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[#3] Un respiro nel buio (racconti)
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ARGOMENTO: [#3] Un respiro nel buio (racconti)

[#3] Un respiro nel buio (racconti) 01/05/2018 03:41 #18335

"L'essere umano è solo respiro e ombra."
(Sofocle)


Un respiro nel buio è il tema della terza tornata di UniVersi 8, c'è tempo fino al 31 Luglio 2018 compreso per postare il proprio racconto in gara.

Ricordatevi che:
- Il limite massimo di battute consentito per ogni racconto è 12.000 (spazi compresi, titolo escluso); potete controllare il numero esatto di battute dei vostri racconti su questo sito gratuito.
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- Respiri nel buio (11895)
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"Le Poète est semblable au prince des nuées
Qui hante la tempête et se rit de l'archer;
Exilé sur le sol au milieu des huées,
Ses ailes de géant l'empêchent de marcher."
Ultima modifica: 07/08/2018 18:23 Da Tavajigen.
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Re: [#3] Un respiro nel buio (racconti) 28/07/2018 20:39 #18394

Respiri nel buio

Fra i capitani sotto i quali prestai servizio il signor M. fu l'unico che andai a trovare a casa.Si trovava a Pittsfield, nel Massachusetts, era una casa luminosa e pulita. Sua moglie, che mi accolse, era un signora alta e robusta, dai tratti gentili.
Lo trovai seduto su una comoda poltrona nella stanza da pranzo, fumava la pipa. Accanto a lui stava, quasi appollaiata su una sedia, una vecchia signora vestita di nero che dal mio arrivo alla mia partenza non disse una parola. Aveva gli occhi completamente ingrigiti dalla cataratta eppure, con grande abilità, lavorava a maglia: stava confezionando una tela, ampia e bianca.
L'ultima volta che lo avevo visto eravamo ormeggiati a New Bedford, tornavamo da un anno di navigazione ed io ero salito a bordo per prendere il mio baule e salutare. “Se vi capitasse - mi aveva detto - di essere in cerca di un'occupazione, ricordatevi che finché avrò una nave io, l'avrete anche voi.” Peccato che non avrebbe più navigato, già durante il viaggio di ritorno le sue condizioni di salute non erano state buone, era più il tempo che passava in cabina che in coperta.
“Caro Joseph, è davvero un piacere vederla - mi disse alzandosi dalla poltrona con un certo sforzo - o forse adesso la devo chiamare capitano C.?”
Sorrisi comprendendo che si era ricordato della mia trasferta a New York per sostenere gli esami di abilitazione a capitano. “Si, ma ancora senza un nave” risposi.
“Oh! La nave arriverà, la marina mercantile ha sempre bisogno di bravi marinai e bravi capitani, le navi non salpano da sole. Ma si sieda, si sieda. Mia moglie starà preparando il tè.”
Il capitano M. riprese posto sulla poltrona, accanto alla vecchina dagli occhi grigi, io mi sedetti di fronte a lui e iniziammo a parlare delle rotte percorse insieme, poiché ero stato suo secondo a bordo della Albany per più di un anno; ci ricordammo i marinai con i quali condividevamo la vita di bordo, i loro caratteri e le piccole avventure che ci erano capitate durante le nostre traversate. Era una conversazione piacevole che sembrava avere alleviato, se non lo stato di salute del capitano M., almeno lo stato emotivo, che è il vero scopo che si prefigge chi va a fare visita a un ammalato. Non è forse scritto: “il dolore del cuore logora la forza”?
Così per cercare di far sfuggire la sua mente dall'idea della malattia gli chiesi del suo primo imbarco, forse questa era l'unica storia che nel periodo della nostra vita vissuta insieme per mare non mi aveva ancora raccontato.
Notai un cambiamento nel suo viso, un sopracciglio si alzò oltre misura, le labbra si serrarono e prima di parlare stette a guardare a lungo il tè nella tazza che ancora stringeva fra le mani. Forse vedeva in quel liquido i mari che aveva traversato, o forse non vedeva niente, né il tè né la tazza né il mare, forse la sua mente era trasportata dalla corrente dei ricordi in tempi lontani e mai più ripercorsi, poiché stette così, immobile, a lungo.
"Sa Joseph - mi disse con voce grave interrompendo il silenzio - io m’imbarcai per necessità. La mia famiglia visse una vita agiata fino alla bancarotta di mio padre, alla sua malattia mentale e alla sua morte. Oltre me, mia madre aveva altre sette bocche da sfamare e ad un certo punto non ebbe più niente per sostenerci se non l'amore, ma anche quello non bastava per tutti. Ci trasferimmo a Lansingburgh dove lavorai nell'azienda di un mio zio, poi feci altri lavori ma non avevo nessuna prospettiva, ed ero un giovane piuttosto irrequieto. Così nel giugno del 1839 con poco o niente denaro in tasca andai a New York e m’imbarcai come mozzo sulla St. Lawrence che era diretta a Liverpool. Non avevo ancora vent’anni. Forse mi ero fatto un’idea errata della vita dei marinai, pensavo alla libertà, al mare aperto, all’avventura, ma quello che trovai fu sacrificio e lavoro duro. Non sottovaluti mai, quando sarà capitano, l’asprezza della vita dei marinai semplici...ma non commetta neanche l’errore di averne troppa pietà, la pietà non fa prendere le giuste decisioni.
Quella che sto per raccontarle è una storia che non ho mai detto a nessuno, poiché il solo ricordarmene mi fa rabbrividire fino alle ossa, e devo confessare che spesso, ancora, il mio sonno è agitato a causa dei fatti avvenuti sulla St. Lawrence.
La vita non era delle più semplici, relegato ai lavori più umili, poco riposo, mal di mare, alberi arrampicati nel cuore della notte per dispiegare vele, cibo cattivo e tanta inesperienza. Se a questo si aggiunge la vessazione costante da parte di marinai più anziani, comprenderà di cosa parlo, ha già visto cose simili, la traversata può diventare orribile quanto le fauci spalancate del leviatano. Sulla St. Lawrence vi era un marinaio, il signor Pinkman, che comandava per conto degli ufficiali “davanti l’albero”, con gli ufficiali che stavano “dopo l’albero” noi non potevamo avere nessun contatto diretto. Egli era veramente un orribile ceffo, non istruito ma astuto, piccolo di corporatura ma scattante come una faina, con un occhio completamente bianco e il naso rotto. Mi prese di mira per la mia iniziale goffagine e inesperienza, anche se penso che in verità mi odiasse perché vedeva in me, che ero cresciuto in una famiglia benestante, finché mio padre era in vita, solo un damerino, un essere inadatto per quell’ambiente di uomini duri e gretti. Non perdeva occasione per umiliarmi. Una delle cose che preferiva farmi fare era quella di pulire la pig-pen, una scialuppa usata dai marinai come latrina quando il tempo era cattivo. Un giorno, mentre ero sovracoperta, ebbi un piccolo incidente con un attrezzo che stavo usando per riparare un fascione di legno che si era sollevato, l’attrezzo mi sfuggì di mano e cadde in mare aperto. La sfortuna volle che il signor Pinkman fosse nei paraggi. In men che non si dica mi ritrovai con le sue mani sul collo e mi sentii sollevare da terra. Lui mi urlava le cose più ignominiose mentre il mio corpo non sapeva se seguire la testa, e probabilmente ritrovarsi in mare, oppure cercare di stare sulla nave ma perderla. Signor M., mi urlava, lei è un incapace e non merita di stare a bordo della St. Lawrence, né di nessun’altra nave, chiatta o tronco che riesca semplicemente a galleggiare. Io intanto mi sentivo soffocare e il mio viso era paonazzo, cercavo di scusarmi ma le parole facevano fatica ad uscire col collo stretto in quel modo. Finché, nel momento in cui stavo quasi per perdere i sensi, intervenne il signor Jackson. Era un uomo alto e robusto, dai radi capelli biondi e gli occhi cerulei. Se avevo imparato qualcosa sulla vita e il lavoro sulla nave lo dovevo a lui, che si era dimostrato sempre gentile. Insomma, il Signor Jackson spinse via da me il signor Pinkman che rotolando finì nella pig-pen. Molti marinai risero fino a quando però Il signor Pinkman uscì dalla scialuppa, pieno di disgustosa e ripugnante sporcizia. Vidi l’odio nei suoi occhi, anche se uno di questi era completamente bianco. Il Signor Pinkman non disse niente prima di andare sottocoperta. Naturalmente ringraziai il signor Jackson, che mi disse di stare più attento con gli attrezzi, ma soprattutto di guardarmi alle spalle da quel momento in poi, perché conosceva il signor PInkman da tanto tempo e sapeva che non si sarebbe fermato
Quella notte il signor Jackson era di guardia sul ponte di prua, io naturalmente sulla mia amaca non riuscivo a chiudere occhio per paura di una qualche vendetta notturna. Mi ricordo che il tempo sembrava non scorrere, le lancette si erano fermate, e nella mia testa ogni singolo rumore delle scricchiolanti assi di legno della St. Lawrence mi sembrava quello dei passi del signor Pinkman che veniva a tagliarmi la gola. La fantasia a volte ti fa tremare più della realtà.
Verso le cinque del mattino il marinaio Jenkins trovò il cadavere di Jackson sul ponte di prua. Non ero stato io ad essere attaccato, pensai, il signor Pinkman si era vendicato con Jackson per l’umiliazione subita. Il corpo era sdraiato supino, sulla testa una profonda ferita, accanto ad essa una pesante carrucola che sembrava essere caduta dall’albero di trinchetto. Sembrava una morte accidentale, ma sapevo che non lo era. Mentre il capitano Chab esaminava il cadavere insieme al medico di bordo e noi marinai eravamo intorno a loro, mi si affiancò il signor Pinkman, non avevo la forza di girarmi a guardarlo ma lo sentii dire ad alta voce: Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà.
Amen risposero i marinai, facendosi il segno della croce.”
Il signor M. era stanco, respirava affannosamente e il suo viso era pallido. Herman, gli dissi chiamandolo per nome come facevo quando ai tempi della Albany il nostro rapporto passava da gerarchico ad amicale, forse è meglio che ti fermi qui per oggi, il resto me lo racconterai la prossima volta. No, mi disse, di sicuro non ci sarà una prossima volta, Joseph. Così continuò il suo racconto:
“Il capitano Chab fece fare dal mastro d’ascia una bara per il povero Jackson e lo fece mettere in stiva, eravamo ormai a pochi giorni da Liverpool, città natale di Jackson, e voleva restituire il corpo ai parenti.
Ero molto triste per il signor Jackson, non meritava quella fine a causa mia. Arrivata la sera e finiti i miei compiti su in coperta mi decisi ad andare in stiva per dargli un ultimo saluto. Nella penombra la bara, fatta con semplici tavole di legno, sembrava più piccola di quanto fosse quell’uomo così imponente. M’inginocchiai a pregare vicino ad essa. Le lacrime mi solcavano il viso e in me maturava l’idea di denunciare il signor Pinkman al capitano. Ma con quali prove? Non ne avevo nessuna e un alterco non è un indizio bastevole, e anche se lo avessi denunciato sicuramente gli uomini più vicini a lui lo avrebbero protetto, chi per cameratismo, chi per paura. Ero così assorto nei miei pensieri che non lo sentii arrivare. Era stato nascosto nella stiva e adesso mi stava alle spalle tenendomi un coltello alla gola mentre con una mano mi teneva chiusa la bocca. Voi damerini siete così prevedibili, mi disse, ero certo che sarebbe venuto a piangere per quest’uomo che si è stupidamente immolato per lei. Continuò avvicinando la sua bocca al mio viso in modo che sentissi il suo alito disgustoso, la ucciderò e darò il suo corpo in pasto ai pesci e se il capitano chiederà dirò che lei probabilmente si è suicidato per amore in quanto lei e il signor Jacskon avevate rapporti contro natura, testimone io.
Era questa la fine che mi attendeva al mio primo imbarco? La morte e l’ignominia? Il suo coltello mi premeva sulla gola e l’unica cosa che vedevo era una bara, presagio infausto, avevo solo il tempo per raccomandare la mia anima a Dio prima di lasciare questo mondo attraverso le profondità marine quando, dagli ultimi recessi dell’ade, come un vento che passa fra le vele, udimmo il suono di un respiro, lento, grave e profondo, proveniete dalla bara. Mi si gelò il sangue e di certo lo stesso avvenne anche per il signor Pinkman in quanto mollò la presa, Non può essere, diceva, non può essere! Un altro respiro si sollevò dall’oltretomba. Allora lo dovrò uccidere ancora! ma prima dovrò finire con te! Mi si riavventò addosso quando la porta della stiva si aprì, erano il capitano Chab e il secondo che a pistole levate gl’intimarono di fermarsi. Avevano avuto sospetti su di lui e non vedendomi più sul ponte avevano temuto il peggio e iniziato le ricerche. Erano giunti appena in tempo.
Chiesi che venisse aperta la bara poiché avevo sentito i respiri, ma aprendola trovammo il Signor Jackson così come l’avevamo lasciato, le mani giunte al petto, gli occhi chiusi e un’espressione di serena felicità.”
Quando quella sera lasciai casa del Capitano M. il buio era ormai calato, mi voltai a guardarlo da fuori casa un’ultima volta attraverso la finestra del soggiorno, si era appena addormentato sulla poltrona. La nera vecchina aveva finito la sua tela bianca.
Fragmina verborum titivillus colligit horum
Quibus die mille vicibus se sarcinat ille.
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