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[#6] La danza del selvaggio (racconti)
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ARGOMENTO: [#6] La danza del selvaggio (racconti)

[#6] La danza del selvaggio (racconti) 16/07/2015 08:42 #15652

E' qui che si incontrano facce strane di una bellezza un po' disarmante
pelle di ebano di un padre indigeno e occhi smeraldo come il diamante
facce meticce da razze nuove come il millennio che sta iniziando
questo è l'ombelico del mondo e noi stiamo già ballando!
L'ombelico del mondo - Jovanotti



La danza del selvaggio è il tema della sesta tornata di UniVersi, detta "epica" per la sua lunghezza; c'è tempo fino al 31 agosto compreso per postare il proprio racconto in gara.

Ricordatevi che:
- Il limite massimo di battute consentito per questa tornata è 20000 (spazi compresi, titolo escluso); potete controllare il numero esatto di battute dei vostri racconti su questo sito gratuito.
- I racconti devono avere un proprio titolo e devono essere postati in forma anonima, effettuando il login con nome utente Titivillus e password universi.
- Qui potete trovare il regolamento completo.



RACCONTI IN GARA

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Ultima modifica: 01/09/2015 22:32 Da gensi.
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Re: [#6] La danza del selvaggio (racconti) 30/07/2015 13:19 #16063

Figlio dei selvaggi

La voce di Edmund sembra provenire dal diaframma di un uomo stentoreo. E' una voce calma ma autorevole. Prima di questo solo il rumore del fuoco che sgranocchia la poca legna rimanente dal precedente inverno. Edmund è il più vecchio della sparuta cerchia di persone che s'è radunata come ogni sesto giorno della settimana attorno al fuoco, e non è di certo il più in forze né il più massiccio. A voler bene osservare si direbbe il contrario. Racchiuso in un caldo edificio al sicuro dal vento gelido che all'esterno detta legge, piegando gli alberi spogli di quel verde bello e vitale che li ha agghindati durante l'estate, c'è un piccolo gruppo di persone che ascolta in silenzio il più vecchio di tutti. Quell'usanza si ripete da sempre: ci si ritrova non appena il sole è calato, qualcuno accende un fuoco, si attende che il vecchio riempia la pipa di tabacco trinciato, che la accenda e che liberi nell'aria quell'odore acre proveniente dalla sua bocca. Le storie di Edmund sono le solite, le ascolto ormai da decine di anni, da quando ero io assieme a P. e G. a dover trasportare la legna. I messaggi che vuole trasmettere sono sempre gli stessi ma ogni volta le storie mutano. E' così che di storie ne ho sentite a centinaia, tutte diverse ma in fondo tutte uguali.
Osservo il cerchio di persone da poco lontano. Solo a me è consentito starne fuori. Anche P. e G. avevano questo privilegio ma loro non ci sono più da qualche anno. Lo faccio in maniera svogliata perché in fondo ho sì dei privilegi ma anche degli obblighi. Il mio obbligo è quello di assistere ogni settimana a questo rituale. Invidio P. e G.
Così appoggio la schiena sulla sedia di legno, allungo il collo il più indietro possibile, chiudo gli occhi e cerco di dormire senza troppo prestare attenzione alle parole del vecchio. So già tutto di questo posto e di questa gente, non ho più nulla da ascoltare.

A centinaia di chilometri di distanza c'è un bimbo vivace che corre a piedi scalzi sulla sabbia. Il calore di quella giornata d'estate sta via via scomparendo. Non troppo lontano dal fanciullo si trova un vecchio dai capelli ormai stinti che sembra avere tante rughe quanti giorni dio abbia mai messo in terra. Segue con lo sguardo i passi svelti del nipote e abbassati gli occhiali lo chiama a sé. Il piccolo scorrazzando ad una velocità insensata lo raggiunge e gli si piazza davanti con le gambe incrociate.
«Vuoi sentire una storia?»
«Si nonno!»

Il vento fuori sembra voler scardinare i mattoni uno ad uno e il dubbio che possa riuscirci con un poco di ostinazione non sembra poi così infondato. Faccio fatica a prendere sonno e mi sento gli occhi addosso. Ne apro uno per controllare ma nessuno a parte Edmud mi guarda; devo smetterla di sentirmi sempre un osservato speciale. Eppure nello sguardo del vecchio, che si assottiglia ogni tanto nelle fessure del viso, sparendo talvolta dietro alcuni sbuffi di fumo che si arrampicano a fatica verso l'alto soffitto, noto qualcosa di diverso. Così mi alzo e trascino la sedia con me poco fuori dal cerchio.

C'era la luna piena quella notte. Noi adulti discutevamo della maledizione che stava colpendo la nostra comunità. Era una maledizione che nessuno riusciva a spiegare dato che eravamo sempre stati benevoli verso le nostre divinità, eppure qualcosa non andava.
«Ve lo avevo detto che bruciare le foglie in questo periodo avrebbe fatto indispettire gli dèi, ve lo avevo detto!» urlava come un pazzo J.
«Piantala J. oppure sarò costretto ad allontanarti dal villaggio. Sveglierai tutti e getterai la nostra comunità nello sconforto più di quanto già non sia. Basta, troveremo una soluzione» gli aveva risposto H.
Il battibecco era continuato per diversi minuti mentre il tono dei due si faceva sempre più alto e spaventoso. Avevo cercato di prendere J. per una manica per farlo calmare, ma quello tirava con la forza di un cavallo e scalciava con altrettanto vigore. La manica si era strappata e lui era caduto addosso ad H. che per tutta risposta e balzato in piedi in un lampo trascinando J. con sé, lo aveva steso con un pugno. La maledizione era tale che ci mancava solo questa: c'era chi aveva preso le parti di H. urlando che questo aveva fatto bene a stendere J. e chi invece aveva preso le parti di J. sostenendo che era soltanto sfortuna quanto successo. «La sfortuna non esiste!!» aveva urlato K. scagliandosi contro l'autore di quel pensiero. In un attimo era successo di tutto e non so come ci eravamo trovati divisi. Alcuni si erano stabiliti nell'area nord-est del villaggio mentre gli altri nella parte sud-ovest. Quanto rimasto fuori da questa suddivisione era considerata zona mista ma guai ad oltrepassare il confine, altrimenti …


Un bambino s'era fatto tutt'uno con le gambe della mamma ma la sua chioma riccioluta ne rivelava il nascondiglio. Tremando faceva capolino scrutando con un occhietto il vecchio cantastorie. Edmund aveva completato la frase con il gesto del dito indice che scorrendo da una parte all'altra del collo mima il taglio della testa e lo aveva fissato con un grande sospiro. Il tabacco della pipa era avvampato illuminando la parte inferiore del viso dell'uomo di un arancione sfumato, il piccolo era corso via. Mentre seguivo quella pulce riccia fuggire verso l'angolino della stanza ed il silenzio era tornato di nuovo padrone di quel posto, mi ero sentito nuovamente osservato. Non solo, avevo assaporato il silenzio e mi ero fermato un attimo a ragionare sul perché spaventare un bimbo con quei racconti. Poi ero trasalito lasciando vincere nuovamente il timore di essere al centro dell'attenzione. Una volta destato avevo visto gli occhi di Edmund, solo i suoi, magneticamente incollati su di me. Perché aveva quello strano comportamento quella notte? Lo stavo guardando con aria interrogativa e non ero più così contento di sentire quel vuoto di parole. Gli altri non sembravano averci fatto caso.

Il bimbo ascoltava le parole del nonno.

Ero lontano da casa da qualche mese. Scrivevo lunghe lettere a tua nonna che poi avrei consegnato a mano; avevano tutte la data e potevano essere ordinate. Con me c'erano i miei fidati compagni Jake, Roddit e Marshal. Jake era la classica persona capace di starsene zitto per ore e poi, di punto in bianco, dire qualche battuta che avrebbe fatto ridere gli altri. Jake era irlandese ed era spesso ubriaco. Roddit era il più esperto di noi, forse anche più esperto di tuo nonno

e iniziò a ridere come se la cosa non fosse possibile. Poi continuò

e sapeva leggere le carte come nessun altro, questo è sicuramente vero. Infine c'era Marshal. Marshal era un sempliciotto che credeva a qualsiasi cosa gli venisse detta. Pensa che una volta gli dissi che stringendo forte forte uno scellino nel palmo della mano quello si sarebbe trasformato in un bel denaro lucente. Una volta rimediato uno scellino era rimasto con il pugno chiuso giorno e notte per una settimana, non apriva la mano nemmeno per lavarsi quel credulone. Alla fine lo scellino era sempre uno scellino ma la sua mano era diventata lercia. Per la vergogna sostituì lo scellino con un denaro ma non gli riuscì di fregarci, così lo canzonammo per tutta la settimana. Alla fine presi della compassione ci eravamo messi la storia alle spalle e nessuno ne aveva più parlato.

Stavo fissando Edmund negli occhi

La maledizione sembrava farsi giorno dopo giorno più prepotente. Una notte mentre riposavo in casa con mia moglie e l'aria era decisamente più irrespirabile dei giorni precedenti, avevo sentito dei rumori che avevo scambiato per latrati di un cane sofferente. Mi ero dunque girato dall'altra parte del giaciglio rimanendo per un attimo a osservare il movimento dell'aria che riempiva i polmoni della donna stesa accanto a me. Il rumore però non cessava e quando a questo si era aggiunto un turbinio di passi avevo deciso di uscire a dare un'occhiata. La luce del sole stava combattendo prepotentemente con l'oscurità della notte ma l'impressione era che avrebbe trionfato di lì a poco. A pochi metri da casa di J. avevo notato un animale steso a terra. Avvicinatomi mi ero subito reso conto: era J. ed aveva un grosso pugnale infilzato nella schiena.

Non sembrava la solita storia. Il vecchio continuava a non distogliere lo sguardo da me. Mi aveva incuriosito e turbato e non riuscivo più a smettere di ascoltare. I rari silenzi erano scanditi dal bruciare del tabacco e dal soffio fumante di Edmund. Aveva vinto lui, aveva la mia attenzione più totale. Lui lo sapeva.

Urlavo con quanto più fiato avessi in gola, urlavo in direzione nord-est, verso l'altra fazione. Urlavo «Siete dei selvaggi, dei selvaggi vi dico!»

Quando Roddit ci aveva comunicato l'ennesimo buco nell'acqua, letteralmente, avevamo perso ogni speranza. Saremmo dovuti tornare a casa invertendo il nostro viaggio e avremmo dovuto raccontare a tutti di come i nostri calcoli fossero in realtà sbagliati. Nessuno ormai ci credeva più.

«E tu nonno? Tu ci credevi?» lo aveva interrotto il bimbo che lo guardava ora con occhi sognanti.
«Certo che ci credevo. Infatti ho avuto ragione.» e scoppiò a ridere
«Nonno?»
«Dimmi»
«Sei un eroe?»
«Credo di si William»

Ci eravamo dati ancora un solo giorno di navigazione, era dunque fondamentale riposarsi bene durante quella notte e poi svegliarsi presto. Io non ero riuscito a dormire, continuavo a guardare le carte di Roddit mentre Jake russava in preda allo stordimento da alcolici. Dopo l'ennesimo calcolo perso di mente a causa di quel suo rumore mi ero girato e di gran carriera lo avevo colpito con un calcio. E' questo che fanno i veri uomini William, si impongono con la forza quando gli altri sono un pericolo per la propria sopravvivenza.


Il bimbo aveva fatto un cenno affermativo con il capo.

Due giorni dopo nessuno aveva ancora trovato il coraggio di seppellire il corpo di J. La siccità era aumentata, di provviste ne erano rimaste ben poche e il raccolto tardava a germogliare. Tardava così tanto che in cuor mio sapevo non sarebbe mai riuscito a sopravvivere alla torrida temperatura di quella stagione. Avevo inviato una missiva a H. chiedendo di incontrarci in zona franca, ed era proprio lì che mi stavo dirigendo. Raggiunto il luogo dell'appuntamento avevo visto H. scavalcare il confine delle loro terre e venirmi incontro. Io avevo fatto lo stesso ed ora ci trovavamo l'uno di fronte all'altro.
«Perché avete ucciso J.?»
«Quel tizio non ci piaceva, con tutte quelle sue storie sulla sfortuna»
«E voi vi siete presi il diritto di uccidere una persona solo per questo motivo? L'ira degli dèi si abbatterà su di noi più di quanto non stia già facendo! Siete dei pazzi!»
Mi aveva risposta che era un motivo più che valido e poco prima di tali parole, con un gesto di superiorità, aveva sputato non lontano dalla punta dei miei scarponi da lavoro. La mia mano si era serrata ma poi avevo proseguito.
«Siete dei selvaggi»
«Siamo tutti selvaggi Edmund. Lo sono io, lo sei tu, lo è l'itera zona nord-est e l'intera zona sud-ovest»
«Attento a quello che dici»
«Siamo in zona franca, Edmund. Oppure vuoi che ti inviti a scavalcare il confine delle nostre terre?»
«Diamoci una calmata, dobbiamo lavorare insieme»
«Non lavoro con dei … SELVAGGI»
C'era da scommetterci che le parole non fossero state scelte a caso. Avevo continuato facendo finta di non averle sentite.
«Stavo leggendo alcuni libri su antichi rituali graditi agli dèi. Gli dèi sono in collera con noi e questa guerra intestina non farà bene a nessuno. Moriremo tutti di fame in egual misura. Così come morirò io senza il raccolto, così morirai tu»
Dopo qualche attimo di silenzio H. aveva lo sguardo disorientato, privato per una volta di quella sua spavalderia. Dovevo aver colto nel segno.
«Ne parlerò con la mia gente.»
«Ah, dimenticavo» aveva poi aggiunto dopo avermi dato le spalle senza lasciarmi possibilità di ribattere «se questa cosa si deve fare, si farà nella nostra zona, sulla costa, dove potremo controllarvi e dove saremo sicuri di vedervi arrivare senza armi»
Avevo acconsentito e radunato la comunità della nostra zona spiegando loro cosa avremmo dovuto fare. All'appuntamento si era presentata a mala pena la metà di noi, molti erano turbati e non si fidavano più di nessuno. Quelli che avevano accettato di partecipare si potevano contare sulle dita di una mano.


Edmund aveva iniziato a farsi meno calmo ma non mi aveva ancora scollato gli occhi di dosso. C'è da dire che non mi andava di perdere quella battaglia e di certo non sarei stato io a distogliere lo sguardo per primo. Poco prima di riprendere aveva iniziato a raccogliere con la mano qualcosa che portava legato al collo, sotto le vesti.

Avevamo finalmente avvistato terra ed ora solo merito dei miei calcoli notturni. Avevamo iniziato la preparazione delle nostre scialuppe per poter scendere. Mano a mano che ci avvicinavamo quei piccoli puntini sulla spiaggia si erano fatti più umani. Solo all'apparenza però perché in realtà erano dei selvaggi. Nulla di più lontano dagli umani.

«Cosa è un selvaggio, nonno?»
Il vecchio ci aveva pensato qualche istante
«Un selvaggio è un pericolo, una minaccia. E' una persona che pensa in maniera differente da come pensiamo noi. Ecco, immaginati delle persone nude che ballano sulla spiaggia. Penso fosse un loro antico rituale ma non ne sono sicuro, non avevamo una parola in comune. Avevano un sacco di statue in pietra che rappresentavano le loro divinità. Non è assurdo?»
«Divinità ?»
«Già … Loro non credono in Dio»
«Che stupidi»
«Esatto»
«E cosa gli avete fatto nonno? Gli avete insegnato chi è Dio?»
«No, non ci interessava quello»
«Ma hai detto che erano un pericolo …»
«Sì»
«E dunque … li avete uccisi tutti ?»
Il vecchio era scoppiato in una fragorosa risata
«No, non siamo mica dei selvaggi, noi …»

Ci eravamo ritrovati sulla spiaggia. La paura sembrava aver preso il sopravvento in quei giorni e la divisione delle terre all'improvviso non sembrava più contare nulla. Secondo rituale eravamo senza abiti e in egual numero tra donne e uomini. Avevamo iniziato a danzare in cerchio, prima da sinistra verso destra, poi al contrario. Alla fine di quei due giri avevamo iniziato a rivolgere le preghiere verso le divinità. Nel cielo nessun nuvola ma dal mare erano arrivate delle persone mai viste, vestite in una maniera mai vista, in mano dei lunghi tubi, anche questi mai visti.
Queste persone parlavano in una lingua incomprensibile. Molti di noi erano fuggiti. Avevamo provato ad avere un dialogo. Stavo cercando di stabilire un contatto, gesticolavo per farmi capire. Uno di quelli mi aveva riso in faccia e s'era rivolto ad un suo compagno che non sembrava riuscire a reggersi in piedi. Questo barcollando si era avvicinato verso di me e mi aveva colpito in faccia con il dorso della mano. Era il gesto che serviva per farci dimenticare la maledizione, la mancanza di pioggia e sopratutto le nostre divisioni. Tutti avevano preso a correre e urlare verso di loro. Io ero a terra ma non feci in tempo ad alzarmi: uno degli emissari degli dèi aveva fatto uscire il fuoco dal tubo che teneva in mano e quel fuoco aveva iniziato a sputare dei frammenti in tutte le direzioni. Il tubo ululava più forte del più forte degli animali feroci ed aveva steso H.


Edmund aveva finalmente estratto quel pezzo di pietra che portava allacciato al collo. Lo riusciva a stringere all'interno del pungo chiuso. Lo sguardo su di me si era trasformato in uno sguardo tanto compassionevole quanto carico di vergogna. La testa mi aveva iniziato a girare vorticosamente quando aperta la mano aveva mostrato il medaglione. Stavo alzando la stoffa delle mie braghe quando Edmund ripartì: una brutta sensazione mi aveva assalito di colpo.

Pensavamo che la fine fosse arrivata. Che le divinità ci avessero punito e che per mettere fine alle nostre lotte, ai nostri rituali, avessero mandato dal mare dei loro emissari per sterminare tutto il villaggio. In un certo senso ci eravamo spinti fino al limite. Da tempo qualcuno aveva iniziato a prendere ciò che non era suo, anteponendo il bisogno personale a quello del gruppo. Da tempo qualcuno aveva iniziato a dubitare delle divinità. Nell'ultimo periodo qualcuno si era preso il diritto di privare un altro individuo della propria vita. Quando sembrava non esserci via di scampo ci eravamo ammansiti, pronti allo sterminio. Quelle persone invece …

«E allora nonno?»
«Semplice. Gli abbiamo preso tutto l'oro e le pietre preziose. Non in un sol viaggio, erano troppe.»
Il piccolo aggrottò le sopracciglia e stava per fare una domanda.
«Fermati. Mi stai per chiedere se abbiamo rubato?»
«Sì, come fai a saperlo?»
Glissata quest'ultima osservazione il vecchio tagliò corto
«A loro non servivano, non sapevano che farsene. Anzi, sembravano contenti che ci fossimo presi quelle pietre. Non subito, ma dopo qualche viaggio avevo iniziato ad avere questa impressione»

E così quelle persone ci hanno salvato dall'ira delle divinità! E' così vi dico. C'è chi dice che sono un pazzo, ma questa è l'unica verità. Nel momento in cui hanno iniziato a portare via tutte le pietre gli dèi ci avevano benedetto con la pioggia e la semina poteva finalmente iniziare a dare i suoi frutti!

Avevo ormai il polpaccio nudo e potevo osservare il disegno riportato sulla mia gamba. Per anni mi ero domandato cosa rappresentasse. Ora vedevo il vecchio stringere quella pietra dalla stessa forma del mio disegno e lo vedevo fissarmi con la stessa aria di prima. Immutata.

Gli dèi ci lasciavano in pace ma volevano qualcosa in cambio. Volevano che accettassimo qualcosa di loro, il segno dell'alleanza ritrovata tra noi e le divinità, tra noi ed i loro emissari. Così i loro emissari nell'ultimo viaggio avevano portato via alcune delle nostre donne. Così volevano gli dèi. Uno di loro uscito dalla capanna della figlia di H. mi aveva voluto vedere. Era andato per tutto il villaggio alla mia ricerca e quando mi aveva trovato mi aveva dato questo.

Edmund aveva alzato il medaglione di pietra in modo che tutti lo vedessero. Poi lo aveva sfilato dal collo e lo aveva passato all'uomo alla sua destra.

«Fatelo girare e fatelo arrivare fino a Pilar»
Sentito pronunciato il mio nome stavo quasi per perdere i sensi. Il medaglione mi arrivò in mano. Lo potevo osservare da vicino: era proprio identico al simbolo che mi era stato impresso alla nascita.
«Stanotte ho parlato con le divinità. Mi sono apparse in sogno. Pilar, ti ricordi di P. e G. ?»
«Sì» avevo risposto con aria cupa
«Bene. Sai cosa le divinità vogliono da te.»

Il giorno dopo avevo raccolto le mie cose e mi apprestavo a lasciare il villaggio. Il privilegio di stare fuori dal cerchio era in realtà un'onta.

A centinaia di chilometri di distanza c'è un bimbo vivace che è tornato a correre a piedi scalzi sulla sabbia dopo aver ascoltato le storie di suo nonno. Il nonno lo segue con lo sguardo.
Si alza in piedi e lo chiama nuovamente a sé. Il bambino questa volta lo raggiunge con più calma.

«Vuoi vedere come ballavano quei selvaggi ??»
«Si nonno»
E il nonno aveva preso ad ancheggiare sulla spiaggia, scimmiottando quella danza vista decadi prima. La danza di uomini sì selvaggi, forse anche limitati, ma di certo all'apice della disperazione.
«Io non riesco a ballare come loro però, d'altronde, io, tu, noi, noi non siamo affatto dei selvaggi»
Fragmina verborum titivillus colligit horum
Quibus die mille vicibus se sarcinat ille.
Ultima modifica: 30/07/2015 13:20 Da Titivillus.
L'Argomento è stato bloccato.

Re: [#6] La danza del selvaggio (racconti) 31/08/2015 18:43 #16251

Nataihiri

Stamattina mi sono svegliato presto e mi sono reso conto di non vedere più quasi nulla: ormai sono molto anziano e le ingiurie dell'età limitano di molto le mie facoltà fisiche ma non ancora quelle mentali. Sento il desiderio di scrivere una pagina della mia vita, quella che racconta come sono diventato quello che sono, quando e quali siano state le ragioni profonde a condurmi verso il cambiamento. Lo devo fare con queste mie mani tremanti e prima di ritrovarmi totalmente cieco: inizierò subito, augurandomi di fare in tempo, sperando che l'età non abbia il sopravvento. Tra poco manderò mio nipote dai missionari per avere altra carta e un pennino migliore di quello che ho attualmente a disposizione e inizierò.

Mio padre era un eccentrico, un uomo dotato di una cultura straordinaria e al contempo di un temperamento che lo spingeva a compiere colpi di testa inauditi. Amava l'avventura, si era arruolato giovanissimo nella Royal Navy, e nonostante facesse parte della piccola nobiltà terriera e quindi godesse di una rendita in grado di mantenerlo in maniera più che adeguata fino alla fine dei suoi giorni, una volta terminato il suo servizio per la Corona si fece assumere dalla Compagnia delle Indie Orientali. Nel 1825 in India, nei pressi di Jodhpur, conobbe mia madre, la figlia di un piccolo Rajah locale e dopo essersene follemente innamorato la sposò, scontrandosi con le convenzioni del tempo. Mia madre era stata educata in una scuola inglese ed era bellissima, eppure non venne mai accolta con reale favore dalle mogli dei colleghi di mio padre, secondo loro mezzo selvaggia, benché fosse maggiormente istruita rispetto ad ognuna di loro. I miei genitori decisero di trasferirsi in Inghilterra quando io avevo soltanto quattro anni nel 1831, nella tenuta dei miei antenati, nello Staffordshire durante l'estate e nella casa in città a Birmingham quando fosse arrivato l'inverno. Il nuovo clima non giovò alla salute di mia madre e ben presto si scoprì come fosse debole di petto. In seguito mio padre affermò che era stata l'onnipresente nebbia della campagna inglese a compromettere i polmoni della sua Kamalika, distruggendoli con la connaturata, eccessiva umidità. La malattia la portò a un deperimento rapido e terribile, tanto che nel giro di un paio d'anni fu costretta a mettersi a letto, senza avere le forze nemmeno per provvedere ai bisogni corporali. Ricordo quella donna bellissima sempre coricata poiché troppo debole per stare in piedi e come cercasse di sorridermi dolcemente, parlandomi nella sua lingua madre affinché io l'imparassi e non smarrissi la cultura dell'altro mio popolo d'origine. Pochi giorni dopo il mio ottavo compleanno morì, lasciandomi dei ricordi dolci eppure in un certo senso superficiali: era come se non fossi riuscito a capire chi fosse stata, come se non ne avessi colto l'essenza. Fu attraverso mio padre che conobbi meglio quella donna, ascoltando i suoi ricordi, sentendo parlare di lei e di come si fossero innamorati, della loro vita in India nei primi anni del matrimonio. Quell'uomo irrequieto si lasciò andare, scivolando nell'alcolismo e nella malinconia, anche se mi spinse a impegnarmi nello studio e a scegliere una professione, invece di affidarmi alle rendite di famiglia.
Fu così che a soli sedici anni venni accolto alla scuola di medicina di Cambridge e nel giro di pochi semestri diventai un chirurgo provetto, particolarmente abile nel compiere operazioni considerate dai più impossibili. Mi contraddistinsi come il miglior studente dei miei anni, eppure a causa delle mie origini non venni mai completamente accettato, soprattutto dai docenti. Sulle prime ero stato considerato uno scherzo di natura, un misto tra un popolo superiore e uno inferiore, lo sghiribizzo di un nobile eccentrico, da giovane dedito al libertinaggio e al dandysmo. Poi, quando la mia intelligenza venne riconosciuta perché evidente, continuarono ad affermare che non dovevo aver preso nulla dalla mia parte indiana, se non il colore della pelle e i lineamenti del viso, altro evidente segno di come l'educazione e il sangue britannici fossero superiori a quelli di qualunque altro popolo. Non mi curai di loro, non li ascoltai nemmeno: avevo facilità nel socializzare e strinsi diverse amicizie che mi accompagnarono nel corso degli anni, anche se nessuna fu particolarmente profonda o importante. Da mio padre ereditai l'irrequietezza giovanile e una volta ottenuta l'abilitazione alla professione, mi arruolai a mia volta nella Royal Navy, in qualità di ufficiale medico. I miei professori inorridirono, affermando che gettavo l'occasione di diventare un grande chirurgo, solo per una sciocca sete di avventura. Non appena scoprirono la mia deliberazione, cominciarono a pontificare, affermando che finalmente la mia inferiorità, la mia “indianità” era emersa, conducendomi verso l'inevitabile disastro impostomi dal retaggio materno. Non ero capace di scegliere la carriera migliore, perché il mio lato indiano mi spingeva verso l'inaffidabilità e l'incapacità di discernimento. Ignorai la loro ottusità e la loro stupidità, e cominciai a navigare assiduamente, tornando in patria solo una o due volte l'anno, per andare a trovare mio padre, ormai sempre più minato dall'alcol ed estraniato dal mondo. L'uomo che mi aveva voluto così tanto da sfidare le convenzioni e la chiusura del suo ceto sociale, se ne andò una notte d'inverno durante il mio ventisettesimo anno d'età e una storia finì, la storia del nobile che aveva amato una principessa indiana e che l'aveva condotta in una terra lontana, per lei impossibile a causa del clima sfavorevole. Non tornai più in Inghilterra, delegando uno studio legale affinché gestisse i beni della mia famiglia, mantenendomi con l'ottimo stipendio da ufficiale: non volevo vendere la grande proprietà dello Staffordshire, poiché mio padre aveva amato quella tenuta profondamente, per quanto si fosse amaramente pentito di avervi portato a morire mia madre.
Viaggiai in lungo e in largo per tutto l'Impero Britannico, dalle colonie africane a quelle asiatiche, arrivando anche nell'emisfero australe, dove le costellazioni sono diverse e gli oceani follemente impetuosi, per quanto a un primo sguardo appaiano pacifici. Durante una licenza potei finalmente raggiungere le zone d'origine di mia madre ed ero emozionato perché finalmente avrei potuto incontrare i miei zii e cugini, persone che conoscevo solo attraverso alcune brevi lettere. Venni trattato con freddezza e imbarazzo, respinto da tutti, sebbene a parole si mostrassero gentili e disponibili. Evidentemente mi consideravano troppo inglese per essere un vero parente e il mio sangue europeo mi faceva passare ai loro occhi di kshatriya, la casta dei governanti e dei guerrieri, come un impuro. Fuggii anche da lì e mai più tornai in India, respinto e nuovamente incompreso: non ero niente, non appartenevo a nessun luogo e mai avrei potuto trovare un mio spazio. Lo vedevo ogni giorno con i miei commilitoni e con i sottoposti: mi veniva concesso rispetto in quanto la disciplina sulle navi dell'Impero Britannico era assoluta e spietata, ma in molti mi guardavano storto, misero sangue misto.
Chiesi di diventare medico coloniale e di essere mandato il più lontano possibile dall'Inghilterra e dall'India e venni assegnato al Governatorato delle isole Fiji. Fu così che mi imbarcai dalla Birmania e che raggiunsi prima la Malesia e poi l'Australia, dove non ero ancora stato. L'immensa isola era in gran parte una colonia penale e per un paio di mesi prestai i miei servigi di medico, prima di partire per una delle ultime terre colonizzate dagli europei. Fin dai primi giorni di navigazione trovammo burrasca e la nostra imbarcazione venne colta da venti del tutto eccezionali, i quali ci portarono fuori rotta di moltissime miglia nautiche, addirittura in prossimità dell'arcipelago delle Nuove Ebridi. Alla fine la nostra fregata dovette capitolare a causa di un tifone e naufragò: a distanza di quasi cinquanta anni da quell'episodio, credo di essere stato l'unico sopravvissuto a quell'immane disastro, il solo uomo tra i quasi duecento dell'equipaggio a non aver reso l'anima a Dio a causa di quelle condizioni ambientali estreme. Si dice spesso come in una situazione di pericolo la vita scorra di fronte agli occhi e che un uomo o una donna si ritrovino a compiere un bilancio finale della loro esistenza. A me non accadde nulla di simile: nonostante tutto volevo vivere e mi adoperai a resistere alla forza dei marosi, aggrappandomi e qualunque cosa riuscissi a raggiungere, ritrovandomi alla fine su una splendida spiaggia di sabbia bianca, dove svenni, esausto e gravemente disidratato.
Mi risvegliai in una semplice capanna di frasche, osservato da due uomini anziani, i quali mi guardavano con espressione solenne e cordiale. Avevano la pelle molto scura, simile a quella degli abitanti dell'Africa Nera, ma i loro lineamenti erano diversi, non troppo dissimili da quelli degli indiani d'Asia, quindi gli stessi presenti anche sul mio volto. Sapevo che quelle isole erano contese tra l'Inghilterra e la Francia e cercai di parlare loro in entrambe le lingue, per scoprire dove fossi finito, ma non trovai soddisfazione alcuna: non mi capivano ed io non sapevo nulla della loro favella, composta da parole estremamente vocaliche, pronunciate con voci dolci e musicali. Compresi come l'uomo più anziano e autorevole tra i due si chiamasse Tahitoa e fosse il capo di quella comunità e non appena mi rimisi in forze fu lui stesso a farmi da cicerone, permettendomi di conoscere il villaggio, la giungla che lo circondava e l'isola nel suo complesso. Mi condusse a un piccolo fortilizio abbandonato sulla spiaggia e compresi come fosse stato costruito dai soldati e dai marinai di sua Maestà Britannica la Regina Vittoria, ma evidentemente l'isola era troppo piccola e lontana dalle principali rotte commerciali e militari per lasciarvi un contingente permanente. Il capo mi fece comprendere a gesti che se avessi voluto avrei potuto vivere lì al forte ma che non mi avrebbe impedito di rimanere al villaggio tra la sua gente, purché aiutassi gli uomini nella caccia e nella pesca e provvedessi ai bisogni comuni, trasportando pesi, aiutando a costruire piroghe e trappole. Mi sentii preso dalla disperazione: non volevo rimanere su quell'isola lontana da tutto e da tutti senza poter parlare con nessuno, ancora una volta diverso, sotto ogni punto di vista. Ero in fuga dalla stupidità e dal rifiuto, è vero, eppure ora mi sentii ancora più solo, incapace di comprendere le persone che mi ospitavano, scegliendo di vivere tra di loro pur di non essere del tutto estraneo al consorzio umano. Gli indigeni con me si comportarono educatamente e alcuni di loro, specialmente i bambini, mi guardavano con curiosità e si interessavano a me, ma venni trattato spesso con freddezza o addirittura con timore dalle persone più adulte. Ben presto mi resi conto del perché: quando avevo raggiunto la spiaggia, avevo addosso ancora alcuni brandelli della mia divisa e su uno di essi vi era ricamata la Union Jack. Gli indigeni la conoscevano, poiché circa venticinque anni prima come appresi con vergogna e sdegno qualche tempo dopo, erano stati raggiunti da un piccolo contingente britannico, i cui uomini avevano ucciso diverse persone e violentato molte donne. Non a caso, alcuni esponenti della popolazione erano più chiari rispetto agli altri, evidenti figli di quegli abusi. Dopo qualche mese, quando fui in grado di comprendere la loro lingua, mi rivelarono che non mi avevano ucciso proprio per via del mio colore e che avevano addirittura immaginato che io fossi uno di loro condotto via bambino dai militari britannici e riportato a casa dal dio Sole.
L'isola era piccola e il villaggio in cui mi trovavo era l'unico insediamento umano abitato, circondato da ampie zone di terra dissodate e coltivate dalle donne del villaggio, dopo che gli uomini avevano abbattuto gli alberi per liberare spazio. La terra era fertilissima e di evidente origine vulcanica, e veniva sapientemente seminata a zone alternate, in modo da non prosciugarla delle sostanze vitali. Scoprii come l'abitato non si trovasse direttamente sul mare sia perché vicino ad alcune fonti d'acqua dolce, sia perché in quel modo maggiormente difendibile dai nemici. Tahitoa mi mostrò con orgoglio i crani degli invasori provenienti da un'isola poco lontana, respinti con abilità dai suoi guerrieri. Sapevo che gli indigeni di quell'arcipelago esercitavano una sorta di cannibalismo selettivo, mangiando il cuore e il fegato dei loro nemici, o così avevo appreso all'Accademia. Eppure in tutti gli anni in cui sono stato presso di loro non ho mai assistito a questa pratica, nemmeno prima che arrivassero i missionari congregazionalisti, i quali li convertirono al cristianesimo, facendoli passare da una religione semplice dove si ringraziava la natura per i suoi doni e il cielo per la pioggia, a un culto di cui non comprendevano nulla, ma che li affascinava per via del concetto del perdono.
Io lavoravo con loro, godendo di un clima meraviglioso e piano piano venni accolto nella comunità, sebbene ancora con un certa freddezza. Mi davo da fare per non pensare ai miei guai e cercavo di imparare la loro lingua, poiché gli indigeni non mostrarono alcun interesse ad imparare l'inglese. Eppure ogni sera rimanevo a contemplare il mare fino al buio, cercando con lo sguardo una qualsiasi imbarcazione, pur di fuggire via da lì. Dopo un paio di mesi di permanenza sull'isola, mi accorsi come una giovane donna, Afa'iau, mi stesse spiando: ogni volta che mi giravo di scatto o che alzavo la testa, mi ritrovavo sotto i suoi attenti e intelligenti occhi. Le donne indigene non consideravano il sesso come un tabù e anzi, non era raro che avessero incontri intimi con più di un uomo e che disponessero di diversi mariti. La giovane, la quale era nipote di Tahitoa ma aveva la pelle chiara di quelli che discendevano dagli stupri dei militari britannici, ben presto mi portò a letto, curiosa, come mi rivelò in seguito, di come potesse essere un inglese e ben presto andai a vivere con lei e con il bambino che aveva avuto precedentemente da un guerriero. Fu lei a insegnarmi la lingua e finalmente fui in grado di comprendere gli abitanti del luogo e potei interagire meglio con ognuno di loro. Spiegai come fossi un guaritore, e ben presto l'uomo delle erbe si confrontò con me: scoprii che sapeva curare molto bene quando possibile le malattie più frequenti sull'isola e che non avevo nulla da insegnarli, anzi potevo solo imparare la buona medicina locale. Fui in grado di evitare l'amputazione degli arti alle vittime di svariati incidenti, grazie alle mie capacità chirurgiche, ma non potei fare nulla di più. La cosa mi fece deprimere e finii per sentirmi inutile, anche se Afa'iau era un sostegno e un sollievo, e mano a mano che riuscivo a comprenderla una sorpresa costante. Eppure continuavo a volermene andare, ed ero certo che se ne avessi avuto l'occasione, l'avrei fatto seduta stante. Fantasticavo riguardo al portare con me la bella indigena e il suo bambino, eppure me ne sarei andato comunque, anche se lei avesse rifiutato. Era da sette mesi che vivevo con quel popolo e Afa'iau mi accolse una sera dopo una faticosa giornata di pesca con una splendida notizia: era da tre lune che non le usciva più il sangue e quindi avrei avuto il mio primo figlio da lì a qualche mese. La mia determinazione ad andarmene venne quindi intaccata seriamente per la prima volta, eppure continuavo a sentirmi un membro dell'Impero e a volermene andare da Vanuatu, o come gli indigeni chiamavano il loro arcipelago.
Un paio di settimane dopo, Tahitoa mi invitò per la prima volta a partecipare al rito della kava, riservato agli uomini della comunità: ero stato definitivamente considerato tale da quando si era venuto a sapere della gravidanza di Afa'iau. Masticammo la radice bianchiccia e già quando la sputai sulla foglia di banano, prima che venisse mischiata all'acqua e poi filtrata per diventare un succo denso e giallastro da sorbire lentamente, mi sentii strano, come se i miei pensieri provenissero da un altro luogo e non dal mio cervello. Ero in perfetta sintonia con tutti gli altri partecipanti al rito, e ben presto fui in pace anche con me stesso, le sensazioni alterate in modo piacevole. Tahitoa si alzò in piedi e cominciò a compiere dei movimenti apparentemente scollegati tra di loro, il corpo trasformato in una strana sorta di marionetta. Dopo poco tempo il tutto cominciò ad avere un senso, ed esattamente come tutti i presenti lo seguii, eseguendo gli stessi passi con naturalezza. Ben presto compresi come non fossimo soli, bensì circondati da ombre amichevoli e mano a mano mi resi conto che altre non erano che gli spiriti dei nostri antenati: le nostre radici personali erano con noi. Fino a quel momento avevo avuto un'idea del tempo atta ad organizzare e dividere le mie giornate, ma in quel momento compresi come finalmente fossi arrivato a possederlo, il tempo: ora potevo andare avanti e indietro a piacimento nel passato, senza più alcun dolore o rammarico, rimanendo però saldamente ancorato al presente. Per la prima volta nella mia vita non mi sentii più diviso tra due popoli, non ero più troppo scuro per essere inglese o troppo bianco per essere indiano: ora sentivo di avere un luogo, un popolo e la pace. Mi voltai ancora e dietro di me vi erano i miei genitori sorridenti e giovani, e anche loro danzavano con noi, seguendo Tahitoa. Quando l'effetto del succo della radice ci abbandonò, cademmo a terra esausti e le dolci ombre che ci avevano raggiunto scomparvero leggere: era giusto che tornassero a riposare e allo steso tempo ero certo che avrebbero sempre vegliato su di noi e che non ci avrebbero mai davvero lasciati soli. Quando ci riprendemmo, il capo mi guardò intensamente negli occhi e mi chiamò con quello che è diventato il mio nome da quel momento in poi: Nataihiri, il guerriero venuto dal mare. In quell'istante, Jonathan Akash Anderson-Mills scomparve, e un uomo finalmente risolto nacque, nell'unico luogo in cui questo era possibile, ovvero agli antipodi. Quando rientrai stanco, sconvolto eppure felice, Afa'iau si accorse immediatamente che qualcosa era cambiato in me, e mi abbracciò colma di gioia, perché mi amava, e anch'io sentii di amarla.
Qualche mese dopo la mia presa di coscienza, una nave dell'Impero giunse vicino all'isola e dopo essersi messa alla fonda, vennero poste in acqua due scialuppe e un folto numero di uomini raggiunse la spiaggia. Pur essendo molto abbronzato, difficilmente sarei potuto passare per un indigeno, nemmeno tra quelli che avevano sangue bianco nelle vene, eppure decisi di non nascondermi: se l'avessi fatto e fossi stato scoperto dai militari sarei stato riconosciuto come disertore e giustiziato sul posto. Ma neppure volevo lasciare quello che avevo trovato, per cui decisi di celarmi in quello che spesso è il migliore nascondiglio, ovvero sotto gli occhi di tutti. La guida indigena dei nuovi arrivati mi riconobbe per quello che ero, ma non ne fece parola ai suoi superiori, mentre i bianchi mi videro solo come un selvaggio coperto di fango e non indagarono ulteriormente. I guerrieri del mio nuovo popolo si ricoprivano il corpo con una sostanza limacciosa, simile a creta una volta solidificata, per dichiarare al nemico che erano pronti a combattere ma solo se fossero stati attaccati. Non accadde nulla, gli inglesi fecero un giro di esplorazione e ritenettero nuovamente l'isola troppo poco interessante per stabilirvi un contingente. Si comportarono bene, prendendo solo un po' di cibo e acqua potabile, ma non diedero fastidio alle donne e se ne andarono velocemente come erano arrivati. Osservai la loro nave scomparire all'orizzonte, tenendo per mano la mia amata Afa'iau e non mi pentii della mia scelta nemmeno per un istante, in quel momento e in tutto il resto della mia lunga vita.

Nataihiri – Isola di Mataso, 1911
Fragmina verborum titivillus colligit horum
Quibus die mille vicibus se sarcinat ille.
Ultima modifica: 31/08/2015 19:04 Da Titivillus.
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Re: [#6] La danza del selvaggio (racconti) 31/08/2015 23:09 #16252

Bob Eko


Tirò le due ultime boccate una dietro l’altra e spense la cicca con la suola, entrò nella sede societaria esalando fumo dalle narici. Quante ne aveva già fumate quel giorno, una dozzina?
L’aria condizionata lo investì in pieno e il passaggio dai 35 gradi delle due del pomeriggio di quel 18 agosto ai circa 25 gradi lì presenti lo face imprecare; si aggiustò la cravatta, tirandola sul collo così da coprire anche l’ultimo centimetro di pelle libera. Non poteva permettersi di ammalarsi in quei giorni così delicati.
Giunse ben presto ad una porta con un cartellino che recitava Direttore Sportivo, bussò e girò la maniglia senza aspettare un’eventuale risposta. L’individuo all’interno della stanza era al telefono.
“Sì, sì, siamo d’accordo...ah ecco, è appena arrivato Mario, la richiamo più tardi signor presidente.”
L’uomo attaccò la cornetta e si voltò, ruotando sulla sedia pieghevole; aveva la pancia così grossa che sembrava incastrata sotto la scrivania.
“Mario, eccoti qua, scusa se ti ho convocato con questa urgenza, ma devo darti una novità piuttosto importante, accomodati.”
L’uomo si sedette ed incrociò le braccia.
“Nessun problema Lucio, ho già pranzato, dimmi tutto.”
“Allora senti, abbiamo un nuovo giocatore.”
Mario impallidì.
“Come? E chi sarebbe? Perché non ne sono stato informato prima? E...”
“Aspetta, calmati. So che potresti sentirti scavalcato, per questo ti ho invitato qui in privato per avvisarti. Sinceramente non lo conosco neanche io, mi ha telefonato stamani il presidente e mi ha detto che lo avevamo appena preso. Si chiama Bob Eko e viene da Bubaque, che se ho capito bene dovrebbe essere un isolotto africano, al largo di un qualche staterello chiamato Guinea-Bizao, Bissua, o qualcosa del genere.”
Mario Parenti decise che era giunto il momento di allargarsi nuovamente la cravatta.
“Ho capito, aggiustamenti tra procuratori, o cose così...giusto? Ma abbiamo almeno qualche video per vedere come gioca?”
“Lo so, ti sembrerà assurdo, ma non abbiamo niente, se non l’assicurazione del presidente che è bravo e che dobbiamo prenderlo. Anche io ho chiesto notizie più approfondite, mi preoccupava soprattutto la parte burocratica, ma anche quella a quanto pare è tutta sistemata: hanno già fatto la registrazione del cartellino. Non parla una parola della nostra lingua, quindi è un po’ silenzioso. E poi...ah sì, l’unica cosa che mi è rimasta da dirti è che fa l’attaccante, la prima punta. ”
Mario inarcò il sopracciglio sinistro.
“Beh, almeno è un ruolo dove siamo un po’ scoperti. Ok dai, vedremo com’è...a proposito: quando arriva?”
“Ehm, dovrebbe essere atterrato già stamani e quindi sarà disponibile per l’allenamento di oggi pomeriggio.”

La divisa societaria con giacca e cravatta era obbligatoria in ogni momento e in ogni posto dove potessero venir fatte riprese con le telecamere, tranne che durante gli allenamenti. Il mister Mario Parenti aveva ormai 64 anni, ma entrare in un paio di pantaloncini da calcio, respirando gli odori dello spogliatoio, lo faceva sempre tornare bambino.
Prese la sua cartellina e si diresse al centro dello spogliatoio, così da spiegare alla trentina di atleti che si stavano preparando intorno a lui quello che avrebbero dovuto fare in quel caldo pomeriggio.
“Bene, bene, un po’ di silenzio ora! Lucio, falla finita con le stronzate, su. E tu, Andrea, datti una sbrigata che sei sempre l’ulti...”
toc toc toc
Mario si voltò verso l’ingresso.
“Avanti, è aperto.”
La porta si aprì lentamente, rivelando una poderosa mano nera chiusa sulla maniglia.
Bob Eko entrò nello spogliatoio e calò il silenzio.
Era un gigante di due metri o poco più, completamente pelato e glabro, senza ciglia e sopracciglia. Indossava una maglia senza maniche e un paio di pantaloncini. La sua pelle era di un nero scurissimo, tirata all’inverosimile su chili e chili di muscoli scolpiti.
Il mister si riprese velocemente da qualche secondo di stupore e si rivolse alla squadra:
“Ah ecco, questo dev’essere il signor Eko, l’ultimo rinforzo arrivato quest’anno; salutatelo come si deve, si chiama Bob.”
I giocatori rivolsero dei cenni e qualche ciao al nuovo arrivato. Bob Eko si avvicinò ad una panca e subito due ragazzi si spostarono di lato per lasciargli un metro di spazio, quasi intimoriti.

Mario si asciugò il sudore con un fazzolettino, mentre seguiva le ripetute.
“Allora Doc, che ne pensi del nuovo arrivato?”
Il medico della squadra era accanto a lui.
“Il bestione? E’ impressionante mister. Gli ho fatto le visite e i test in tarda mattinata, ha dei parametri perfetti; credo che siano i migliori che io abbia mai visto in 36 anni di carriera.”
Mario osservò pensieroso Bob Eko, inflessibile nello sforzo.

Le solite due o tre file di tifosi si erano sistemate dietro le reti di recinzione del campo sportivo, nonostante il caldo, per assistere all’ultima partitella prima della trasferta di Coppa.
Lucio Grotti entrò a bordo campo e si avvicinò alla panchina; l’enorme pancia dondolava ad ogni passo.
“Mario, scusa, ti disturbo?”
Il mister continuò a seguire la partitella senza voltarsi, una sigaretta tra le dita.
“Andrea! Fai l’uno-due lì!...no Lucio, dimmi pure.”
Il direttore sportivo si portò vicino all’orecchio di Mario e abbassò la voce:
“Senti...ma, il nuovo arrivato non lo provi? Vedo che è qui in panchina dall’inizio della partitella e mancano 10 minuti alla fine.”
Mario si girò verso il suo interlocutore.
“E’ arrivato stamani, oggi ha fatto un allenamento impegnativo, quindi di sicuro è stanco. Inoltre non so se sia il caso di mettere troppa pressione sui compagni di reparto in vista di domani sera...insomma pensavo di aspettare dopodomani prima di provarlo in gioco.”
“Avrei preferito non dovertelo dire perché so quanto ti diano fastidio queste cose, ma a questo punto devo farlo: c’è il presidente fuori dal campo, è venuto apposta per vederlo. Fagli fare qualche minuto e fai contento il capo dai.”
Il mister lanciò uno sguardo alla rete dietro di sé e vide il presidente della squadra accanto a due uomini in giacca e cravatta; lo stavano osservando tutti e tre.
Si voltò verso la panchina sbuffando fumo.
“Bob, scaldati, ti faccio fare qualche minuto. Andrea! Due minuti e poi esci.”
La palla arrivò sulla fascia sinistra, la mezzala si trovò davanti il terzino avversario e si fermò, decidendo di ripartire. Passaggio indietro al mediano davanti alla difesa, che alzò il capo e vide il nuovo attaccante venire incontro; scelse di premiare il movimento e gli passò il pallone.
Bob Eko ricevette palla sulla trequarti, di spalle alla porta, seguito da uno dei due centrali difensivi. Fulminò il marcatore con uno stop a seguire, girandosi agilmente e lasciando l’avversario sul posto. A quel punto attaccò lo spazio davanti a sé e affrontò l’altro centrale. Doppio passo secco e avversario a sedere; il rapido terzino destro tentò una diagonale disperata ma il gigante nero, a dispetto dei suoi due metri di altezza, era velocissimo. Evitò facilmente l’ultimo avversario e si presentò davanti al portiere, palla sotto le gambe e rete.
Il silenzio dei giocatori, del mister e del direttore sportivo si contrappose agli applausi festanti del pubblico, che proseguì poi in mormorii compiaciuti.
Bob Eko nel frattempo era tornato nella sua metà campo, senza esultare o proferire parola. Qualche compagno gli diede una timida pacca di congratulazioni, lui sembrò quasi non accorgersene.
Mancavano ormai un paio di minuti alla fine della partitella e la squadra che aveva appena subito gol batté il calcio di inizio, per poi perdere palla goffamente a fondo campo dopo pochi secondi.
Il portiere effettuò il rinvio, che finì nella zona di Bob. Il gigante saltò altissimo, stoppò di petto e mise la palla a terra; quindi si voltò sul posto e saltò di netto il marcatore con una finta di corpo. Un mediano aveva subito raddoppiato, ma il tentativo di mettere pressione con la spalla all’enorme attaccante risultò inutile. Bob Eko si presentò davanti all’ultimo uomo e gli fece un tunnel con la palla. Fu allora che il difensore non sopportò la cosa ed entrò a gamba tesa sull’attaccante. Bob Eko franò a terra e il difensore urlò di dolore.
“Fermi! Fermi!”
Il mister entrò in campo ed interruppe il gioco, mentre Bob Eko si era già rialzato e sembrava quasi voler continuare l’azione.
“Vi avevo detto di stare attenti, maledizione, domani sera dobbiamo giocare! La partita finisce qui, tutti sotto la doccia. Fabio, fatti vedere quella caviglia dallo staff medico, se ti sei fatto male ti uccido. Bob, tu invece resta un attimo, voglio spiegarti una cosa.”
Mario prese il pallone e guidò il gigante ad un campo più piccolo e riparato, dove non potevano essere visti dai tifosi, poi si rivolse al nero.
“Dunque, se non mi capisci bene dimmelo che provo a rispiegartelo, ok?”
Bob lo guardò impassibile.
“Ok, allora, dai pochi minuti di gioco che ho visto mi sembri sia in forma fisica che ben dotato tecnicamente. Però vorrei fare un esperimento con te: io mi metto qui a centrocampo e ti faccio un lancio verso la porta, tu parti a corsa, stoppi il pallone e segni, va bene? Quando sei pronto puoi partire.”
Bob si girò verso la porta ed iniziò a correre.
Il mister colpì la palla ed effettuò il lancio; ma era lungo, molto lungo, e la palla scavalcò l’attaccante ed arrivò direttamente in porta. Bob Eko sopraggiunse dopo qualche secondo, raccolse il pallone e tornò di corsa dal mister.
“Ecco Bob, cosa capisci da questa cosa?”
Il nero lo fissò, senza aprire bocca. Mario cominciava a sentirsi a disagio.
“Ti ho fatto provare questa cosa per farti comprendere che la palla è più veloce di te, di chiunque altro compagno o avversario, e che quindi per fare un gioco il più rapido possibile la cosa più importante è passarla. Sei bravo, sai come saltare l’uomo e quindi creare superiorità numerica, inoltre sei una punta e quindi è giusto che tu abbia un pizzico di egoismo, però se in quell’azione a fine partita tu avessi passato il pallone al tuo compagno di reparto, dopo aver superato il primo avversario, sareste andati in porta più velocemente e tu non avresti subìto quel fallo. Capisci?”
Bob Eko continuò a guardare il suo mister, occhi bianchi a palla che risaltavano sulla pelle scura.
“Va bene dai, ora vai a fare la doccia. Ho deciso di convocarti per domani sera, verrai in panchina; quindi stanotte cerca di dormire perché dovrai essere ben riposato.”

Mario Parenti non sapeva più che fare, si era già giocato quasi tutti i cambi possibili e la squadra non riusciva a reagire al gol preso. Mancavano ormai pochi minuti alla fine della partita ed andare fuori nel primo turno di Coppa sarebbe stata un tragedia sportiva per la sua squadra e professionale per lui.
Si girò disperato verso la panchina e gli cadde lo sguardo su Bob Eko; decise di giocarsi il tutto per tutto.
“Bob, scaldati!”

Quella mattina la cravatta non gli dava noia per niente. Arrivò all’edicola da cui si serviva ogni giorno per comprare il giornale. L’edicolante lo salutò con calore.
“Mister, buongiorno! Che bella partita ieri sera, e che fenomeno che avete trovato, forte quel nero eh?”
Mario gli sorrise, ringraziò e se ne andò al lavoro. Arrivava sempre qualche minuto prima, dato che gli piaceva leggere il giornale in pace.
Aprì la pagina sportiva e, come si aspettava, era tutta dedicata alla vittoria della sera prima. Il titolo dell’editoriale catturò la sua attenzione: La danza del selvaggio. Si apprestò a leggerlo.
Il calcio è il gioco più bello del mondo, noi appassionati lo sappiamo da molto tempo, ma ogni tanto arrivano partite che ce lo ricordano e confermano, così da non dimenticarsene mai. In una calda sera d’estate, primo turno di coppa, può capitare di avere le gambe imballate dalla preparazione, di perdere, di non giocare bene...ma al tempo stesso può anche capitare di avere un asso nella manica, un coniglio nel cappello, e di tirarlo fuori all’ultimo, forse con un pizzico di fortuna, così da ribaltare un risultato già scritto. Siamo al 79° ed entra un uomo di due metri, l’ultimo arrivato, che non parla una parola della nostra lingua e che quasi quasi sembra provenire da qualche tribù del centro Africa (sicuramente non i Pigmei, magari i Watussi); che gioca col pallone come se ci fosse nato, che lo accarezza, che ci danza.
Mario interruppe la lettura e chiuse il giornale. Se lo era aspettato ovviamente, il circo mediatico era partito; sperò che non danneggiasse troppo l’ambientamento di Bob Eko, che proprio dal punto di vista sociale sembrava avere molti problemi.
Due giorni dopo avrebbero avuto la prima partita di campionato, fuori casa contro la squadra campione in carica; sarebbero partiti qualche ora più tardi per il ritiro. Lo avrebbe convocato, questo era sicuro.

Lo stadio era una bolgia, ma Mario Parenti non se ne rendeva più conto, sotto tre a zero a mezzora dal termine. Nonostante fosse distante appena tre metri, questa volta lo dovette urlare per farsi sentire:
“Bob! Scaldati.”
Quello che successe dopo entrò nella storia.

Erano quattro giorni, solo quattro giorni, da quando era stato lì l’ultima volta, ma sembrava un’eternità.
Entrò nella stanza e si accomodò sulla sedia. Da dietro la scrivania, Lucio Grotti e la sua pancia lo guardavano in silenzio.
Un sorriso si allargò sul volto di Mario.
“Abbiamo un fenomeno, io sto allenando un fenomeno. Sai che questa è una delle cose che ogni allenatore sogna di poter fare nella vita? E io ci sono, ora, e sono all’inizio. Non è passata neanche una settimana, chissà quante altre soddisfazioni ci regalerà quel ragazzo.”
Lucio continuò a fissarlo.
“Cinque gol in mezzora, in quello stadio, contro di loro. Una cosa mai vista. Ti rendi conto? Ehi...ti sei incantato?”
“Mario...ascoltami.”
Il direttore sportivo si grattò nervosamente la pancia.
“Senti, Bob Eko se ne è andato stamattina presto.”
Il sorriso di Mario si congelò, per poi trasformarsi in una smorfia di orrore.
“Cosa diavolo stai dicendo?”
“Mi ha chiamato il presidente e ti ho convocato subito. A quanto pare era da noi in prova solo per un breve periodo. Mi dispiace Mario.”
Il mister stentava a crederci.
“E dove va? Dove giocherà? Non mi dire che ce lo troveremo contro!”
“A quanto pare non giocherà più, non ne sentiremo più parlare. Questo è tutto ciò che so.”
Mario rimase un eterno minuto in silenzio. Quindi si alzò, si allargò il nodo della cravatta e si accese una sigaretta. Lì, nella stanza del suo direttore sportivo, dove non aveva mai osato farlo. Fece un tiro e poi la gettò a terra, sulla moquette; la schiacciò con forza con il piede. Si girò lentamente e se ne andò. Per sempre.

Bob Eko era seduto sul sedile posteriore della macchina, due uomini in giacca e cravatta erano al posto di guida e in quello del passeggero.
“Allora che ne dici, è andato bene il test?”
“Alla grande direi, coordinazione e dinamismo ai livelli massimi, come speravamo. Lo ammetto, hai avuto davvero un’idea fantastica, non avrei mai pensato di farlo col calcio.”
“Questo è perché sei il solito scienziato pieno di pregiudizi sul gioco più bello del mondo.”
“Ah no, non te lo permetto: ho detto che hai avuto una bella idea, non che ho cambiato opinione su una branca di idioti che corre dietro ad un pallone. Ancora mi chiedo come un quasi premio Nobel come te possa seguire uno sport così insulso.”
I due risero.
“Bene, test mentali e degli arti superiori superati col massimo punteggio, ora en plein con gli arti inferiori. Il generale sarà contento del suo nuovo giocattolino, è il tempo di chiedere un aumento.”
L’uomo guardò nello specchietto retrovisore e si rivolse sorridente al gigante seduto dietro.
“E tu che ne dici Bob? Ce lo meritiamo questo aumento?”
Bob Eko ricambiò lo sguardo, in silenzio.
Fragmina verborum titivillus colligit horum
Quibus die mille vicibus se sarcinat ille.
Ultima modifica: 31/08/2015 23:25 Da Titivillus.
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