"Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto." (Italo Calvino)

U6-03: La casa sulla collina

Il diario di Wong Fei Hung


La saletta puzzava di fumo e di chiuso. Il caos cittadino si andava calmando, clacson e smog lasciavano la presa sulle strade londinesi.
-Cos’abbiamo oggi, Carl?- chiese l’avvenente bionda, sdraiata sul divano a sorseggiare un Martini.
-Le solite cose…spettri nei cimiteri, riti satanici, manicomi infestati…hai da accendere?- rispose l’uomo sui cinquanta, camicia aperta e barba incolta.
Lei lo guardò di sottecchi, con quei due diamanti verdi ornati da ciglia lunghe e ammiccanti.
-Non stavi smettendo? Cristo santo, sarai al secondo pacchetto…- gli disse.
-Dai Beth, parliamo di cose serie. Che cazzo ci inventiamo stavolta? L’ultima puntata è stata uno schifo…-
-Prima di tutto, non essere volgare. Ricordati che stai parlando con una signora, e che cazzo!- rispose lei, strappando un sorriso al collega.
Posò il drink sul tavolino coperto di lettere, fotocopie, buste, tutto quello che arrivava in redazione ogni giorno.
-A parte che sei signorina, cosa che nessuno riesce a spiegarsi. E poi vieni da New York, vuoi fare lezione di buone maniere a un inglese?- scherzò Carl, visibilmente stanco.
Mentre lei sfogliava le carte, lui la guardò con intensità, forse anche con desiderio, nonostante i vent’anni di differenza. Era una bellezza fuori dal comune. Il fisico da eterna adolescente era spesso nascosto da quegli ampi maglioni che adorava indossare, ma Carl conosceva bene quelle forme: era il terzo anno da conduttrice per lei.


-Non lo so, forse hai ragione tu…la gente si è fatta prendere la mano, per ogni stronzata mandano mail, chiamano in ufficio, è quasi impossibile filtrare tutto…- disse lei.
-Sua signoria si è data per vinta?-
-Smettila di fare lo stronzo. Cos’è quella grossa busta verde?- rispose stizzita, indicando un involucro a un angolo del tavolo.
-Un diario, l’ha mandato un anonimo dicendo di leggerlo con cautela...Ci guardiamo insieme davanti a una pinta di bionda?-
-Me lo porto a casa. Niente birra, vecchio volpone, sono cotta e ho bisogno di un bagno bollente. A domani- rispose Beth, già in piedi.
L’uomo non fece in tempo ad alzarsi che lei era già verso la porta, non prima di avergli baciato la guancia barbuta. Carl si godette quella sensazione, assaporando il profumo di donna e l’ultima boccata di sigaretta.


Il telefono squillò nella notte, svegliandolo d’improvviso. “Fanculo a me che non l’ho spento” pensò, “e fanculo a te che mi rompi le palle. Puoi aspettare domani”.
Lasciò che la stanza spoglia disperdesse l’irritante suono. La luce del display si era appena spenta, che di nuovo il silenzio fu rotto dall’insistente chiamata.
Carl afferrò a occhi chiusi lo smartphone, e rispose incazzato nero.
-Che c’è?-
La voce eccitata di Beth si insinuò nel suo cervello, calmandolo all’istante.
-L’ho trovato Carl, è in quel vecchio diario. Abbiamo il materiale per girare! Prepara tutto, domani si parte-
-Sei impazzita? Cosa hai trovato, chi, perché?-
-Non mi hai chiesto dove, vecchio volpone…si va in Scozia. Domani ti spiego, sogni d’oro-
Aveva già riattaccato. Carl guardò il telefono intontito, sorrise.
“Fanculo anche a te, Beth”.


Il paesaggio scorreva veloce dai larghi vetri del camper, sui fianchi campeggiava la scritta “Cacciatori di misteri”. Si erano lasciati alle spalle il grigiore cittadino. Da un paio d’ore, alle industrie e alle file di case si erano sostituiti campi agricoli e ridenti colline.
-Cos’è sta storia del fantasma?- chiese Carl.
Da quando erano partiti, Beth sembrava un’altra. Era come stregata dalle pagine ingiallite di quel manoscritto.
-Da quel che leggo, Beth, questo tizio…-
-Logan, si chiamava Logan!- interloquì lei, nervosa.
-Sì sì, questo Logan…pare un matto che ha messo per iscritto le sue visioni, strafatto di coca. Non molto originale-
La donna reagì come se avesse appena ricevuto un violento schiaffo.
-Non è originale? Ma hai notato la sofferenza che traspare dalle sue parole? No, non può essere uno scherzo! Ho fatto delle verifiche, esiste davvero una famiglia Wallace in quella zona…-
-Beth, datti una calmata. Capisco l’entusiasmo, ma bisogna andarci piano. Se è una storia così triste e così vera, perché l’hanno mandato proprio a noi e non, che ne so…a un qualche editore? O alla polizia magari-
-Perché chi ce l’ha mandato vuole che si sappia cosa è successo in quella casa! Che sia documentato. Senti cosa scrive qui, a pagina diciotto:

Ormai ne sono sicuro, c’è una presenza in questa casa. Ieri notte ho sentito dei rumori, credevo fosse il vento tra gli alberi, la solita notte lugubre di queste lande abbandonate.
Ma girando per casa, sono giunto al terzo piano, sotto la botola della mansarda, quel sottotetto chiuso a chiave da anni. Avvicinatomi alle travi di legno ho capito che non era il fischio del vento a disturbare il mio riposo, erano lamenti…strazianti lamenti di una qualche anima dannata…c’è uno spettro lì da qualche parte, l’anima di Lea che urla il suo dolore, inascoltata…

-Chi cavolo è Lea?- la interruppe Carl.
-La cugina di Logan, scomparsa poco tempo prima. Da qui inizia il suo calvario, un periodo di insonnia e visioni che lo portò al suicidio. Quello di Lea fu solo uno dei casi di giovani donne scomparse…-
-Hai preso troppo a cuore questa faccenda-
-No Carl, tu non capisci! Più avanti Logan parla di riti druidici, che sarebbero ancora praticati in certe zone del paese, riti importati dall’Irlanda. Per iniziare gli adepti servono giovani donne da sacrificare…-
-Ora stai esagerando! Non dobbiamo fare altro che un sopraluogo, registrare un po’ di materiale e stop. Anche se la storia del rito voodoo…-
-Rito druidico, ignorante. Io voglio documentare qualcosa di unico, un editore non farebbe quello che stiamo per fare noi…- rispose lei, con religiosa convinzione.
“Poco ma sicuro” pensò Carl, fissandola per un attimo. Decise di non replicare.
Sbuffò e riprese a leggere quell’assurdo manoscritto.


Beth fu svegliata da un leggero tocco sulla spalla. Si trovò davanti il viso sorridente dell’autista, che era anche il cameraman della troupe.
-Stiamo per arrivare- disse Mark.
Lei bofonchiò qualcosa, scendendo a fatica dal camper.
Gli altri tre membri della troupe erano già scesi da un’altra auto. Beth si guardò intorno: erano nella più improbabile delle stazioni carburante. Una pompa di benzina che pareva un residuato bellico e un bungalow che fungeva da market. Si strinse addosso lo scialle, tirava un’aria frizzantina.
Carl uscì dalla casetta-market visivamente scocciato.
-Questi stronzi di scozzesi, mi prendono per il culo!- esclamò.
-Che è successo?-
-Non capisce o fa finta di non capire! Non sappiamo quanto manca. Mark dice che siamo vicini, ma non c’è segnale gps e i cellulari non prendono…-
-Ci penso io. Fatti una birra e rilassati, vediamo se cambiano modi col gentil sesso- propose Beth con una strizzatina d’occhio.
Entrò sculettando vistosamente, si sciolse la coda con movimenti studiati, una scia di profumo si sparse d’intorno. C’erano solo altri tre clienti, seduti a un tavolo. Beth si diresse al bancone, dietro cui sostava un vecchietto dall’espressione intontita.
-Buongiorno! Senta ci siamo persi, può dirmi se siamo vicini alla zona di Glancoe?-
In tutta risposta, quello espose una fila incompleta di denti gialli, per poi dire qualcosa di incomprensibile. Lei rimase a fissarlo, imbarazzata.
-Parla solo gaelico, inutile fargli domande- disse una voce sulla destra.
Beth guardò in quella direzione. Un omaccione in jeans e camicia le venne incontro con piglio deciso.
-Il vecchio Dug non ama i forestieri. Non siete lontani da Glancoe, anche se non capisco cosa cerchiate da quelle parti-
-La tenuta Wallace, quella in cui si suicidò Logan Wallace il diciassette marzo del settantacinque- rispose lei.
L’uomo cambiò espressione. Gli occhi indicarono sorpresa, dubbio, forse timore. Quel cambiamento la incoraggiò.
-Sa dov’è? Dobbiamo girare alcune scene sul posto per un programma televisivo, se vuole posso farle un’intervista!-
L’uomo rifiutò, fornendo precise indicazioni. Prima però di tornare a sedersi, biascicò confusamente qualche avvertimento, a bassa voce.
-Se volete evitare guai, lasciate perdere. Ci sono tenute più belle e accoglienti di quel posto abbandonato da dio…è un luogo pericoloso, buio…-
Beth ringraziò dirigendosi verso l’uscita, noncurante degli avvertimenti e più convinta di prima.


L’auto percorreva lo sterrato che tagliava in due un paesaggio silenzioso, spolverato qua e là da chiazze di neve. Mark, Carl e Beth avevano lasciato il camper e il resto della troupe prima della svolta, all’altezza di un vecchio cartellone pubblicitario. Carl rideva ancora.
-“Voglia di pesca? Meglio pescare la voglia!” Tutto per delle pillole contro la disfunzione erettile!-
Anche Beth si lasciò sfuggire una risatina. Mark invece guidava fissando la strada, muto. Passarono in silenzio altri minuti, la pendenza aumentava.
-Non mi sento molto bene- disse Mark.
-Strano, con la tua salute di ferro!- ironizzò Carl.
-No stavolta è diverso. Ho una strana sensazione…-
-Ma smettila con ste cazzate, tutti sanno che sei ipocondriaco-
Appena finì di parlare, l’auto si fermò di colpo.
-Che cazzo hai combinato?- disse Carl.
-Niente! Si è fermata così, dal nulla. Non riparte…- rispose Mark, preoccupato.
-Ragazzi guardate!- urlò Beth, indicando un punto in alto, sulla destra.
Scesero dalla macchina, notando un tetto malridotto sbucare da un gruppo di grossi alberi, su una collina poco distante. Beth scorse il diario.
-“Una triste collina, uguale a tante altre, emerge da una landa fredda e inospitale. Qui, in mezzo a un bosco che oscura la luce del sole, sorge la mia prigione. Una gabbia di legno e tegole che sbuca dai fitti rami…” -
-Direi che ci siamo- sentenziò Carl.
Mark pareva sempre più ansioso, iniziò a tremare, era pallidissimo. Si appoggiò all’auto sudando freddo.
-Mark!- esclamò la donna.
-Sto bene, sto bene. Sentite, voi andate avanti, ho bisogno di riposare un attimo-
-Il solito cuor di leone! Prendo la telecamera. Questo viaggio è nato storto e finirà peggio- bofonchiò Carl.
Autore e conduttrice si avviarono verso il bosco, mentre Mark li guardava allontanarsi. Stette mezzora a riprendere fiato, fissando il cielo grigio. Tra i grossi banchi di nubi che minacciavano pioggia d’un tratto scorse una nuvola a forma di viso umano. Un viso triste che, lentamente, veniva tirato e stravolto dal vento, trasformandosi in un ghigno crudele. Sentì un brivido lungo la schiena, gli parve di udire dei richiami in lontananza, forse erano grida. La sua vista si offuscò, poi crollò a terra, svenuto.


Mark aprì gli occhi, stordito. Guardò l’orologio: erano passate due ore. Si ricordò delle grida, della brutta sensazione, di Carl e Beth. Decise di agire. Afferrando a mo di arma il cavalletto della telecamera, si mise a correre in direzione della collina. La scarsa luce del tardo pomeriggio incupiva l’intrico di rovi e arbusti del sottobosco.
Finalmente arrivò nell’ampio spiazzo antistante la casa, a terra neve sporca e un tappeto di foglie morte. Si avviò verso l’entrata, inciampando poco più avanti. Guardò in basso e imprecò: era la borsetta di Beth.
Fu allora che spinse lo sguardo fino all’ingresso, sbarrato con travi di legno, e notò la sagoma stesa a terra, immobile. Non riuscì nemmeno a urlare. Con enorme sforzo si avvicinò di qualche passo, riconoscendo prima la camicia, poi i pantaloni sgualciti, infine l’orologio. Carl giaceva a terra in un lago di sangue misto a fango, il viso orribilmente sfregiato.
Mark tentò di guardare nei dintorni, anche le finestre erano serrate. Poco distante giaceva la telecamera, inutilizzabile. Di fianco a essa, il manoscritto.
Con voce incerta chiamò Beth, ma solo il vento rispose al suo richiamo, facendo scorrere veloci le pagine del diario. Gli parve quasi di sentire una risata beffarda diffondersi nell’aria. Era decisamente troppo, per lui. Corse via in preda al panico, calpestando senza assorgersene gli oggetti personali di Beth, sparsi ovunque. Della bellissima bionda non era rimasta altra traccia.

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