"Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto." (Italo Calvino)

U7-04: Citazione 2

Ultimo di arturobandini

Ultimo camminava velocemente, risalendo il fiume, il quale più a valle si allargava in un grande corso d’acqua, placido e mai siccitoso, mentre ora era poco più di un ruscello. Scivolò sul terreno fangoso e quasi cadde dentro al greto con tutto il corpo. Per qualche istante, mentre tentava di riprendere l’equilibrio si specchiò e il suo riflesso lo fece sobbalzare. Ultimo aveva solo quindici anni e il suo aspetto sano gli provocava ogni volta dei sensi di colpa e delle perplessità senza risposta.
Riuscì a tirarsi su senza cadere in acqua e alzò la testa per osservare le Montagne verso le quali era diretto. Amava quei grandi ammassi di roccia, quelle enormi piramidi naturali. Le amava soprattutto perché a crearle non era stato l’Uomo, bensì una forza universale, la quale sarebbe esistita anche dopo la scomparsa dell’umanità così imperfetta e colpevole.
Ultimo scacciò i pensieri oscuri che ogni tanto entravano dentro la sua mente e ricominciò a muoversi, seguendo il letto del fiume. Continuò fino a mezzogiorno, poi si sedette e aprì lo zaino per prendere cibo e acqua. Era partito da Rifugio con una buona scorta alimentare, ma ora stava per finire. Era difficile trovare da mangiare qualcosa di sano in giro, specialmente quando si era in viaggio in terre sconosciute. In quel punto il fiume era pulito e poteva berne l’acqua, a patto di bollirla, ma di cacciare non se ne parlava ancora, non così vicino alla Città.


Il ragazzo sgranocchiò le ultime gallette secche con un certo rammarico: amava particolarmente il dolce e per un po’ non l’avrebbe più sentito sulla lingua. Gli rimaneva ancora della carne secca e dei vasetti con dei fagioli. Quel cibo sarebbe durato non più di quattro giorni, poi avrebbe dovuto cominciare ad arrangiarsi. Ultimo sperò di essere sufficientemente lontano per non rischiare di uccidere degli animali compromessi dall’inquinamento. Gli esseri viventi si spostano, per cui non avrebbe potuto essere certo della provenienza della cacciagione, ma allontanandosi sempre più aumentava la possibilità di trovare carne pulita.
Finito di mangiare bevve dalla sua borraccia. Aveva ancora scorta sufficiente fino a sera, per cui avrebbe bollito l’acqua per il giorno dopo durante la cena. Bisognava essere cauti e non lasciar mai cadere la guardia. Il suo era un viaggio pericoloso e inevitabilmente lento, poiché doveva cercare di celare la propria presenza a chiunque. Per il momento aveva incrociato pochi viaggiatori ed era stato notato soltanto in un paio di occasioni, da vecchi ed astuti cacciatori. Avrebbero voluto commerciare con lui, scambiando la loro carne con la sue trappole per animali, ma avevano accettato i suoi rifiuti di buon grado. Quel volto pulito e sano provocava nella gente una strana sensazione, come se vi fosse ancora una speranza in quel mondo malato e così spietato.
Il ragazzo si mise nuovamente in cammino, stando sempre attento a non farsi vedere da occhi indiscreti. Non tutti erano come quei simpatici ed anziani cacciatori, altri avrebbero potuto rappresentare una minaccia per uno come lui.
Si diceva che su quella montagna si nascondesse una comunità di Puri, gli ultimi rimasti in quella zona del mondo. Ultimo agognava trovarli e farsi accogliere da quelli che riteneva essere i suoi simili. Il pomeriggio trascorse lento e quando la fatica si fece sentire, il giovane comprese di essere giunto quasi al tramonto. Doveva cercare un luogo per predisporre il campo serale e ogni volta non era facile.
All’improvviso il suo sguardo venne catturato da un movimento repentino, poco lontano. Sulle prime non seppe dire se si fosse trattato di un animale o di un essere umano. Si nascose istintivamente dietro a degli arbusti e per lungo tempo non trovò la forza di indagare ulteriormente. Poi la naturale curiosità dell’adolescenza prese il sopravvento e il suo cuore coraggioso lo guidò fuori dal nascondiglio. Non ne poteva più di tutta quella segretezza, era stanco di essere cauto, di sentirsi sempre in pericolo. Ultimo era forte, aveva con se un coltello e a Rifugio gli avevano insegnato a combattere.
Si mosse rapidamente verso la direzione dove aveva notato quel movimento. Sulle prime pensò addirittura di essersi ingannato, poi ne vide un altro e comprese come appartenesse a un uomo molto basso o ad un bambino. Sembrava che l’oggetto della sua ricerca fosse decisamente più spaventato di quanto non fosse lui stesso. Iniziò quindi un inseguimento, ben presto concluso poiché il fuggitivo scivolò a terra e non riuscì a rialzarsi velocemente.
“Tranquillo! Non voglio farti del male. Guarda le mie mani, non ho armi”.
Ultimo si avvicinò a quella che era diventata la sua preda tenendo le braccia alzate. Il suo coltello era nascosto sotto la giubba, in una posizione facile da raggiungere con un rapido movimento, e gli dava sicurezza.
Il fuggitivo si girò verso di lui, uno sguardo di terrore cieco negli occhi. Si trattava di un ragazzo all’incirca della sua età, abbigliato con una larga casacca senza maniche e pantaloni corti stracciati, nonostante il freddo di quel pomeriggio primaverile. Il cuore di Ultimo sobbalzò perché non intravide i segni della Malattia sul viso o sul corpo del giovane. Chi era contagiato non poteva nasconderlo, il volto sempre devastato dalle piaghe e dai bozzi.
Che avesse trovato uno dei Puri che stava cercando? Forse, per la prima volta nella sua vita, qualcosa era risultato facile. Prima però doveva conquistare la fiducia di quel ragazzo, altrimenti questi non l’avrebbe condotto dai suoi.
“Puoi fidarti di me, vengo in pace”.
Il fuggitivo si girò verso di lui e si alzò in piedi. Era magro, eppure dotato di una strana pancia prominente.
“Io… io non ho mai incontrato qualcuno che venisse in pace”.
Ultimo si stupì perché la voce del suo interlocutore era molto fonda, da uomo, mentre l’aspetto lo indicava come un ragazzino. Anche l’accento era strano, mai sentito.
“Di me invece puoi fidarti. Cosa ci fai sulle colline?”
“E’ la mia casa, sono nato e cresciuto qua”.
“Da solo?”
“Una volta c’erano mamma e papà, poi sono morti, prima lui e dopo lei”.
Ultimo non poté non notare le lacrime negli occhi del ragazzo e gli parvero autentiche. Non poteva sapere se stesse mentendo, ma quello sconosciuto gli ispirava una naturale fiducia istintiva.
“Mi chiamo Ultimo e provengo da molto lontano. Tu come ti chiami?”
“Cielo, per via degli occhi azzurri. Tu perché ‘Ultimo’?”
“Non lo… non mi è mai stato detto”.
Ultimo sapeva perfettamente la ragione del suo nome ma decise di tenerla per se. Prima che Cielo potesse incuriosirsi e cercare di andare a fondo, cambiò discorso.
“Dove stai adesso? Hai un rifugio?”
“Sì, certo. Non si può rimanere all’aperto, non se sei sano”.
“Ma non sei ancora troppo vicino alla Città? Il cibo è buono?”
Cielo rimase interdetto, come se non sapesse cosa rispondere, oppure non volesse dire troppo.
“Non so se posso dirtelo. Tu dici di fidarmi di te, ma io...”
Ultimo sospirò, ma capiva bene la cautela del ragazzo.
Si blandirono a vicenda a lungo, raccontandosi storie per lo più inventate sul proprio passato. Rimasero piuttosto lontani l’uno dall’altro, poiché Cielo sembrava davvero intimorito se Ultimo faceva la mossa di avvicinarsi a lui. Alla fine la verità venne a galla.
“Non caccio in questa zona, risalgo il fiume almeno per un paio di giorni di cammino. Là gli animali sono sani e non rischio il contagio. Alla fine torno sempre qua, perché poco lontano c’è casa mia, il posto dove sono nato e cresciuto. Tu perché te ne sei andato da quello che chiami Rifugio? Là ci sono i tuoi parenti e amici, così mi hai detto”.
“Stava ormai diventando impossibile trovare cibo pulito per me. Gli altri hanno tutti la Malattia, io… ecco io ero l’ultimo ad essere rimasto sano, per quello mi chiamo così”.
Cielo sorrise, avendo finalmente compreso il mistero legato al nome del suo interlocutore.
“Non so se posso ancora fidarmi di te. Se vuoi posso indicarti un posto dove passare la notte, ma devi promettermi di non seguirmi per scoprire dov’è casa mia”.
“Va bene, è giusto”.
I due ragazzi si misero in cammino rimanendo a distanza di qualche metro, Cielo davanti a fare da guida, ormai quasi giunto il buio della sera.
Camminarono per circa un chilometro allontanandosi dal fiume, salendo sulle pendici di una collina irta e coperta da un fitto bosco. Cielo si muoveva lentamente, ma per Ultimo non era semplice seguirlo, stanco com’era. Si inerpicarono su un piccolo costone e dopo pochi metri la guida si fermò, volgendosi verso l’ospite.
“Ora devi scendere”.
“Dove?”
“Dietro di te. Troverai una piccola caverna dove potrai sistemarti, con uno spazio di fronte per accendere il fuoco. Qua attorno c’è tutta la legna secca che vuoi”.
“Ma dov’è questo posto? Non vedo niente”.
“Subito dietro di te”.
Ultimo continuava a non capire, poiché alle sue spalle vi era una specie di burrone. Si girò e mosse due passi trepidanti verso il bordo del dirupo. Le sue narici afferrarono uno strano e acre odore, mentre le sue orecchie udivano un rapido scalpiccio. In quel momento il ragazzo si rese conto di essere caduto in trappola, ma prima di potersi difendere venne urtato con violenza.
La caduta fu breve e l’atterraggio più morbido di quello che temeva. L’odore avvertito poco prima lo colse in maniera totale, stordendolo. Poi comprese e disperò: Cielo l’aveva scagliato dentro a dei fanghi tossici, quelli che causavano la Malattia. Come aveva potuto fidarsi di uno sconosciuto? Questi era stato davvero abile nel recitare la sua parte, affinché Ultimo si fidasse ciecamente e abbassasse le difese. Quei fanghi non l’avrebbero ucciso, non lo facevano mai, ma l’avrebbero contagiato senza scampo.
“Perché? Perché mi hai fatto questo? Io sono Puro e anche tu lo sei. Te l’ha forse ordinato qualcuno?”
Cielo si affacciò cautamente al bordo del dirupo, poi scoppiò a ridere ma la sua risata era strana, doppia, come se due voci fossero montate l’una sull’altra. L’ingannatore si tolse la casacca e Ultimo finalmente comprese: sul petto e sul ventre del bastardo era attaccato un gemello siamese, un orrido essere vivo, dal volto malevolo. Quella era la strana ‘pancia’ che aveva notato in precedenza, il modo in cui la Malattia si era manifestata per l’ennesima volta. Fu il mostro a parlare, ma anche Cielo rideva divertito, il volto ora crudele.
“L’ha fatto per noi, idiota. Tu sei sano e te ne vanti tutto il tempo, brutto pezzo di merda. Ogni tanto qualcuno di voi risale il corso del fiume per cercare la comunità dei Puri, ma incontra Cielo e la paga. Tra pochi giorni sarai malato anche tu e vedremo se ti vanterai ancora”.

Ultimo non aveva più diritto al suo nome, ora che era diventato come gli altri. Chissà come l’avrebbero chiamato al Rifugio e chissà cosa gli avrebbero fatto per punirlo per la sua tragica ingenuità. Eppure sapeva di dover tornare a casa, non essendo ancora pronto a rimanere da solo. Per tenerlo ‘pulito’ tutti quanti si erano sacrificati, levandosi letteralmente il cibo di bocca, negandolo ai propri figli.
Arrivò in cima ad una collina e sotto di se finalmente avvistò la Città dalla quale proveniva. Le periferie erano stato distrutte dai bombardamenti convenzionali, mentre il centro era stato inondato con i fanghi tossici che causavano la Malattia in un secondo momento, una volta che i superstiti dei primi attacchi vi si erano rifugiati. Al centro vi era Rifugio, noto prima della Guerra come Mole Antonelliana.
I pochi sopravvissuti vivevano al suo interno, circondati dai pannelli che un tempo avevano illustrato il Museo del Cinema. In quel modo avevano scoperto che Ultimo era sano, poiché assomigliava agli antichi divi e non alla derelitta umanità post bellica. Il suo viso pulito, privo dei segni della Malattia, era stata la loro ultima speranza, il Sogno di un futuro migliore. Adesso le piaghe e i bozzi purulenti disseminati ovunque sul suo volto sarebbero diventati l’emblema della loro definitiva e totale sconfitta, della fine di tutto.

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