U5-07: Domani

Creato Giovedì, 25 Settembre 2014 21:55
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Domani è un giorno come un altro di Asintoto

"Domani è un giorno come un altro".
Mi ero chiesto se anche quel giorno avrei sentito quella frase, come ogni giorno. Mi ero chiesto se anche questo domani fosse un giorno come un altro. A quanto pareva, sì.
"Domani è un giorno come un altro".
La particolarità di questo domani è che sarebbe stato l'ultimo. Dopo lunghi mesi in quella cella, mesi in cui aveva ripetuto senza sosta questo mantra, la sentenza era arrivata e con lei la condanna a morte. Ciononostante, a quanto pareva, per il Vecchio domani sarebbe stato un giorno come un altro.
Lo chiamavamo il Vecchio nonostante avesse meno di cinquant'anni. Di lui sapevamo quello che c'era scritto nel suo fascicolo, ovvero ben poco: genitori russi, il nome e la ragione per cui era lì. Era pazzo, ma a quanto pare non abbastanza per salvarsi dalla pena capitale.
"Domani è un giorno come un altro".


Mi avvicinai alla cella. Era come sempre seduto nell'angolo più lontano dalla porta, le spalle curvate in avanti a cingere le ginocchia.
"Senti una cosa, Vecchio. Come fai a dire che domani è un giorno come un altro?"
Alzò la testa di scatto, rimanendo in silenzio. Poi corse vicino al cancello, si mise a sedere e mi fece cenno di imitarlo.
"Domani... Domani è un giorno come un altro!".
Ricordo che in quel periodo mi divertivo a iniziare discussioni strampalate con le persone che si trovavano lì in giro, specie con i matti. Perchè una cosa di cui si può essere certi è che a discutere con un matto non ci si annoia; così tirai fuori un argomento adatto a fare da esca.
"Senti, l'altro giorno stavo pensando una cosa" iniziai. "A volte ho la sensazione che tutto ciò che mi circonda sia solo frutto della mia mente... Che io sia l'unico che realmente esiste, e che tutto il resto esista solo come mia immaginazione. Capisci cosa intendo?"
"Sei al livello uno, bravo!" Rimasi incuriosito: avevo toccato un tema che lo interessava. Il suo viso era aperto nel sorriso sprezzante di chi si trovi all’improvviso e finalmente in una discussione che lo vede esperto.
"Cosa vuol dire livello uno?"
"Livello zero: mi bevo tutto quello che mi sta attorno come realtà". Si fermò, annuendo con forza; i suoi occhi scavati luccicavano nell'ammirarmi, per capire quanto la sua spiegazione mi avesse convinto. Ne rimasi un po' deluso.
"Tutto qui? Non esiste un livello due?"
"Oh, sì sì, esiste!" Fissò ancora i suoi occhietti su di me, per godere della mia curiosità. Ci volle un bel po' per convincerlo ad andare oltre.

"Una volta ho fatto un sogno. Ero su un treno con tanti amici. Stavamo parlando. A un certo punto abbiamo parlato di quel posto, del posto dove ci trovavamo." Pausa: una mosca lo aveva distratto. "Io ero su un treno, lui su una nave, lui sul suo letto, lui sopra un albero. E ognuno cercava di mostrare agli altri i suoni e i rumori che lo provavano. Alla fine abbiamo capito: avevamo tutti ragione". Aveva fatto un discorso piuttosto lungo per i suoi standard, ma non capivo dove andasse a parare. I suoi occhi gialli, solitamente sfuggenti e spenti, si fissavano su di me con una frequenza maggiore del solito.
"Se tu sei in una stanza con una persona, e lei dice che c'è una tigre proprio davanti a voi ma tu non la vedi, cosa rispondi?"
"Beh, le dirò che non c'è nessuna tigre e che mi sta prendendo in giro o che è pazza".
"Pazza! Attento a usare parole che non conosci" mi fece lui ammiccando. "Ma tu vuoi bene a questa persona, e leggi nei suoi occhi il terrore. Ora?"
"Cercherò di tranquillizzarla e di spiegarle che non c'è nessuna tigre".
"E lei cercherà di farti capire che c'è la tigre e di mostrartela. Vuoi sapere perchè nessuno dei due cede?" Tacque, come per fare crescere la suspence. "Perchè entrambi avete ragione. Come io e i miei amici".
"Ma scusami, come possono essere vere due cose opposte? O la tigre c'è o non c'è!"
"Hai studiato troppa matematica! Nel caso mio e dei miei amici la cosa importante non era dove eravamo, ma era che fossimo insieme. Nel caso della tigre la cosa importante non era se ci fosse o no, ma che l'altro la vedesse”. Pausa. “E la risposta giusta era <Non vedo la tigre qui, ma posso vederla riflessa nei tuoi occhi, nella tua paura!>". Altra pausa. "Dare del pazzo a qualcuno, sostenere che ciò che sai tu è giusto e ciò che vede lui sbagliato può portarti alla gran brutta consapevolezza..." Si interruppe e mi si fece vicino, sussurrandomi ora all'orecchio "... che quello pazzo sei in realtà tu!"
Sarà stato il fatto che quel posto era buio, sarà il fatto che dalle celle venivano rumori sinistri e persino l'aria aveva una consistenza strana nei polmoni, o non so che altro; so solo che mi alzai in piedi e iniziai ad andarmene affettando la più totale indifferenza, ma allungando il passo un po' alla volta e mettendomi poi proprio a correre, con la sensazione di essere inseguito dalle parole di quel folle.

Quella notte fu la peggiore della mia vita. E non penso nemmeno ci fosse una ragione particolare per la quale un dialogo tanto strampalato mi avesse colpito in quel modo. In qualche modo ad urtarmi era stato il fatto che era stato un dialogo. Non uno sproloquio, non un suo discorso senza capo né coda; e per poter dialogare con una persona è necessaria una certa vicinanza tra le menti. Quel pazzo si era complimentato per una mia riflessione e l'aveva approfondita. Man mano che parlavamo avevo fatto sempre meno caso ai suoi tic, alla sua incapacità di rimanere focalizzato su qualcosa, ai suoi periodi sconnessi. Erano diventati meno importanti.
Mi alzai più volte, per andare a prendermi un bicchier d'acqua o per andare in bagno. Il buio faceva più paura del solito, a farci caso; sobbalzai per due indumenti che stesi ad asciugare appesi a un rubinetto sembravano una bambina, e poi per la sedia a cui avevo appoggiato il cappotto. Realizzai come avessi la tendenza a verificare troppe volte se il gas era spento, la porta chiusa. Realizzai anche come avessi la tendenza a parlare tra me e me a mezza voce, come mi chiedessi consigli per darmi suggerimenti. Presi coscienza di come non ci fosse una sola persona al mondo che conoscessi, men che meno me stesso. E alla fine, all'improvviso, in un istante poderoso e brutale, venni schiacciato dall'infinita complessità della vita, dalle sue leggi scritte e implicite, le ragnatele di conoscenze e di affetti. Mi osservai, come in terza persona. Vidi quanto avessi fatto un lavoro incredibile fino a quel momento nel districarmi tra quella inimmaginabile mole di problemi. Realizzai che la mia vita, che avevo appena finito di smontare pezzo per pezzo nell’inconscio tentativo di analizzarla, era troppo articolata per poterla rimontare.
Il giorno dopo l'esecuzione era fissata alle dieci di mattina. Avevo deciso di non andarci, di non vedere più quell'individuo, ma c'era qualcosa che dovevo sapere. Alle nove e mezza ero davanti alla sua cella. Lui aveva gli occhi persi nel vuoto.
"Ehi... EHI! Vieni qui!"
Si riscosse e mi si avvicinò.
"Dimmi un po', pazzo. Cosa c'è dopo il livello due?"
Lui mi guardò con ammirazione, come sorpreso da me.
"Oh, c'è il livello tre!". Anche qui dovetti insistere non poco per farlo parlare, e la sua riposta fu anche meno chiara di prima. "Il livello tre è quello dove vita e morte si mischiano, la loro distinzione è superflua. È una cosa che la gente chiama pazzia, credo. In pratica… In pratica succede qualcosa per cui realizzi come l'unica cosa importante è il preciso momento in cui stai vivendo, senza che ciò che viene prima o dopo abbia senso." La sua voce era contratta e grave, mentre per spiegarsi meglio gesticolava convulsamente, in un modo che aveva del grottesco. "Impari a vivere solo nell'esatto istante in cui ti trovi; il tuo cervello saetta a destra e a sinistra" e mimò il cervello che saettava. "Così non stai mai mangiando, ma vivi separatamente ogni istante del tragitto dal piatto alla bocca. Non dormi mai né sei mai sveglio, tranne nell'istante in cui ti poni la domanda e ti dai una risposta per quell'istante. Ti capita di morire e di vivere più volte, fino al punto in cui non senti più l'esigenza di chiederti se sei vivo o morto, fino al punto in cui vita e morte sono solo due nomi diversi per due cose uguali". Fece una pausa; poi aggiunse più piano, come se stesse parlando con sé stesso: "È per questo che do-" "Domani è un giorno come un altro". L'avevo interrotto. Fissò gli occhi su di me, fu come se ci guardassimo per la prima volta. E dai suoi occhi era sparita ogni traccia della follia, ora mi guardava compiaciuto di sé -o forse di me.