieri gli uni degli altri, si resero conto che il sentimento di ribellione non dimorava solo nella propria testa, ma era un sentimento condiviso dalla maggior parte dei presenti. Se fino ad ora la “fiala della rivelazione” aveva separato e isolato gli abitanti di La Canea, ora si rivoltava come un boomerang contro il potere, facendo capire ai cittadini che un pensiero comune, mosso da molte braccia, può ribaltare perfino il mondo. Ci vollero pochi secondi e sulla folla comparvero migliaia di scritte identiche: RIVOLUZIONE!

Senza possibilità di scampo, le autorità furono accerchiate e catturate. La sera stessa, ad uno ad uno, tutti gli esponenti del potere vennero impiccati. La Cana e tutto il Paese festeggiarono per due giorni di fila, e il lunedì, l’azione del pensare tornò ad essere un lusso che dimorava al riparo da sguardi indiscreti.
Fragmina verborum titivillus colligit horum
Quibus die mille vicibus se sarcinat ille.
Ultima modifica: 15/07/2015 21:31 Da Titivillus.
L'Argomento è stato bloccato.
  • Pagina:
  • 1
Tempo generazione pagina: 0.77 secondi
Copyright © 2017 UniVersi. Tutti i diritti riservati.
Joomla! è un software libero rilasciato sotto licenza GNU/GPL.