"Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto." (Italo Calvino)
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[#2] E se... (racconti)
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ARGOMENTO: [#2] E se... (racconti)

[#2] E se... (racconti) 01/04/2016 09:41 #17521

Su Universi non si perde tempo!
Scaduto il termine per proporre i propri racconti alla prima tornata, si procede immediatamente col secondo turno: E se...

In cosa concerte? In pratica il racconto dovrà basarsi su un fatto storico noto ma non obbligatoriamente di estrema rilevanza storica. L’autore dovrà modificare tale evento a piacimento (esempio: E se i nazisti avessero vinto la seconda guerra mondiale).

Edit: Come stabilito nella discussione generale, proviamo a togliere i microtemi per la seconda tornata di Alternativa Universi. Dopo di che si prenderà una decisione definitiva a riguardo.

C'è tempo fino al 31 Maggio compreso per postare il proprio racconto in gara.

Ricordatevi che:
- Il numero di battute consentito per questa tornata è 12.000 (spazi compresi, titolo escluso); potete controllare il numero esatto di battute dei vostri racconti su questo sito gratuito: CONTA BATTUTE
- I racconti devono avere un proprio titolo e devono essere postati in forma anonima, effettuando il login con nome utente Titivillus e password universi.
- A fine racconto, rigorosamente all'interno di uno spoiler, l'autore dovrà indicare l'evento storico che ha modificato per comporre il racconto.
- Qui potete trovare il regolamento completo: REGOLAMENTO

RACCONTI IN GARA
- (A+A-)= A(n) (4771 battute)
- Riflessi (7414)
- La macchina di Lanza (6126)
- Buon anno nuovo (11839)
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Ultima modifica: 01/06/2016 09:11 Da Lesaz.
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Re: [#2] E se... (racconti) 12/05/2016 22:33 #17665

(A+A-)=A(n)

Quella mattina si risvegliò con un po' di mal di testa. Troppa bisboccia la sera prima. Si era trattata però di un'occasione talmente importante ed unica che non poteva lasciarsela perdere. Incontrare i simili saggi era sempre fonte di grandissima ispirazione.
Si stropicciò un po' il ciuffo di capelli neri che ricadeva sopra la fronte, si rigirò di lato poi decise che era giunta l'ora.
Scoperchiò le coperte del letto e scese, nudo, com'era solito fare.
Stiracchiò le braccia, passò attraverso alcune stanze, espletò i bisogni di prima necessità fino ad accorgersi che qualcosa di strano stava succedendo.
Quel mal di testa non era solo la classica stanchezza dopo una serata divertente e faticosa.
Sentiva un fastidio al suo interno. Come se qualcosa lo tappasse e lo trattenesse.
Coricò il capo leggermente all'indietro e provò ad osservarsi meglio.
C'era effettivamente qualcosa di strano.
Del fluido tra il verde ed il giallastro s'era insinuato e pareva ostruire i normali canali.
Provò a ripulirsi ottenendo un discreto successo ma lo stesso continuava a ripresentarsi, sempre più denso come se non volesse finire mai.
Non appena ebbe una leggera tregua decise di dedicarsi a quello che era il suo progetto principale.
Entrò nella stanza prestabilita. Era la stanza dei progetti anche se, fino a quel momento, nulla ne era uscito fuori. Ogni idea s'era rivelata inadeguata, ogni creazione era risultata fin troppo fragile. E quella stanza continuava ad essere un semplice regno del buio. Fine a se stesso e senza scopo.
In preda allo sconforto ed al liquido viscido che continuava ad attanagliarlo, l'abbandonò nuovamente nel tentativo di ripulirsi di nuovo.
Ottenne di nuovo una leggera tregua.
Pensò per un attimo di ritornare al progetto ma poi, ancora un po' fiacco, preferì rimettersi a letto.
Sembrava la scelta più logica. Meglio far passare del tempo e rimettersi in sesto per riprovare, di nuovo, a portare avanti la propria mansione e trasformare la stanza in un qualcosa diverso dal nulla.
Anche nel letto però la tregua pareva non arrivare. Quel liquido sembrava impazzito. Ora non solo ostruiva i canali ma faceva di tutto per guadagnare terreno fino a tentare di colare all'esterno.
Alla fine dovette rialzarsi, ripulirsi di nuovo e stavolta non solo all'interno.
Prima di ripulirsi la parte esterna fece un tentativo.
Prelevò una goccia e decise di analizzarla meglio.
Forse per eliminare questo difetto bisognava iniziare come gli avevano insegnato fino a quel momento: analizzare il problema, capire come risolverlo ed alla fine costruire delle soluzioni efficaci.
Lo studio del fluido si rivelò molto più interessante del previsto.
Ebbe ben chiaro sin da subito il problema. Niente di strano, sia chiaro. Quello che aveva analizzato era quasi un classico caso da studio da principiante. Eppure era necessario prestare comunque attenzione in casi come questi.
Un passo sbagliato, nel luogo sbagliato, poteva scatenare un imprevedibile serie di eventi a catena dalle conseguenze incalcolabili.
S'avvio nella stanza e cominciò a lavorare sulla prima idea. Non fece in tempo a mettere insieme tre elementi che subito s'accorse che la cosa, così, non poteva funzionare. Non a caso si dissolse poiché incompatibile.
Ribaltò il problema e decise di fare le cose al contrario. Ma non cambiò il risultato. Ennesimo nulla di fatto.
Rianalizzò meglio il campione di liquido e s'accorse dell'errore clamoroso che stava commettendo. Quello sulla parte esterna era un fluido composto di tipo A+, piuttosto basico, incapace di progettare con lungimiranza un avvenimento. Si limitava a conquistare, inglobare e consumare.
Aveva bisogno d'una dose massiccia di abnegazione codificata con il simbolo A-. Solo così si sarebbe autodistrutto liberando se stesso da quella che stava diventando una debilitante oppressione.
La formula cominciò a funzionare ma l'imponderabile accadde proprio in quel frangente e proprio in quella stanza così speciale.
Preso dalla creazione della soluzione si dimenticò di pulirsi di nuovo dal fluido che lentamente aveva ripreso a fuoriuscire all'esterno.
Ignaro di quanto stesse per accadere, esplose un canale ormai totalmente otturato che sparpagliò per tutta la stanza entrambi i fluidi sia di tipo A+, sia qualche goccia di tipo A- appena elaborata per contrastare quel liquido.
Quella che doveva essere una combinazione bilanciata d'elementi s'era trasformata in un qualcosa di non più calcolabile.
Abbandonò immediatamente la stanza del progetto cercando di serrarla e corse a chiedere aiuto ai simili più saggi.
L'indomani una serie non meglio definita di studiosi si incontrò per la prima conferenza sul caso con lo scopo di tentare di prevenirne e correggerne il divenire: aveva appena avuto avvio la conferenza denominata:
:pinch: Attenzione: Spoiler!
Fragmina verborum titivillus colligit horum
Quibus die mille vicibus se sarcinat ille.
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Re: [#2] E se... (racconti) 21/05/2016 14:22 #17670

Riflessi

Christine entrò nell'appartamento. Lasciando lo zaino a terra vicino l'ingresso, continuò a parlare ininterrottamente e a camminare veloce. George la seguì ascoltandola, senza pronunciare una sillaba. Dalle vetrate filtravano raggi di sole caldi, illuminando l'ambiente interno, ma schermando e impedendo il godimento della vista esterna. L'uomo richiuse la porta dietro di sé e si osservò intorno, non vedendo più la compagna. L'angolo cottura ad alta tecnologia e l'arredamento minimal in pelle bianca del soggiorno erano deserti, ma la voce di Christine giunse di nuovo, segno di aver già raggiunto la camera da letto adiacente. George non la seguì, ma si avvicinò alle finestre, cogliendo finalmente la vista di Central Park e lo skyline di New York. L'appartamento non grandissimo ma dotato di tutti i comfort e situato al cinquantunesimo piano di un grattacielo della grande mela, doveva valere più di quanto avrebbe potuto guadagnare onestamente in un'intera vita.
Christine tornò nella zona giorno ancora muovendo le labbra ed emettendo suoni non troppo gradevoli all'orecchio maschile.
“... e io che volevo scrivere di concerti, andare ai festival dove suonano i gruppi importanti, bere e divertirmi! E quelli del giornale? Ogni volta che si parla di cultura mi mandano a qualche inaugurazione d'arte moderna schifosa o a sentire una pallosissima convention su una delle tante stupide specie in via d'estinzione. Ma lo sai stavolta cosa ho dovuto sopportare? Il blateramento di un pomposo professorino che si crogiolava nel mostrarci la nuova ala del museo vicino il porto. E lui tutto fiero di perdere tempo in queste inutili cazzate! Guarda qui!”
George si voltò senza parlare e vide Christine trafficare con la videocamera per collegarla al televisore. Si era cambiata: un paio di jeans aderenti e la folta bionda chioma libera che ricadeva su una striminzita canottiera da cui si intravedevano i seni sodi.
L'uomo si avvicinò sedendosi sul divano di fianco alla sua donna. A vederli così sarebbero potuti sembrare la classica coppia da telefilm per teenagers. Lei straricca e bellissima, che lavora part-time in un settimanale grazie alla raccomandazione del padre noto avvocato della metropoli, loquace e stronza quanto basta. Lui un omone alto e muscoloso, riuscito ad andare all'università solo grazie a una borsa di studio vinta entrando a far parte della squadra di pallanuoto, taciturno e tenebroso, ma ammaliante. Le apparenze a volte ingannano e facilmente ci si meraviglierebbe nello scoprire la solidità della loro relazione, nata molti anni prima e fatta di reciproco completamento. Lo spicchio luminoso e la parte oscura della luna, che non possono esistere uno senza l'altro.
Sullo schermo comparve un individuo striminzito, basso e magrissimo, con camicia celeste senza maniche, un papillon a pois decisamente stonante e un paio di occhiali modello fondi di bottiglione.
“... e ora il clou del tour. Vi mostro la nuova ala contenente numerosi reperti archeologici, ma soprattutto il luogo in cui il pubblico potrà trovare tutte le più recenti e accurate conoscenze sul passato del...”
Christine interruppe il discorso con una risata. “Ma l'hai visto? E' assurdo un tipo così! Scommetto che da piccolo ne ha prese tante da tutti gli altri bambini! Gliele avrei date pure io!”
George emise per la prima volta dei suoni. “Guarda che gliele hai date. Non ti ricordi di lui? Veniva alle scuole elementari con noi e una volta lo accantonasti su un sedile del pulmino colpendolo con la stecca a mo' di spada. Gli rompesti anche gli occhiali. Però vedo che ne ha fatta di strada ugualmente! Ha la nostra età e già è uno dei responsabili del museo.”
Christine si girò verso il televisore incerta. Sapeva bene quel che aveva fatto in passato, ma le riuscì difficile credere di non averlo riconosciuto.
“Sono felice di farvi vedere in anteprima i resti fossili del primo uomo di Tatvan. Il nostro museo è riuscito a accaparrarsi questi preziosissimi reperti per i prossimi due anni...”
Christine guardò ancora lo schermo sbalordita, mentre il professore mostrava alcuni pezzi di un piccolo scheletro in una teca di vetro. George la prese e la trascinò verso di sé, voltandola e baciandola sulle labbra. Cominciò poi a spogliarla e a toccarla in punti di solito celati dai vestiti, facendola fremere di piacere.
“... vedete? Grazie a questi touch screens, il visitatore verrà guidato a una migliore comprensione di questa sottospecie dell'uomo moderno. Attenzione! Non specie autonoma arcaica, ma specie affine a noi. Infatti, grazie allo studio del DNA, è stato scoperto che vi fu ibridazione tra le popolazioni antiche, tanto che materiale genetico dell'uomo tatvaniano è rintracciabile anche nel nostro corredo, in una percentuale variabile tra l'uno e il quattro.”
Il video continuò ad avanzare, ma i due si persero gran parte delle forbite spiegazioni, concedendosi alla reciproca voglia del corpo dell'altro.
“... qui potete vedere l'ipotetico aspetto fisico ricostruito al computer. Un viso più schiacciato, un corpo meno robusto e un cervello di volume inferiore tra i principali tratti distintivi. Qui invece potete trovare dei reperti tatvaniani: punte di frecce, coltelli in selce, pitture rupestri ocra di scene di caccia, ma anche prime inumazioni, segno di un comportamento sociale articolato...”
George tenne ferma Christine con la forza, affondando potenti colpi di bacino. I gemiti della donna ormai superavano l'audio della registrazione.
“... scorrendo questo indicatore, potrete vedere l'espansione dell'uomo tatvaniano. Ci furono delle migrazioni dall'Africa circa 100.000 anni fa che li misero in contatto con gli uomini moderni europei. Potete notare la cittadina turca di Tatvan in questo punto, dove è stato ritrovato il fossile qui presente che ha dato il nome alla specie.”
Un urlo di piacere eruppe dalla bocca di Christine, quasi a riempire tutta la stanza. George ansimando e finendo il piacevole lavoro, si adagiò a fianco della compagna.
“... non si sa esattamente cosa abbia provocato l'estinzione dell'uomo di Tatvan. Probabilmente vari fattori si son sommati, come la minor adattabilità a un clima più freddo, il fisico più gracile, la minor intelligenza, il canale del parto più stretto e quindi difficile, una maturazione lenta. Le ultime ricerche spingono verso un'ulteriore possibilità. Migrando in Europa, l'uomo tatvaniano conobbe virus a lui sconosciuti, e questi potrebbero aver dato il colpo di grazia a una specie già in via di declino.”

Pochi minuti dopo, Christine si preparò una ciotola colma di gelato alla fragola con panna. Seduta sul divano, con un plaid sulle spalle, mangiò raggiante, mentre lo schermo ormai era un monotono grigio chiaro.
“Chissà quanto ce l'aveva lungo l'uomo di Tatvan!”, rise contenta della propria battuta.
George era nudo in piedi, di fronte le vetrate. Per uno strano gioco di riflessione, poteva vedere contemporaneamente l'esterno e se stesso.
“Scema!
Una volta piaceva anche a me la storia. Ma lo sai dove è stato ritrovato il primo fossile della nostra specie? Non troppo distante la fattoria dei miei nonni tedeschi, nella valle di Neander.”
George osservò il suo volto riflesso, le arcate sopraccigliari sporgenti, il mento sfuggente, gli occhi penetranti. Poi si girò e vide la faccia disinteressata di Christine intenta a ingurgitare l'ultimo cucchiaio, ma rimase comunque estasiato dalla sua presenza e sorrise.

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Re: [#2] E se... (racconti) 27/05/2016 20:55 #17671

La macchina di Lanza

Prologo

Nel 2007 Robert Lanza ha elaborato la teoria del biocentriscmo seconda la quale il tempo e lo spazio , e la nostra intera realtà, sono solo modelli accettati dalla nostra coscienza. Superare il limite fisico dello spazio e del tempo, liberando la coscienza dal suo involucro fisico, significa che la morte non esiste.
Accettare il biocentrismo significa considerare lo spazio ed il tempo come strumenti della nostra mente.

Capitolo 1 - La vita dopo la morte è inevitabile.

La grande gigante rossa brillava nello spazio, Alesteir entrò nella zona del guscio e si fermò a guardare gli atomi d’idrogeno bruciare. Allo stesso tempo vide il sole ancora giovane, quando a bruciare erano gli atomi del nucleo. Ne avrebbe voluto percepire il calore e si ritrovò nelle campagne di Cefalù, in una collina dalla quale poteva vedere il paese che si affacciava sul mare, con il grande duomo e le sue torri normanne, in una giornata senza nuvole, disteso su un telo, col petto nudo.
Uscito dalla gigante rossa vide la terra, uno sterile sasso martoriato dai detriti cadenti dall’anello di rocce formatosi quando Luna giunse al limite di Roche e si frantumò. La Luna piena vista dai Vulcani che circondano Città del Messico, la luna al tramonto fra le vette himalayane, un' eclissi lunare scorta fra i palazzi di Lisbona. Era in tutti questi posti, e in nessuno di essi.
Poteva rivivere tutti i suoi momenti da uomo, come, nella sua forma incorporea successiva alla morte, poteva superare i limiti dello spazio e del tempo, essere allo stesso istante qui e altrove, in tutti gli altrove, seguire un buco nero fino ad attraversarlo ed arrivare a un’altra dimensione, fermarsi al momento del big bang o andare oltre, prima che l’universo nascesse. L’infinito gli si era disvelato, ma cosa era l’eternità se non un stato di sonno profondo? L’eterno immutabile è privo di suono, di tatto, di forma, di gusto e di odorato. È senza principio e senza fine, trascende la causa prima di tutta l’evoluzione; colui che sa questo, sfugge alle divoranti strette della morte. Lo aveva letto nelle Upanisad, pensò che nessuno nella storia umana si era avvicinato alla realtà dell’infinito come i veda indiani. Ma nessuno aveva mai parlato dell’infinita noia e dell’infinita insoddisfazione. Cos’era lui adesso? il Veggente non veduto, l’Uditore non udito, il Pensatore non pensato, il Conoscitore sconosciuto.

Capitolo 2 - La macchina di Lanza

Il grande cilindro metallico seguiva l’orbita di Europa intorno a Giove. Col suo continuo roteare intorno al baricentro rifletteva a intermittenza la luce solare, la luce riflessa a intervalli regolari ricordò ad Alesteir l’escursione al faro di Finisterre, com’era lontano e presente quel momento, il vento freddo che arriva dall’Oceano Atlantico come un messaggio da un luogo inesplorato. Quel cilindro era il messaggero della rinascita, la nuova stella cometa.
Alesteir percorse il suo interno. Un mIliardo di corpi perfettamente conservati. Le ultime vestigia della razza umana.
Mentre vagava all’interno del cilindro Alesteir sentì un pensiero: dove siamo qui? era l’entità di nome LaVey che lo aveva seguito fino all’interno del cilindro. Alesteir non fu sorpreso dalla presenza di LaVey, non era strano che lo seguisse nei suoi viaggi multidimensionali.
Prima che il sole iniziasse il suo percorso - pensò Alesteir - da stella nana gialla a gigante rossa, l’umanità, alla quale forse non ti ricordi di essere appartenuto, si era posta il problema della propria sopravvivenza. Anche se erano stati individuati altri pianeti adatti alla vita dell’uomo all'interno della via lattea, rimaneva insormontabile il problema della distanza. Così prese corpo l’idea della macchina di Lanza, lo strumento che doveva liberare la coscienza, permettendo così l’ultima evoluzione, quella della liberazione dalla costrizione del corpo fisico.
In una terra prossima alla distruzione l’umanità andò incontro al suicidio convinta di trovare la liberazione nelle macchine di Lanza che invece di liberare la coscienza la bruciava. Diciassette miliardi di coscienze furono definitivamente escluse dall'eternità. La macchina di Lanza faceva l’esatto contrario del compito per il quale era stata costruita.
Interessante - pensò LaVey - e dunque questa è una macchina di Lanza?
No, - pensò Alesteir - le macchine di Lanza erano sulla Terra, gli uomini decisero di preservare alcuni corpi, così costruirono questo contenitore adatto allo scopo e lo lanciarono nello spazio per farlo sopravvivere alla trasformazione del sole. Forse ipotizzavano che le coscienze si sarebbero poi potute riunire ai corpi, e non volevano precludersi questa evenienza. Non sapevano di aver cancellato per sempre la propria immortalità.

Capitolo 3 - Non c'è nessuna legge oltre Fa ciò che vuoi.

LaVey comprese il motivo per il quale Alesteir si trovava in quel posto, lo aveva sempre considerato un romantico e in qualche modo un insoddisfatto, sia da mortale che da immortale. Voler rivivere i limiti e le sensazioni corporee, gli affanni, il dolore, le malattie, era un controsenso per un essere eterno.
Così - pensò Lavey - tu vuoi questi corpi.
Sì - pensò Alesteir - farò rivivere la razza umana, finalmente libera da ogni costrizione, li porterò in una nuova Terra e lì prospereranno seguendo l’unica legge: Fa ciò che vuoi.
Ma sono solo dei gusci - pensò Lavey - non avranno mai una coscienza.
Sarò io la loro coscienza - penso Alesteir - poi i loro figli avranno coscienza propria.
E tu sarai il loro Dio - pensò Lavey.
No, - pensò Alesteir - non avranno alcun Dio, solo amore, amore sotto la volontà.
Lavey si congedò da Alesteir, vedeva il suo progetto come un piccolo gioco, con il quale divertirsi per qualche istante. L’eternità riduceva tutto a qualcosa d’insignificante, un tutto che si ripeteva incessantemente in un gioco d’infaticabili specchi.
Anche se qualcosa si risvegliò in lui, un desiderio sopito. In fondo Alesteir gli aveva spiegato come distruggere una coscienza tramite la macchina di Lanza, magari lo avrebbe potuto eliminare recuperandone una dal passato...Che senso aveva essere eterni senza essere un Dio?

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Ultima modifica: 27/05/2016 20:55 Da Titivillus.
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Re: [#2] E se... (racconti) 31/05/2016 17:19 #17674

Buon anno nuovo

L'uomo alto imboccò il corridoio d'uscita dalla metropolitana, verso le scale che l'avrebbero riportato in superficie. Preferiva affrontare i gradini piuttosto che usufruire delle scale mobili. Del resto era in ottima forma, nonostante i quasi settantanni d'età, ancora segaligno e prestante come un quarantenne. Il gelo di gennaio lo investì già a metà scala, poiché l'aria ghiacciata si incanalava vorticosa nel tunnel scosceso. Una volta raggiunto il marciapiede, si diresse verso un immenso palazzo di vetro e acciaio, la sua meta. Sostò qualche istante prima di poter entrare, fasciato nel cappotto da cinquemila dollari: per accedere agli ascensori era necessario attraversare un metal detector una persona per volta, facendo sì che si formassero delle piccole code in ingresso. Quando fu il suo turno, gli agenti di vigilanza lo salutarono calorosamente e con rispetto. Da oltre venti anni lavorava in quel grattacielo, dove al cinquantaduesimo piano si trovava la sede della compagnia di servizi di sicurezza che possedeva e gestiva assieme al figlio minore Jakob. Raggiunse il primo dei tre ascensori che avrebbe dovuto prendere per salire fino all'ufficio, vi entrò e salutò l'inserviente che lo manovrava. Una volta raggiunta la capienza prevista, la cabina venne messa in moto, conducendo gli occupanti al lavoro.
Raggiunto il suo piano, si incamminò lungo un corridoio, al fondo del quale avrebbe trovato l'ufficio. Era già aperto nonostante fosse ancora presto poiché la sua efficientissima segretaria l'aveva preceduto. L'uomo entrò e poté ammirare una bella mora poco più che venticinquenne seduta dietro ad una scrivania bene ordinata ed organizzata.
“Buongiorno Mr. Kauffman”.
“Buongiorno a lei, Linda. Oggi Jakob non verrà in ufficio: Karen è ormai vicina al termine della gravidanza, e mio figlio ha preferito rimanere con lei, nel caso il bimbo dovesse arrivare anzitempo”.
La giovane segretaria sorrise, intenerita. Aveva ottimi rapporti con i datori di lavoro, autentica collaboratrice e non semplice centralinista o passacarte. Gestiva le agende dei due titolari e da qualche tempo riceveva lei stessa alcuni dei clienti meno importanti. Era la più giovane dei sette dipendenti dell'ufficio, sia d'età che per tempo lavorativo trascorso in agenzia, eppure stava diventando sempre più importante per la Kauffman Security & Son.
“Bene, sono contenta! Sono certa che andrà tutto bene, del resto sua nuora è una donna in perfetta salute e ha avuto una splendida gravidanza. Oggi Jakob non aveva appuntamenti importanti, nulla che non possa sbrigare io stessa. Direttore, vuole che le prepari il suo tè? Stamattina è davvero gelida: gennaio è arrivato, spietato più che mai”.
“La ringrazio, Linda. La prego di portarmelo direttamente nel mio ufficio personale. Voglio sbrigare subito la corrispondenza elettronica. E' sempre dura dopo qualche giorno di vacanza. Le mail tendono ad accumularsi a dismisura”.
La ragazza sorrise annuendo e si mise subito in movimento, mentre Adam Kauffman si dirigeva verso la sua stanza, nella quale troneggiava una splendida scrivania in mogano massiccio, uno dei pochi mobili che la sua famiglia era riuscita a portare con se, fuggendo dalla Germania nazista. L'ufficio era spazioso e bene illuminato, arredato con gusto. Le poltrone per gli ospiti in cuoio pregiato erano due gioielli, così come le splendide foto alle pareti, tutte riproduzioni autentiche di alcuni fra i migliori fotografi in circolazione, rigorosamente in bianco e nero. Kauffman era benestante già di famiglia, ma grazie all'attività professionale aveva guadagnato moltissimo denaro. La sicurezza rendeva parecchio negli Stati Uniti, ancora di più in quella seconda decade del ventunesimo secolo.
Mentre aspettava che il computer si accendesse, Adam guardò il calendario da tavolo, leggendovi “Lunedì 4 gennaio”. All'improvviso la sua mente divagò, come spesso gli capitava da qualche anno a quella parte. Ricordò un altro 4 gennaio, ormai più di trenta anni prima, quando era ancora un consulente della CIA, prima di lasciare l'impiego governativo e fondare la sua agenzia privata. L'allora direttore Casey gli aveva chiesto di valutare alcuni combattenti, per comprendere se fosse il caso che gli americani sovvenzionassero la loro guerriglia in chiave antisovietica. In quel momento Adam non ricordava come si chiamassero quegli uomini e per un lungo istante non seppe neppure quali fossero le loro nazionalità o origini. Gli parve di rivedere un volto sormontato da un turbante sporco di sudore e di sabbia, come se si trovasse nuovamente di fronte all'individuo che lo portava. Apparentemente si trattava di una persona calma, quasi serafica, dotata di un temperamento riflessivo, se non addirittura pacifico. Eppure Adam ricordava gli occhi del combattente, occhi sprofondati in una dolcezza malata, forse folle, certamente alterata. Come era arrivata, la visione scomparve all'improvviso, lasciandolo boccheggiante e stupefatto.
Ormai gli capitava spesso che il suo cervello ricordasse volti senza nome, provenienti da chissà quale recesso della sua memoria. Nella sua vita Adam aveva avuto a che fare con migliaia di persone, ed era normale che non ne ricordasse tutti i nomi, anche se la cosa stava cominciando a spaventarlo. Poteva trattarsi delle prime avvisaglie di una qualche malattia degenerativa? Cominciava ad essere vecchio per lavorare e sebbene godesse di ottima salute non sarebbe vissuto in eterno. Jakob era ormai pronto per gestire l'agenzia e non era più il giovane scanzonato di un tempo. Il matrimonio gli aveva fatto bene, così come il fatto di stare per diventare padre.
Linda gli portò il tè e dopo averla ringraziata, Adam si mise al lavoro, prima però scaldandosi le dita ancora infreddolite con la tazza rovente. Non beveva più caffè, su consiglio del suo medico di famiglia, il dottor Stein.
“Il tuo cuore funziona ancora bene caro Kauffman, ma è meglio non giocare con il fuoco. In quegli oscuri palazzi governativi avrai bevuto anche troppo caffè. Adesso è giunta l'ora di prendere abitudini più morigerate”.
Adam sorrise e il pensare al vecchio e caro amico fece sì che la sua mente scacciasse l'immagine di poco prima, quel volto che gli era balenato forte e chiaro davanti agli occhi. Per un'ora intera sbrigò le mail, quelle maggiormente importanti o pressanti. Poi si concesse qualche minuto di pausa e si staccò dalla tastiera, appoggiandosi allo schienale della sua comoda poltrona ergonomica. Gli occhi intercettarono di nuovo il calendario e nuovamente la scritta “Lunedì 4 gennaio” balzò alla sua attenzione.
Una nuova pioggia di ricordi invase la sua mente: non più soltanto quel volto isolato, bensì una situazione specifica. Rivisse distintamente un lungo incontro avvenuto in una sala da gioco, avvertendo ancora l'afrore acre del fumo d'oppio, come se vi fosse immerso proprio in quel momento. Adam si rivide vestito in abiti locali, mentre incontrava l'uomo che aveva ricordato precedentemente, quello dallo sguardo difficile da catalogare. Sorrise, pensando a come quell'integralista religioso non si fosse mai accorto della sua origine ebraica. Ovviamente gli si era presentato sotto false generalità e il suo aspetto ordinario non aveva svelato la sua ascendenza, ma trovava la cosa ancora divertente, se non addirittura appagante.
Udì perfino la voce del guerrigliero: come allora, così anche oggi rimase stupito da quanto l'uomo parlasse bene la sua lingua, un inglese velato solo da un sottile accento esotico.
“Purtroppo anche voi americani state perdendo il vostro dio, perfino quello sbagliato e facile del cristianesimo. Allah è grande, Allah vi perdonerà, ma solo se comincerete ad adorarlo come prescrive il Corano. Eppure, nonostante tutto, siete meglio dei russi”.
Era stato quello il momento in cui Adam aveva deciso di sconsigliare tassativamente il direttore Casey di finanziare quel guerrigliero. Quel “nonostante tutto” lo aveva messo sull'avviso, lo aveva spaventato. Quell'uomo apparentemente dolce, così convincente e per certi versi ammaliante, non doveva ricevere l'aiuto di una grande nazione come gli Stati Uniti. Sarebbe stato peggio che mettersi una serpe in seno.
“Ne è sicuro, Kauffman? Quell'uomo guida un'autentica armata, e dal punto di vista strategico sarebbe fondamentale per il proseguo della guerra fredda contro l'URRS. E' anche un abile organizzatore, e comincia ad essere seguito e amato da molti arabi. Forse è eccessivamente violento, ma potrebbe rivelarsi un agente determinante sullo scacchiere mediorientale”.
“Direttore, me ne rendo perfettamente conto. E non la sto sconsigliando per ragioni etiche, anche se non le nascondo che quell'uomo mi ripugna, pur essendo innegabilmente carismatico e per certi versi affascinante. Io sono certo che un giorno sarà un pericolo per i nostri alleati, se non addirittura per la nostra sicurezza nazionale. In quel futuro potremmo avere sulla coscienza qualcosa di ben peggiore che una semplice guerra in un paese della periferia del modo, per quanto strategico”.
Alla fine Casey aveva ceduto, nonostante le pressioni dell'amministrazione e aveva accettato di seguire la linea di Kauffman, anche se a malincuore.
Le immagini scomparvero nuovamente e Adam passò una mano sugli occhi, preoccupato. Si alzò in piedi di scatto e andò verso la vetrata che rendeva così luminoso il suo ufficio. Guardò fuori, attraverso i vetri antiriflesso e subito poté rimirare l'enorme grattacielo gemello rispetto a quello dove lui si trovava. Un grande striscione sormontava il palazzo:
“Have a nice 2016, from the World Trade Center!”
Avere la sede nelle Torri Gemelle costava moltissimo, ma Adam non si era mai pentito di aver preso quella decisione: i dollari investiti gli erano tornati, moltiplicati, perché in quei due palazzi vi erano le sedi di rappresentanza di tutti quelli che contavano, in America e nel mondo. E ora la Kauffman Security aveva solo clienti importanti.
“Osama Bin Laden!”
Il nome che stava cercando finalmente esplose in lui, come un lampo. Ricordò persino di essersi imbattuto in una informativa di qualche anno dopo rispetto al loro incontro, nella quale aveva letto di come il guerrigliero fosse morto, dopo essere rimasto asserragliato a lungo assieme ai suoi Taliban in una fortezza al confine tra Afghanistan e Pakistan. A forzare l'assedio erano stati i russi, e la CIA non era intervenuta, seguendo ancora le sue indicazioni. I congiunti dello sceicco morto si erano lamentati con l'ambasciatore americano in Arabia Saudita, ma alla fine non avevano intrapreso azioni ufficiali poiché Bin Laden era un parente scomodo soprattutto per la famiglia reale, impegnata nel commercio petrolifero con l'Occidente. Adam provò comunque un senso di vergogna e di tristezza, quello che avvertiva quando si rendeva conto di avere determinato la vita o la morte di un soggetto, a causa di uno dei suoi report.
Lo smart-phone produsse il cicaleccio che indicava la ricezione di un messaggio di whatsapp. Kauffman si affrettò a vedere di che cosa si trattasse.
“Ciao Pa'. Karen ha rotto le acque circa due ore fa e adesso siamo in clinica. E' in travaglio e mi hanno detto che sta andando tutto bene. Ho già avvertito io la mamma e i suoi genitori. Non so quanto ci vorrà, ma appena nasce ti mando un messaggio, così potete venire qua a conoscere Isaac”.
Adam non pensò più alla morte, alle brutture del mondo, alla doppia morale. Si rivolse alla vita, provando solo calore e gioia. Stava per diventare nonno per la terza volta, poiché la figlia maggiore Sarah aveva già avuto due bambine. Amava moltissimo le sue nipotine, eppure aveva desiderato fin da subito che Jakob avesse un figlio maschio. Batté le mani allegramente e si diresse verso la porta per avvertire Linda che da lì a poco si sarebbe assentato. Adam non vedeva l'ora di conoscere quella nuova, piccola vita.

:pinch: Attenzione: Spoiler!
Fragmina verborum titivillus colligit horum
Quibus die mille vicibus se sarcinat ille.
Ultima modifica: 31/05/2016 17:27 Da Titivillus.
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